0
Posted martedì, 17 dicembre 2013 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Caro amico ti scrivo… ma è ancora di moda scrivere lettere?

Caro amico ti scrivo… ma è ancora di moda scrivere lettere?

“Il suono che fa una lettera quando cade sullo zerbino: che sia il lieve fruscio di una busta spedita per via aerea, il tonfo di un pesante invito accompagnato da un cartoncino con la richiesta R.S.V.P., l’allegro sussurro di un biglietto di ringraziamento…”. È questa l’idea, semplice e geniale, che sta alla base della nuova fatica del noto divulgatore britannico Simon Garfield, L’arte perduta di scrivere lettere e come ritrovarla, in libreria dalla metà del mese scorso, che mi ha ispirato la nostra chiacchierata di oggi.

In tempi di sms, mail, Tweet, What’s App e quant’altro, e soprattutto in questo mese in cui i nostri bambini scoprono e riscoprono la richiesta scritta amanuense nelle loro personalissime e incantevoli letterine a Babbo Natale, ci chiediamo come mai queste lettere scritte a penna continuino a esercitare così tanto fascino: nessun beep d’avvertimento su qualunque delle nostre appendici elettroniche, infatti, ci fa battere il cuore come quel rettangolino di carta trovato nell’obsoleta buca della posta dove ormai abitano solo volantini pubblicitari e bollette da pagare.

È notizia di non molto tempo fa, in effetti, l’apertura, in Francia, di un nuovo sito d’incontri per single chiamato Ecris le moi, in cui messaggi fulminei e foto postate distrattamente sul web lasciano spazio a un corteggiamento vecchio stile, attraverso la posta tradizionale, dove tempi e ritmi vengono scanditi più lentamente e così da cosa viene davvero permesso di nascere cosa.

Lungi da noi l’idea di condannare tout court il progresso, che tanto ci aiuta nell’espletamento delle mansioni quotidiane, anzi, troviamo che lo strumento mail – purtroppo quasi immediatamente superato dalle comunicazioni in tempo reale – abbia fatto riemergere l’esigenza del saper scrivere, messa a riposo dal telefono, per poi in parte soffocarla con l’avvento degli emoticon e di quella strana lingua fatta di abbreviazioni, di k al posto del ch, di ostentazione delle minuscole e dei vari tvtb e asap.

Scrivere lettere nel passato

Eppure una volta – e non parliamo neppure di troppo tempo fa – l’epistolario, cioè la raccolta di lettere pubbliche o private di una qualche personalità, era un genere letterario vivo e di successo, dal quale Goethe a livello internazionale e Foscolo in Italia trassero l’invenzione di un nuovo tipo di narrativa: il romanzo epistolare.

Ma andiamo per ordine: le epistole, antenate delle moderne lettere, nell’antichità erano formali ed eleganti, indirizzate a una persona o a un gruppo, e presentavano una struttura più o meno fissa, mutuata dalla tradizione ellenistica. All’inizio esse dichiaravano il nome dell’autore, seguito dall’indicazione del destinatario, mentre gli scriba o gli amanuensi che si occupavano della redazione (eh sì, la popolazione era largamente analfabeta) erano citati alla fine, dove a volte si trovavano anche i nomi dei corrieri manuali (figuriamoci se esisteva il servizio postale). L’apertura era affidata ai saluti di rito, con l’augurio di pace e bene ed eventualmente un ringraziamento o una preghiera di buona salute, nel corpo s’introduceva il tema principale e nella chiusura veniva ribadita la relazione tra scrivente e destinatario, che nella maggior parte dei casi accompagnava un’affermazione di stima e amicizia.

Bypassando Plinio, san Paolo e Cicerone, in epoche più vicine a noi sono tanti i grandi personaggi di cui sono noti epistolari, importanti sia per comprendere meglio tali figure, sia per arricchire la nostra conoscenza sulla loro contemporaneità. È il caso di Mozart, che nei suoi scritti appare come un uomo vissuto nelle avversità, ma sempre con la speranza di un futuro migliore che la musica riesce solo in parte a donargli; oppure di Cavour (il mese scorso la Fondazione Cassa di risparmio di Alessandria ne ha donato copia alle principali biblioteche dell’area) la cui corrispondenza con capi di Stato, ministri e deputati ha molto da insegnare sugli anni della formazione dello Stato italiano; ma pensiamo anche a Gramsci o a Nietzsche, che verso la fine della sua vita aveva chiara la consapevolezza di essere un pensatore incompreso, ma questo non gli impedirà – dopo la dipartita dall’amata Germania, ormai per lui inospitale, e il trasferimento a Torino – d’impazzire, tanto che le sue ultime lettere sono definite dai critici “biglietti di follia”.
Per restare in campo squisitamente letterario, là dove la comunicazione epistolare non è solo il frutto di una rielaborazione ponderata della realtà, ma anche l’espressione di un pensiero colto nell’intimità, troviamo tra gli scrittori di epistolari più famosi Tasso, e soprattutto Leopardi, che nella sua vita scrisse circa novecento lettere private sulla vita e sui sentimenti, su quello che definiva “l’orizzonte stretto del poeta” che non fa alcun riferimento ai fatti del suo tempo e utilizza uno stile familiare seppur tutt’altro che trascurato. Nelle sue missive, ad esempio, ricorre spesso il cruccio del matrimonio – sempre fallito – della sorella Paolina, mentre negli scambi con il Giordani o con il Brighenti emergono l’infelicità personale e universale del poeta, le sue illusioni, il tedio e la misoginia.

Il romanzo epistolare

Abbiamo già accennato agli inventori del romanzo epistolare: Goethe e Foscolo. Il primo credeva che in questo tipo di narrazione convergessero epica, lirica e dramma, come dimostrò abilmente nella stesura di I dolori del giovane Werther (1774), considerato il manifesto del romanticismo tedesco. Sono venti mesi di lettere all’amico Guglielmo da parte del protagonista, ventenne di buona famiglia e altrettanto buona cultura, innamorato senza speranza di Charlotte, promessa ad Albert. Questo romanzo generazionale fu accusato di aver ispirato non pochi suicidi, tanto che nella psicologia corrente si parla di “effetto Werther” per indicare il suicidio mimico, ossia quello che avviene per emulazione.

Sulla falsariga goethiana Le ultime lettere di Jacopo Ortis del Foscolo, ispirate al suicidio realmente avvenuto del giovane studente Giacomo che nel 1796 si tolse la vita deluso dal sacrificio della patria e per il suo amore impossibile verso Teresa, peraltro corrisposto. Il Foscolo ne immagina la tormentata interiorità e la affida all’ipotetico destinatario Lorenzo Alderoni, con l’incarico di stampare tutte le lettere a suicidio avvenuto.

Più o meno in quegli anni (1740) venivano date alla luce anche le lettere della servetta Pamela, oggetto del desiderio del suo padrone, Mr. B, pazzo d’amore per lei tanto da arrivare a imprigionarla. La storia ideata da Richardson, per fortuna, ha un lieto fine: i due s’innamorano davvero e nonostante la distanza sociale riescono a coronare il loro sogno d’amore.

Di epistolari a tema amoroso non possiamo non citare, poi, il Cyrano de Bergerac di Rostand, identità che con tutto il suo naso si cela dietro alle poetiche lettere di Cristiano a Rossana, ma anche il carteggio reale – non di fiction – tra Dino Campana e Sibilla Aleramo: chi non ha mai sognato un amore così?

Ma una lettera può avere molti altri argomenti e motivazioni per essere scritta: affetta da una grave malattia e perciò reclusa nella sua tenuta, Flannery O’Connor dà sfogo a tutta la sua travolgente passione per la scrittura in Sola a presidiare la fortezza, mentre Oriana Fallaci nel bellissimo Lettera a un bambino mai nato, affronta come poche volte si è fatto il tema della maternità responsabile. In guerra, poi, si sa, scrivere diventa un’azione catartica, sia che venga dal cuore o che si sia pagati per farlo, come i giornalisti corrispondenti dal fronte. Tiziano Terzani, ad esempio, nel suo Lettere contro la guerra svela cosa avviene realmente in Afghanistan e cosa la popolazione locale pensa di Bin Laden e dell’Occidente; per Alberto Moravia ricordiamo che almeno un terzo della sua produzione letteraria è costituita da reportage da zone di guerra scritte come fossero lettere.

Chiudiamo con un esempio che ci riporta all’inizio, alla magia del Natale della quale ormai solo i più piccoli sembrano accorgersi… a parte Rilke, che nelle sue Lettere di Natale alla madre raccoglie le missive che si scrissero in venticinque anni di lontananza, per adempiere a una promessa che le aveva fatto in gioventù: fermare tutto per sei ore durante la sera della vigilia e darsi alla scrittura e alla corrispondente lettura. D’altronde quale periodo migliore del Natale per farlo, un momento in cui la routine s’interrompe e il tempo appare sospeso nell’idea della festa? Riflettiamoci: in fondo mancano pochi giorni.

Foto | Pixabay




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.