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pubblicato venerdì, 9 agosto 2013 da Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Libri scritti sotto l’effetto di droghe eccitanti e stimolanti

Libri scritti sotto l'effetto di droghe eccitanti e stimolanti

Il dibattito è tanto vecchio quanto attuale e affascinante: l’uso di sostanze o droghe eccitanti e stimolanti può potenziare le capacità degli scrittori e delle scrittrici, favorendo la loro prosa o la loro poesia? Certo non è sufficiente ricorrere a una qualche sostanza per stimolare la fantasia: come recita un detto dell’università di Salamanca, in Spagna: “Quod natura non dat Salmantica non praestat”. Insomma, se non c’è una base da stimolare, ci si può pure intossicare ma non si ottiene nulla.

Però è vero che a volte gli scrittori facciano ricorso a qualche sostanza per stimolare la propria prosa e tenere desta la creatività. È una cosa logica: il cervello non sempre funziona al massimo e chi scrive, che dell’ispirazione vive, deve far sì che il proprio cervello lavori sempre al top. Ci sono scrittori che sono stimolati dalla musica – in genere o da un tipo particolare –, altri che fumano, altri che hanno compagno di scrittura il caffè.

Charles Bukowski alzava il gomito che era una bellezza (sua la frase: “Quando sei felice bevi per festeggiare. Quando sei triste bevi per dimenticare, quando non hai nulla per essere triste o essere felice, bevi per fare accadere qualcosa”); William Cuthbert Faulkner (premio Nobel per la letteratura 1949) amava il whisky; Raymond Chandler (1888-1959) preferiva il cocktail gimlet (a base di gin e liquore di lime) e Truman Capote era un fan del Martini. Non dimentichiamo Stephen King che, per sua stessa ammissione, non ricorda nulla della stesura di Cujo a causa della quantità di birra e droghe che aveva in circolo.

Ci sono, poi, autori che sono andati molto più lontano, alterando la propria coscienza tanto da giungere fino a una sorta di contaminazione tra lo stato alterato in cui vivevano e quello reale in cui scrivevano: Baudelaire assumeva hashish per scrivere I paradisi artificiali; William Seward Borrough fece ricorso all’eroina per La scimmia sulla schiena, così come la utilizzava Jim Carroll per Jim entra nel campo di basket (1978). E che dire di William Shakespeare che sembra facesse uso di marijuana e noce moscata?

Infine abbiamo autori che, quasi psiconauti della scrittura, viaggiarono in altre dimensioni per poi raccontare al mondo quanto hanno visto. Tra questi annoveriamo Jean-Paul Sarte che nel 1935 provò la mescalina che poi ebbe un grande riflesso su La nausea; Ken Kesey che fece ricorso al peyote per scrivere Qualcuno volò sul nido del cuculo; Robert Louis Stevenson che scrisse – in soli sei giorni – Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde sotto l’influenza della cocaina.

Venti libri scritti sotto l’effetto di droghe eccitanti e stimolanti

Libri scritti sotto l'effetto di droghe eccitanti e stimolanti

Ecco un elenco, una sorta di classifica se volete, di venti opere importanti scritte sotto l’effetto di droghe eccitanti e stimolanti. Va da sé che si tratta di un testo parziale e diversi titoli restano fuori: magari, se volete, segnalateceli nei commenti.

  • benzedrina: Jack Kerouac, Sulla strada (1957) – Wystan Hugh Auden, 1 settembre 1939 (1958)
  • caffè e corydrane (anfetamine con l’aspirina): Jean-Paul Sartre, Critica della ragione dialettica (1960)
  • caffè: Honoré de Balzac, La commedia umana (1829-1848)
  • cocaina: Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886)
  • eroina: William Seward Burroughs, La scimmia sulla schiena (1953) – Jim Carroll, Jim entra nel campo di basket (1978)
  • gimlet e vitamine: Raymond Chandler, La dalia azzurra (1946)
  • gin: Edna St Vincent Millay, articoli su Vanity Fair (1921)
  • hashish: Charles Baudelaire, I paradisi artificiali (1860)
  • laudano: Samuel Taylor Coleridge, Kubla Kahn (1797) – Elizabeth Barrett Browning, Aurora Leigh (1856)
  • LSD: Timothy Leary, High Priest (1968) – Hunter Stockton Thompson, Paura e disgusto a Las Vegas (1971)
  • martini (doppio): Truman Capote, A sangue freddo (1965)
  • mescalina: Aldous Huxley, Le porte della percezione (1954)
  • peyote: Carlos Castaneda, Viaggio a Ixtlan (1972)
  • peyote e LSD: Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo (1962)
  • tè caldo e sherry: Carson McCullers, Il cuore è un cacciatore solitario (1940)
  • whisky: William Cuthbert Faulkner, Road to glory (1936)

Foto | Matt Davis George Hotelling








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Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: “Nulla che sia umano mi è estraneo” (Terenzio) e “Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo” (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, è blogger su varie testate di nanopublishing, oltre che editore della Graphe.it.