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pubblicato lunedì, 23 settembre 2013 da Roberto Russo in Premi letterari
 
 

Pablo Neruda nel quarantesimo anniversario della morte

Pablo Neruda (1904-1973)

Quarant’anni fa, il 23 settembre 1973, moriva Pablo Neruda, poeta, scrittore, diplomatico e politico cileno, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1971, considerato uno degli autori più importanti e influenti del secolo ventesimo. Ufficialmente la sua morte avvenne per un tumore alla prostata, ma le circostanze sono state ritenute dubbie e si è pensato a un omicidio ordito da Pinochet che, con un colpo di stato, aveva preso il potere l’11 settembre di quell’anno. Per accertare le cause della morte di Neruda, recentemente la sua salma è stata riesumata.

Pablo Neruda: cenni biografici

Pablo Neruda (1904-1973)

Pablo Neruda nacque il 12 luglio 1904 nella provincia di Linares, in Cile. Figlio di un impiegato delle ferrovie e di una maestra, Neftalí Ricardo Eliecer Reyes Basoalto, questo il vero nome di Pablo Neruda, perse la madre a solo un mese di vita.

Nel 1906 la famiglia si trasferì a Temuco (Cautín) dove Pablo iniziò a studiare: come maestra ebbe Gabriela Mistral, che successivamente vinse il Nobel per la letteratura nel 1945. A soli tredici anni pubblicò il suo primo articolo su un giornale locale diretto dallo zio adottivo e nel 1919 ottenne il terzo premio nei Juegos Florales de Maule con la poesia Sueño de una noche chilena. Nel 1920 si diplomò e iniziò a collaborare con la rivista letteraria Selva Austral: fu in quest’occasione che assunse lo pseudonimo di Pablo Neruda in omaggio a Jan Neruda (1834-1891) – scrittore, poeta e giornalista ceco –e che gli venne riconosciuto anche legalmente. La scelta di usare uno pseudonimo è dovuta al fatto che suo padre non voleva che scrivesse poesie, perché la riteneva un’attività poco “rispettabile”: così il futuro Premio Nobel per la letteratura utilizzò questo stratagemma per poter scrivere senza essere scoperto dal genitore.

Nel 1923 pubblicò a proprie spese il suo primo libro di versi, Crepuscolario. L’anno seguente la raccolta Venti poesie d’amore e una canzone disperata lo consacrò come uno dei poeti più brillanti di tutta l’America Latina.

Nel 1927 ebbe inizio la lunga carriera diplomatica che lo vide console in Birmania, Sri Lanka, Giava, Singapore, Argentina e Spagna e ambasciatore in Francia.

Mentre era console in Spagna, scoppiò la Guerra civile spagnola (1936-1939) evento che, aggiunto all’assassinio di Federico García Lorca, lo commosse profondamente tanto da spingerlo ad abbracciare gli ideali del comunismo. Tornò in Cile nel 1938 consolidando nei suoi scritti una tendenza politica e sociale chiara.

Nel 1945 venne eletto Senatore della Repubblica nelle file del Partito Comunista cileno. L’anno seguente divenne presidente del Cile Gabriel González Videla che, con un grande voltafaccia, iniziò una persecuzione contro i suoi vecchi alleati comunisti, cosa che spinse Neruda, che si era dato anima e corpo per la riuscita della campagna elettorale di Videla, all’esilio in Argentina. Tornò in Cile nel 1952 e l’anno dopo ricevette il Premio Stalin della Pace. Nel 1965 venne insignito del titolo di dottore honoris causa dall’Università di Oxford, in Inghilterra.

Nel 1971 vinse il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione:

per una poesia che con l’azione di una forza elementare porta vivo il destino ed i sogni del continente

Nel ritirare il Premio, Neruda concluse così il suo discorso:

Uno sventurato e magnifico poeta, il più straordinario dei disperati, scrisse questa profezia: “All’aurora, armati di ardente pazienza, entreremo nelle splendide città”.
Io credo in quella profezia di Rimbaud, il Veggente. Io provengo da una regione oscura, da un Paese isolato da tutti gli altri dalla perentorietà della geografia. Sono stato il più trascurato dei poeti e la mia poesia è stata provinciale, triste e piovosa. Ma ho sempre avuto fede nell’uomo.
Non ho mai perduto la speranza. Per questo, forse, sono arrivato fin qui con la mia poesia, e anche con la mia bandiera.
In conclusione, devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l’intero avvenire è stato espresso in quel verso di Rimbaud: solo con un’ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini.
In questo modo la poesia non avrà cantato invano.

L’11 settembre 1973 Augusto Pinochet salì al potere in Cile con un colpo di stato. Subito dopo il golpe, diversi agenti furono inviati in casa del poeta per una perquisizione. Vennero accolti da Neruda con queste parole:

Controllate pure. Qui c’è un solo grande pericolo per voi: la poesia.

Il 23 settembre 1973, come già detto, Pablo Neruda morì, ufficialmente per un tumore.

Torna l’autunno: una poesia di Pablo Neruda

Pablo Neruda (1904-1973)

L’anniversario della morte di Pablo Neruda cade il primo giorno d’autunno ed è per questo motivo che vogliamo ricordare il grande scrittore con la sua poesia Torna l’autunno.

Un giorno vestito a lutto cade dalle campane,
come un trepido tessuto vagamente di vedova,
è un colore, un sonno
di ciliegie affondate nella terra,
è uno strascico di fumo che giunge senza tregua
a mutare il colore dell’acqua e dei baci.

Non so se mi capite: quando dall’alto
si avvicina la notte, quando il solitario poeta
ode alla finestra correre il corsiero dell’autunno
e le foglie della paura calpestata crepitano nelle sue arterie,
c’è qualcosa nel cielo, grosso come una lingua
di bue, qualcosa nel dubbio del cielo e dell’aria.

Tornano le cose al loro posto,
l’avvocato inevitabile, le mani, l’olio
le bottiglie,
tutti gli indizi della vita: i letti,
soprattutto,
sono pieni di un liquido cruento,
la gente affida i segreti a loschi orecchi,
gli assassini scendono scale,
ma non è questo, è il vecchio galoppo,
il cavallo del vecchio autunno che trema e dura.
Il cavallo del vecchio autunno ha la barba rossa
la bava della paura gli copre le mascelle
e l’aria che lo segue è simile all’oceano
e profuma di un vago marciume sotterrato.

Tutti i giorni scenda dal cielo un colore di cenere
che le colombe devono spartire sulla terra:
la corda che l’oblio e le lacrime intrecciano,
il tempo che ha dormito lunghi anni
nelle campane,
tutto,
i vecchi abiti tarlati, le donne che vedono venire la neve,
i papaveri neri che nessuno può
contemplare senza morire,
tutto cade tra le mani che sollevo
in mezzo alla pioggia.


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.








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