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pubblicato mercoledì, 19 marzo 2014 da Susanna Trossero in Recensioni
 
 

La grande bellezza dell’essere italiani

La grande bellezza dell’essere italiani

In questi ultimi giorni, si è tanto parlato de La grande bellezza (maggio 2013), il film diretto e sceneggiato dal regista Paolo Sorrentino, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero. L’Italia è insorta indignata per questa vittoria: buona parte della stampa, la critica, gli appassionati di cinema, l’uomo della strada… Per non parlare del popolo di Facebook che si è dato parecchio da fare per ridicolizzare il film, demolire il regista, inventare vignette e frasi a effetto, in un accanimento vistoso e sgradito. Mentre ogni polemica su questa pellicola si andava placando, io che non mi intendo di cinema, non sono un critico, né ho competenze in materia, ho deciso di vedere il film per intero, senza odiose interruzioni pubblicitarie o preconcetti. Ho liberato la mente e, semplicemente, l’ho guardato con tutta l’apertura di cui sono capace, nel mio piccolo.

All’inizio l’ho trovato lento, in quella prima scena ambientata in una terrazza romana che pullula di festaioli attempati, con una fastidiosa e pedante musica da discoteca in sottofondo. Una scena che mi pareva stesse durando più del dovuto, lo ammetto. Ma, decisa ad andare avanti, ho ignorato la sensazione negativa iniziale. E ho fatto bene perché, di questo film “strano”, a tratti visionario, onirico, ho trovato in Sorrentino l’occhio attento dello scrittore. Non ho visto niente de La dolce vita di Fellini, sebbene qualcosa di vagamente felliniano ho a tratti avvertito (così come una vaga idea del Pasolini regista o di altri si poteva vedere in qualche sfumatura); ho visto solo un Sorrentino che scrive una storia sincera, che non ha paura di raccontare eccessi, cadute di stile, ansie, superficialità o cattivo gusto del tutto umani; che, impietoso, mostra l’incapacità di gestire l’età che avanza, che racconta di quanto ci cibiamo di futilità quando veniamo colti dalla paura di invecchiare, di quanto siamo pateticamente capaci di trasformare la morte in un evento mondano in cui recitare una parte. Sorrentino non racconta di tutti noi, racconta di una fetta d’umanità che popola le terrazze romane, di intellettuali insoddisfatti e di nobili decaduti, e lo fa attraverso gli occhi del protagonista, Jep Gambardella (Toni Servillo), un sessantacinquenne giornalista di costume e critico teatrale, re della mondanità romana ma troppo introspettivo e impietoso con se stesso per farne parte fino in fondo.

“Ero destinato alla sensibilità – dice Jep – dunque ero destinato a diventare uno scrittore”.

Questo personaggio confuso e amareggiato, muovendosi per le strade del centro della Capitale e tra le bellezze di ville storiche, compie continue meditazioni sulla futilità e inutilità del suo vivere; ha pubblicato un solo romanzo – sebbene di successo – perché in seguito non ha più trovato attorno a sé la bellezza necessaria per scrivere: «Mi chiedono perché non ho più scritto un libro. Ma guarda qua attorno. Queste facce. Questa città, questa gente. Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?»

Vive dunque in un presente amaro, privo di contenuti, in compagnia di un ristretto gruppo di persone con le quali condividere il nulla e le feste, rimpiangendo la bellezza e la purezza del suo primo amore, e di un tempo in cui tutto doveva ancora cominciare, le speranze erano intatte e il futuro un sogno da realizzare.

Se si riesce ad andare oltre la prima impressione e si penetra nella storia condividendo quelle introspezioni, allontanandosi dalla necessità – come spettatori – di colpi di scena, di ritmo, di velocità e azione, si comprende che la lentezza non corrisponde necessariamente a noia: il pensiero, quel frugarsi dentro, quell’osservare i dettagli di un’alba per strada o di qualcuno che si mette in ridicolo, necessitano di tempo e non di ritmo. E hanno bisogno di un Tevere che scorre indolente, di un soffermarsi sui ponti e sulle piazze, sui colori del cielo romano e sui tetti, con la fotografia e le immagini che sono suggestioni perché mostrano la parte malinconica della città, cornice necessaria alle nostalgie e ai rimpianti. Vi sono, in questo film giudicato addirittura di scarsa qualità, frasi illuminanti che lasciano il segno, e mi stupisce che proprio il popolo di Facebook – intenditore sempre pronto a trasformare in preziosi aforismi ogni insieme di parole scritte da Fabio Volo – non le abbia neppure notate.

Questo è un film che, come tutti i film o tutti i romanzi, può essere amato oppure odiato, bocciato o promosso. Ma sarebbe opportuno andare oltre i gusti personali per decretarne l’assoluta bruttezza così come si è fatto. E notarne l’originalità (è un film diverso), la profondità, la perfezione delle immagini, il senso. In questo, Sorrentino ha meritato d’essere premiato, e non dimentichiamo che il suo La grande bellezza non ha vinto “soltanto” l’Oscar, ma si è aggiudicato una marea di premi.

Osannato dalla critica internazionale, è stato giudicato severamente dalla critica italiana, e in molti hanno avuto da ridire anche sulla presenza di Carlo Verdone, troppo abituati ad apprezzarlo nella sua veste comica. Ma Carlo Verdone è un attore (oggi anche regista), non un cliché, e ha degnamente recitato la parte del poeta fallito.

Che dire, io posso amare altri generi di film, ma questo non mi rende cieca davanti a una storia che possiede una grande dignità. Inoltre vorrei ricordare a tutti noi italiani, che dovremmo essere un po’ più orgogliosi di chi riesce a far parlare del nostro paese senza toccare temi scabrosi o violenti o legati alla politica. L’Italia, in America, ha preso un Oscar per il miglior film straniero. L’Italia vanta un regista che si è aggiudicato tantissimi premi. La Francia e l’Inghilterra lo stanno osannando. Davvero tutto questo a nessuno ha fatto piacere?

Vi lascio con una personale riflessione: non ho mai visto, su Facebook, tanto movimento e tanti commenti denigratori contro un film americano.








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Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.