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pubblicato giovedì, 31 ottobre 2013 da Susanna Trossero in Racconti e testi
 
 

Amici cercasi. Un racconto di Halloween

Amici cercasi. Un racconto per Halloween

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on è detto che la festa riesca. C’è festa e festa. A onor del vero, questa era cominciata nel migliore dei modi, dopo uno schema da scrittura narrativa: “protagonista-antagonista-conflitto-risoluzione del conflitto”.

Presentazioni nella serata di Halloween appena cominciata, lei molla il fidanzato per me, lui mi dà un pugno, lei cerca del ghiaccio per il mio occhio e mi ama per sempre tra vampiri, lupi mannari e mostri vari. Questa sì che è una festa, e che baci! Sul divanetto comodo però, al riparo da occhi indiscreti e mentre armeggio con quel suo costume per arrivare alla pelle, lei rivolge le sue ciglia finte oltre la mia spalla, verso quel rozzo del suo ex che – in costume da boia – ha perduto tutta la sua arroganza e la guarda con quell’espressione da micetto bagnato che piace tanto alle donne. E mi lascia, la stronza. Mi lascia per quell’immagine grottesca.

C’è festa e festa, l’ho detto. La mia si conclude sulla strada di rientro, a mezzanotte, mentre cammino sulla via deserta e silenziosa tra cassonetti puzzolenti, vestito da fantasma e con un occhio tumefatto. Patetico. Mi manca il cappuccio candido, è rimasto sul divano là in discoteca, sopra ci si sarà seduto il boia.

Non fa freddo, ciò che fa rabbrividire è il silenzio nel quale contare i miei passi, tra le stradine deserte del centro storico. Strano che non ci sia nessuno in giro, o sono tutti a divertirsi, ci fosse almeno un bar aperto, qualche poveraccio con cui condividere la più breve storia d’amore del secolo, magari davanti a una birra…

…non fa freddo, ciò che fa rabbrividire è il silenzio nel quale contare i miei passi…

Niente, saracinesche giù e un solitario barbagianni che svolazza oltre i lampioni. Si torna a casa, mi avvio verso una piazza in cui so che troverò un taxi, soffermandomi sulle vetrine buie: certo, la mia immagine è proprio ridicola. Che raccontare domani agli amici? Balle, è ovvio, o ci perderò la faccia.

Però… ehi, non sono solo! Dietro di me un’altra figura bianca, un fantasma più credibile, forse perché non è a volto scoperto. Il costume è più o meno come il mio, che forza, magari ci imbuchiamo in qualche altra festa! La serata non è finita…

“Solo anche tu eh?” dico all’immagine riflessa, “Festa andata a male?” aggiungo, e mi volto per presentarmi, ma… non c’è nessuno.

Non lo realizzo subito, è talmente assurdo che resto immobile, con il sorriso che scema e la testa che si muove da destre a sinistra cercando qualcosa. Il successivo tuffo al cuore è improvviso e violento, la contrazione dello stomaco lo accompagna con altrettanta decisione. Non può essere. È una stronzata. Si è infilato in quel vicolo, il bastardo, è una notte da scherzi macabri, no? Però non ho sentito alcun rumore di passi, e in questo silenzio surreale non avrei potuto non sentirlo. E allora? Vorrei ruotare di nuovo su me stesso per specchiarmi ancora, ma non ce la faccio. Respiro, ansimo, affanno. Maddai, idiota, tutta questa agitazione per uno scherzo! Però non mi specchio. Non più. Mi sento come quando, da ragazzini, si sente un rumore inconsueto dentro casa e non si corre a controllare, anzi, ci si rifugia sotto le coperte e vada come vada! Riprendo a camminare, occhi bassi. Vado lento con la stupida convinzione di non dare nell’occhio, di non provocare niente di sgradevole. E comunque la piazza non è lontana.

Calma. Calma. Forse è stato il pugno. Certo che sì, come ho fatto a non pensarci prima? E che dire dei gin tonic? Che idiota, è tutto ok, eccola la spiegazione. Mi scappa da ridere, mi vergogno come un cane e tranquillizzato, sfiorando mura e portoni, mi volto verso la vetrina di una trattoria, ovviamente chiusa; ne individuo i tavoli all’interno evitando accuratamente di scorgere riflessi sul vetro, ma il cervello mi frega e ne registra uno orribile: lui sta camminando con me. Un passo indietro. C’è.

È un incubo e come in tutti gli incubi non riesco a urlare né a correre. Mi sfilo il vestito bianco dalla testa e lo butto sui sampietrini bagnati dalla notte, e adesso mi sfido a dimostrare a me stesso che stavo vedendo doppio, niente più costume, niente più immagini assurde, e invece… terrore: ci sono io, senza costume, e c’è lui, con il costume. Da quel momento, ogni cosa diviene spaventosamente riflettente, ogni parte metallica o lucida, i finestrini delle auto, tutto, tutto, non solo le vetrine e lui è là con me che cammina!

Il parcheggio dei taxi, eccolo, Dio grazie, grazie, le dita legnose cercano il portafogli nella tasca posteriore dei jeans, è tutto ok, il mazzo delle chiavi è in quella anteriore, ogni cosa è al suo posto. È tutto normale. Normale.

Quando il taxi mi porta via, lo vedo più nitidamente e senza l’ausilio di specchi. È fermo sul ciglio della strada e, all’improvviso, è come se qualcosa si trasferisca dal suo pensiero al mio: mentre fa ciao ciao con la mano una voce sconosciuta, dentro la mia testa dice “Ci vediamo presto, amico mio”.

Attenzione alla scelta del costume, il prossimo anno.


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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