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pubblicato venerdì, 18 aprile 2014 da Roby in Premi letterari
 
 

Addio Gabo, stavolta sei morto davvero

Gabriel García Márquez

L’ultima volta era accaduto il 30 aprile 2013: un falso account appena creato e attribuito a Mario Vargas Llosa aveva diffuso con un tweet la falsa notizia della morte di Gabriel García Marquez, ma la bufala era durata pochi minuti, non come l’anno precedente, in cui a comunicare il presunto scoop era stato un sedicente Umberto Eco e all’annuncio erano seguiti messaggi di cordoglio da tutto il mondo. Stavolta, invece, è tutto vero: lo scrittore colombiano classe 1927 (e non 1928 come scrivono alcuni: anche sulla sua data di nascita, quindi, oltre che su quella di morte, girano bufale) si è spento a Città del Messico, assistito dall’amorevole moglie Mercedes. Negli ultimi giorni le sue condizioni di salute di erano aggravate a seguito di una polmonite, per la quale era stato ricoverato.

“Aveva sentito dire che la gente non muore quando deve, ma quando vuole” (da Il mare del tempo perduto).

Se è vero quanto si dice, che augurare la morte a qualcuno gli allunga la vita, allora Marquez di anni deve averne sgraffignati un bel po’: fu nel 2000, anno in cui lo scrittore stava combattendo contro un tumore al sistema linfatico, che per la prima volta ne venne annunciata falsamente la morte, con la diffusione in rete dello scritto La Marioneta, una sorta di commiato da parenti, amici e fan di cui Marquez negò con forza la paternità: “Quello che potrebbe uccidermi – commentò – è che qualcuno possa credere che abbia scritto una cosa così kitsch”.

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla” (da Vivere per raccontarla).

Della sua vita sappiamo che cominciò in un paesino della Colombia fluviale, primogenito dei sedici figli di un telegrafista, e continuò a Barranquilla con i nonni materni. Studiò legge a Bogotà, ma per breve tempo, perché preferiva scrivere, quindi iniziò a lavorare come giornalista e poi a viaggiare. Si sposò, ebbe due figli maschi, e in seguito alla vittoria della rivoluzione castrista a Cuba manifestò simpatie socialiste, perciò, controllato dalla CIA perché viveva a New York, dovette trasferirsi in Messico. Negli anni ’70 si scagliò contro le dittature militari sudamericane, in particolare contro quella in Cile di Pinochet che aveva portato alla morte del presidente Allende. Nel 1982 vinse il Premio Nobel per la letteratura, poi la malattia rese la sua scrittura più introspettiva e iniziò a mettere nero su bianco le sue memorie che videro la luce nel 2002. L’anno scorso l’annuncio scioccante del fidato amico Mendoza: Marquez ha il morbo di Alzheimer e non scriverà più. La moglie smentisce, dichiarando a carico del marito solo qualche problemino di memoria; Gabo, per tutta risposta, in occasione del suo ottantaseiesimo compleanno appare in pubblico dicendosi felice di essere arrivato a quest’età, ma senza fare cenno alla propria malattia.

I romanzi di Gabriel García Márquez

Gabriel García Márquez

“L’ispirazione non dà preavvisi” (da Memorie delle mie puttane tristi).

Per Gabriel García Marquez come romanziere la notorietà arriva nel 1967 con la pubblicazione del suo capolavoro: Cent’anni di solitudine, che narra attraverso più generazioni, la vita intricata della famiglia Buendía che risiede nella cittadina immaginaria di Macondo, per la quale si dice prese spunto un po’ da Aracataca, dove passò parte dell’infanzia, un po’ dal villaggio bananiero di Makond. Considerata il capostipite letterario del realismo magico, molto presente nella letteratura sudamericana, nell’opera se ne ravvisano tutte le caratteristiche: elementi di fantasia inseriti in contesti realistici o verosimili e in essa si delinea la scrittura di Marquez ricca di flashback e flashforward che rendono i suoi libri dinamici, vivi, per i suoi detrattori un po’ difficili da seguire.

Un altro suo indimenticabile scritto è L’amore ai tempi del colera, opera del 1985 che con grande spirito comico misto a disperazione, racconta la pazienza di un amore vero, totale e insopprimibile come quello di Florentino per Fermina, che troverà coronamento solo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese” dopo.

Nel 1981 era uscito anche Cronaca di una morte annunciata (e quante volte lo fu anche quella di Marquez stesso, ironia della sorte) uno dei romanzi più brevi ma secondo i critici meglio riusciti dell’autore: è la ricostruzione fatta a posteriori dal narratore, della morte di Santiago Nasar, accusato di aver tolto l’onore ad Angela Vicario e perciò perseguitato e infine accoltellato dai fratelli di lei.

“Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto. – È vero – le rispose lui – ma farai bene a non crederci” (da Dell’amore e di altri demoni).

Tornato alla vita dopo aver sconfitto il cancro, Gabo torna anche alla scrittura e pubblica Memorie delle mie puttane tristi, che narra la storia di un giornalista ormai anziano che solo nella passione carnale con un’adolescente scopre davvero l’amore e solo accanto a lei sarà capace di intraprendere un viaggio interiore alla scoperta di un sé che potrebbe interrompersi all’improvviso come la sua vita di ultranovantenne. L’ultima opera di Marquez, datata 2007, è Diatriba d’amore contro un uomo seduto, l’unico testo teatrale dell’autore che è un ultimo, disperato inno all’amore gridato nel monologo di Graciela, la figlia di una lavandaia che ha saputo risalire la scala sociale grazie a un matrimonio ‘giusto’ all’interno del quale, però, venticinque anni dopo si scopre tutt’altro che felice, legata indissolubilmente a un uomo seduto in poltrona che legge con indifferenza il giornale.

“Così pensava a lui senza volerlo, e quanto più pensava a lui più le veniva rabbia, e quanto più le veniva rabbia tanto più pensava a lui, finché non fu qualcosa di così insopportabile che le travolse la ragione” (da L’amore ai tempi del colera).


Roby

 








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