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pubblicato lunedì, 19 maggio 2014 da Roby in Mondolibri
 
 

150 anni fa moriva Nathaniel Hawthorne, lo scrittore che “non viveva, ma sognava di farlo”

Nathaniel Hawthorne (1804-1964)

Stava accompagnando il suo amico e quattordicesimo presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Pierce, in una gita alle White Mountains, Nathaniel Hawthorne, quando il 19 maggio 1864 morì della più dolce delle morti: quella che raggiunge l’uomo nel sonno e non lo fa svegliare più. Lasciava una moglie, tre figli, ma soprattutto un romanzo incompiuto (Settimio Felton anche noto come L’elisir di lunga vita) e la fama di essere uno dei quattro più grandi scrittori d’oltreoceano del XIX secolo, il primo davvero “americano”, esponente di una letteratura finalmente autonoma, affrancatasi con tanta fatica dalla sudditanza britannica.

Così, almeno, venne considerato dalla critica il suo masterpiece La lettera scarlatta al momento della pubblicazione nel 1850; ebbe talmente successo che gli consentì – cosa ancora molto rara in quegli anni, nel nuovo continente – di mantenere se stesso e la propria famiglia con i guadagni da scrittore. Se dovessimo, quindi, identificare Hawthorne con un oggetto non potremmo che scegliere questa infuocata lettera ricamata sul petto degli adulteri, esattamente come Mark Twain ci farebbe immediatamente pensare a un battello a vapore in navigazione sul Mississippi, mentre se fossero animali, Melville sarebbe certamente una balena bianca e Poe inevitabilmente un gatto nero.

In questo podio a quattro, dunque, Hawthorne godeva della buona compagnia di eccellenti scrittori, un paio dei quali ebbe modo di conoscerli realmente: Melville, da buon amico quale gli era stato, gli dedicò il suo insuperato capolavoro Moby Dick e di lui scrisse che il suo lato oscuro era “avvolto nel buio, dieci volte nero”. Meno affascinato dalla sua personalità come dalle sue opere, Poe, che lo recensì più volte ma mai in maniera benevola: non apprezzava nella sua letteratura né le allegorie né il racconto a sfondo morale.

Nathaniel Hawthorne tra impegno politico e letteratura

Nathaniel Hawthorne (1804-1964)E pensare che Hawthorne era diventato romanziere quasi per caso, unica possibilità di carriera che lui non aveva scartato e che spiegava così: “Non voglio essere un medico e vivere delle malattie degli uomini, né un ministro che vive grazie ai loro peccati, o un avvocato che campa sui loro litigi. Quindi non vedo cos’altro potrei fare se non lo scrittore”. E certo – aggiungiamo noi – non voleva neppure fare il giudice, considerando che per prendere anche anagraficamente le distanze da quell’ingombrante antenato che aveva contribuito a emettere il verdetto del processo alle streghe di Salem, fece aggiungere una “w”, simbolo di magnanimità e apertura mentale (è l’iniziale sia di well,‘bene’, sia di whig, ‘liberale’), al suo cognome. Però quelle malattie, quei peccati e quei litigi gli servirono eccome, per farcire i suoi romanzi che grondavano vita da ogni pagina, la vita a doppia faccia che si viveva nel New England più puritano: elegante ed educata in superficie, spesso sordida e dedita al vizio in profondità.

Da grande esploratore della condizione umana, Hawthorne si può definire un esponente del movimento romantico, anche se all’inizio della sua carriera sperimentò il trascendentalismo di Emerson e Thoreau addirittura trasferendosi nella comunità di Brook Farm. L’esperienza gli ispirò il suo terzo romanzo: Valgioconda (in alcune traduzioni Valgioiosa, ndr) che racconta l’esperimento di un gruppo di uomini e donne schiavi dell’utopia alla ricerca dell’Arcadia, un progetto che non potrà che rivelarsi fallimentare.

Negli anni di vita comunitaria, Hawthorne – non ancora autore di successo – lavorava alla dogana di Boston e in seguito fu nominato supervisore a quella di Salem, sua città natale, salvo poi essere licenziato in seguito al risultato delle Presidenziali del 1848, prima vittima di un’ancora acerbo spoil system.

Era come se avesse due vite, dunque, una al lavoro e una nella comunità, e da scrittore si potrebbe dire anche avesse due stili: da una parte la fedeltà alla realtà, dall’altra quella alla “storia alternativa”, l’ucronia: un genere di narrativa fantastica basata sulla generale premessa che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo a quello reale.

I racconti e i romanzi di Nathaniel Hawthorne

In ognuno dei quattro romanzi conosciuti e nelle miriadi di racconti usciti dalla sua penna si ravvisano elementi dell’uno o dell’altro Hawthorne, fin da quando – ancora giovanissimo – scriveva rintanato nel suo “nido di gufo”, la casa paterna, da dove nel 1828 diede alle stampe in forma anonima il romanzo Lo studente che poi in seguito rinnegò tentando di farlo ritirare dal mercato bruciando le copie superstiti e non parlandone mai più, tanto che anche la moglie Sofia, dopo la sua morte, negò sempre che il marito avesse mai scritto un romanzo con quel titolo, sebbene l’esistenza di una sola copia dimostrasse il contrario.

Il “vizietto” del fuoco gli costò anche i primi racconti, dati alle fiamme in un impeto di rabbia quando ne rifiutarono la pubblicazione, mentre di tutt’altra vampa tratta La lettera scarlatta, ispirata – forse – a una vera lettera di stoffa rossa che Hawthorne trovò in soffitta l’anno che morì sua madre. La storia dell’adultera Hester che nel XVII secolo affronta il pubblico ludibrio pur di non rivelare l’identità del padre di sua figlia (il reverendo del paese ndr) e la sua lotta per costruirsi lontano una vita migliore, conquistò la società dell’epoca che mai aveva letto in un romanzo così ben declinati i temi della legalità, della grazia e della colpa.

Il grande classico della maledizione degli Atridi, per cui le colpe dei padri ricadranno sui figli, è invece al centro del suo secondo romanzo, La casa dei sette abbaini, la cui protagonista è appunto una malridotta tenuta contesa tra le famiglie dei Pyncheon e dei Maule, che alla luce delle vicende narrate nell’opera, pare portasse sfortuna.

Infine Il fauno di marmo, che fu ispirato a Hawthorne da un viaggio a Roma. Nel poscritto l’autore afferma di essersi risolto a scriverlo con riluttanza, e di aver cercato di fare in modo che i personaggi fossero in un certo qual modo contemporaneamente legati alla dimensione umana, ma anche distaccati dalla sfera mondana. Un carattere sfuggente e sognante che è proprio di tutta la scarna produzione romanziera di Hawthorne come pure della sua, al contrario, ipernutrita quantità di racconti brevi e che probabilmente i suoi contemporanei faticavano a capire.

Un elemento, un quid talmente “alieno” da cucire addosso all’autore un alone di mistero, un’aura fantascientifica che gli fece guadagnare anche un singolare omaggio: un cratere col suo nome sul pianeta Mercurio.




Roby