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pubblicato giovedì, 13 febbraio 2014 da Susanna Trossero in Racconti e testi
 
 

Il cocchio di San Valentino. Un racconto

Il cocchio di San Valentino. Un racconto

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on mi era mai capitato prima e di certo non è cosa che capita tutti i giorni, almeno non a quelle come me, eppure – disincantata o no – ho compreso subito che in quello sguardo vi era qualcosa di raro, di prezioso…

Mi trovavo sulla piazza da quasi un’ora, crogiolandomi al sole di maggio con l’amica del cuore, e il gelato aveva il sapore del momento perfetto, quello in cui chissà come e senza grande sforzo, tutto è perfettamente amalgamato e ci si sente in pace con il mondo: io non avrei mai osato domandare di più o di meglio, là in mezzo a tanta gente e tra i banchi di dolciumi, i palloncini, il frastuono dei giostrai e la musica. Le feste di paese attraggono sempre ogni singolo abitante, ignorano le mode o i cambiamenti, non conoscono tempo né progresso e mescolando generazioni divengono un’ottima occasione per rivedere amici o conoscenti, o per sorridere al vicino di casa che finisci per incontrare solo là!

Insomma, a tutto questo variopinto movimento di persone e cose, all’improvviso e del tutto inaspettato si è aggiunto quello sguardo. Faceva parte di un volto sconosciuto e accompagnava un sorriso appena accennato, di quelli che nascono spontanei quando ciò che vediamo tutt’attorno ci piace.

Forse, con quel gruppetto di ragazzi che lo scortava, il padrone dello sguardo faceva una gita fuori porta e, sebbene il suo sorriso fosse di certo rivolto a tutto quel colore, lo sguardo mi apparteneva, era solo per me. Nei piccoli centri come il mio le ragazze, per la festa del santo patrono, indossano il vestito buono e sciolgono i capelli, ma lui guardava me e lo faceva senza alcuna curiosità bensì con interesse. Interesse.

L’ho già detto, non mi era mai capitato prima e di certo non è cosa che capita tutti i giorni, almeno non a quelle come me…

E allora che fare? Provare tutto un rimescolio, intanto. Poi magari lasciarsi andare all’audacia e provare a giocare. Sorridere un po’. Contraccambiare l’inaspettato interesse.

È così che ci si lancia nel vuoto senza l’elastico che frena la caduta? Forse. Ma, a volte, meglio tentare che restar seduti a compiangersi e lasciarsi vivere, no?

Poi, lui si è avvicinato a me allontanandosi dai suoi amici, e mi ha detto:

“Ciao, che cosa si festeggia qui?”

“Il santo patrono del paese. Non appena calerà il sole ci saranno i fuochi d’artificio”.

“Allora resterò a guardarli!”

“Io non me li perdo mai”.

“Come ti chiami?”

“Grazia”.

“È un nome più che azzeccato… Io sono Renato”.

Erano tutte attorno a noi, le ragazze con il vestito buono e i lunghi capelli sciolti sulle spalle, ma lui non le vedeva e parlava con me, solo con me, e mi domandava e si raccontava, seduto sul muretto al quale mi ero accostata. Teneva le gambe a penzoloni e le dondolava piano, mostrando d’essere rilassato, a suo agio, mentre a me sudavano le mani. La mia amica fingeva di avere dell’altro a cui pensare poco più in là, così come l’amica del cuore deve assolutamente saper fare all’occorrenza, ed io stavo già ottenendo da quella giornata la mia gran bella dose di fuochi d’artificio: il domani era lontano, ero lontana io, e sulla piazza c’erano solo un ragazzo e una ragazza a far chiacchiere, a scoprire qualcosa l’uno dell’altro. A volte, quell’attimo di cui tanto si parla è facile da cogliere, basta non star lì a pensare tanto e lasciarsi andare al bello che sempre ci raggiunge se si lascia la porta un poco accostata perché possa entrare.

Quante altre volte ci siamo visti, dopo quella profumata di zucchero filato? Incontri fatti di parole, di mani che si sfiorano, di sguardi teneri e gioiosi, di piccoli progetti a breve scadenza: una gita al mare, un concerto, un film, una pizza e ancora parole e sguardi che se anche fossero finiti all’improvviso mi sarebbero bastati per il resto della vita! Per quelle come me tutto è un dono e niente si chiede perché niente più si aspetta, dunque ero felice e non mi importava di null’altro: il domani non esiste, è soltanto l’invenzione di chi ignora l’oggi e tutto rimanda a momenti più propizi, momenti che spesso si attendono per l’eternità e mai arrivano…

E quanti “oggi” divertenti raccontavo alla sera, mentre mia madre frenava il suo timore che io mi facessi male, esortandomi invece a vivere i miei vent’anni…

“Di che ti stupisci? Sei bella – diceva – intelligente e simpatica, perché non dovresti piacere a qualcuno? Hai avuto la fortuna di incontrare un giovanotto sveglio, che guarda oltre le apparenze, non se ne trovano poi tanti sai!” Poi rideva di papà (non è mica così sveglio lui…), il quale fingeva di non sentire “certi discorsi da femmine”, sebbene in realtà li carpisse tutti!

Del nostro primo bacio quasi non ho memoria, per via dell’emozione che mi ha travolta e che mai avrei pensato di poter provare… Vi erano già stati per me altri baci in passato eppure quel sogno, quella magia che solo i romanzi rosa sanno così ben raccontare, erano per me del tutto nuovi.

E poi quel dopo in cui gli ho domandato “Perché io?”

“Per come ti guardavi attorno bevendo ogni più piccolo dettaglio, per i tuoi occhi affamati di vita, per la femminilità che il movimento delle tue mani lasciava intravedere. Per la tua luce… Ecco perché tu”.

Planiamo dolcemente sulle settimane, sui mesi, su un sentimento che si fa via via più denso, fino ad oggi, 14 febbraio, San Valentino, la mia prima notte fuori casa con la complicità delle amiche; un piccolo albergo sul mare, la suggestione invernale della spiaggia deserta che ammiro dal pontile, noi due. Nulla mi disturba, neppure il vento gelido che preme contro la sciarpa; respiro la natura, ascolto le onde che rumoreggiano nervose, osservo la malinconia dei colori, annuso l’odore che si adagia sui capelli e mi trasforma in mare, sabbia, cielo…

Per un momento, un momento soltanto, la mia mente ricostruisce il ricordo di nuotate vigorose e adolescenti, di scherzi e corse sfrenate sulla battigia, ma non è questo il tempo del passato, no, non è questo. Ho da inventare nuovi ricordi adesso, nuove storie da raccontare, e quello che ero ieri e non sarò più, nulla può togliere a ciò che sono oggi.

Dopo cena, in ascensore, non parliamo e fatico a nascondere un pudico imbarazzo, ma in camera tutto si trasforma e diviene naturale: sotto una luce soffusa lui mi prende in braccio e mi adagia sul letto, poi si stende accanto a me e mi parla a lungo accarezzandomi il viso, il capo, le spalle…

Progetta con me un vero futuro, fatto di viaggi e fantastiche giornate da vivere insieme, mai sazi l’uno dell’altro, e lo fa con l’entusiasmo sincero di un bambino, mentre stringo ancora tra le mani il piccolo cuore di peluche che mi ha regalato per questa indimenticabile festa degli innamorati. Ma poi, Uomo e non più bimbo gioioso, sullo stesso letto mi restituisce la mia dignità di persona e il mio essere donna, che nei momenti di sconforto avevo creduto di non poter riavere. Il cuore, adesso, è rotolato giù sul parquet.

Quando spegniamo la tenue luce della lampada a muro, non è il buio totale: dalle imposte chiuse, penetra un raggio sottile di colore azzurro che forse nasce da un’insegna al neon, là sulla strada.

Posandosi lieve sulla mia sedia a rotelle – testimone discreta collocata poco distante dal letto – rimbalza sull’acciaio cromato, va e torna, catalizza lo sguardo e ipnotizza, creando una miriade di piccole stelline che la trasformano per sempre nel cocchio argentato delle fiabe.

Foto | Pixabay


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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