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pubblicato venerdì, 13 giugno 2014 da Roby in Mondolibri
 
 

I 100 anni di Anna Maria Ortese: avrebbe un secolo, oggi, la “zingara sognatrice”

Anna Maria OrteseSembra impossibile, eppure è la verità: se fosse ancora viva, oggi, Anna Maria Ortese, femminista ante litteram suo malgrado, compirebbe cento anni. E appare impossibile non tanto per le sue opere, che nella crudezza descrittiva di un realismo pur magico – specialmente i reportage giornalistici – risentono del tempo, e soprattutto della Storia che scorre, quanto per la sua personalità moderna, per quella fame di conoscenza allora quasi proibita al genere femminile e che ancora oggi molte donne non hanno, preferendole la tranquillità di un focolare, minimalista e super accessoriato quanto ci pare, ma pur sempre un focolare.

Lei no, lei il viaggio ce lo aveva nel sangue, e al suo itinerante altare sacrificò l’idea di farsi una famiglia (anche questo impensabile per una donna dell’epoca a meno che non avesse scelto la strada del convento) come pure vi sacrificò la vita della sorella Maria, che la seguì sempre, spesso mantenendola con il suo stipendio prima e con la sua pensione poi, tanto erano irrisori i guadagni della Ortese scrittrice, vittima non solo del periodo e del contesto geografico, ma anche di quello sociale.

Il cliché del poeta povero in canna, quindi, aderiva benissimo alla vita dell’autrice, come pure quello della figlia femmina che non era tanto importante far studiare: date le indigenti condizioni della famiglia, infatti, la sua istruzione elementare fu molto frammentaria, ma fu nel privato della sua volontà che Anna Maria si dedicò al disegno e al pianoforte prima di scoprire la scrittura, che proprio come un amante seppe lenire i suoi dolori per la perdita di due fratelli marinai, il primo a Martinica e il secondo – suo gemello – in Albania, ma gliene procurò anche molti, inserendola a pieno titolo nell’elenco dei geni incompresi. Genio, sì, perché sfido chiunque se non a possedere un tale acume letterario per penetrare la realtà, per lo meno uno stile e una scioltezza di scrittura decenti senza aver conseguito neppure la licenza elementare. Forse fu per questa sua lacuna formale, o forse per un maniacale senso di perfezione, che Anna Maria scriveva e correggeva, riscriveva e ricorreggeva: un processo infinito testimoniato a noi dall’incredibile quantità, nelle sue opere, di note a margine.

Malgrado la mia vita non sia ciò che si dice una vita realizzata, devo considerarmi fortunata perché, su un totale di almeno cinquant’anni di vita adulta, riuscii qualche volta ad accostare questa riva luminosa – io che mi considero un eterno naufrago – dell’espressione o espressività che avevano per scopo questo eterno interesse: cogliere e fissare… il meraviglioso fenomeno del vivere e del sentire […]. Tale sentimento può essere meglio definito dalle parole: estasi, estatico, fuggente, insondabile.

Così scriveva in una delle ultime opere che può considerarsi una sorta di testamento umano e letterario, Corpo celeste, con l’amarezza di chi non è stata capita fino in fondo, in qualche modo mitigata dalla dolce consapevolezza di aver vissuto come si è voluto. E in questa vita da zingara non devono far sorridere le tante destinazioni italiane (oggi se scrivi un libro di racconti di viaggio devi essere stato per lo meno in Polinesia), in considerazione di quanto fosse difficile nonché disdicevole per una donna sola dell’immediato dopoguerra viaggiare per il puro piacere di farlo. E poi che bisogno aveva la Ortese di andare chissà dove, quando tutto il mondo con le sue delizie e i suoi sfaceli, le si spalancava sotto gli occhi?

Là dove c’era stata la guerra, ora c’era la pace e le persone, come le città, parevano dormire un sonno triste: è quanto accadeva in Italia e soprattutto a Napoli, croce e delizia della sua vita e della sua narrativa. La città partenopea è forse quella per cui Anna Maria ha speso più parole, amandola di un amore incondizionato, scrutandola senza filtri e per questo ricevendo in cambio anche molte “zoccolate”: Il mare non bagna Napoli (1953) è un’opera in cinque capitoli che descrive le tragiche condizioni in cui versava la Napoli del secondo dopoguerra, ma è soprattutto l’ultimo racconto, Il silenzio della ragione, dedicato agli scrittori napoletani e a quell’élite culturale dalla quale si sentiva ingiustamente rifiutata, ad aver suscitato proprio in quel mondo le reazioni più violente, tanto che da allora in poi la Ortese ebbe molte difficoltà a tornare in città, almeno fisicamente. Napoli, comunque, restava nel suo cuore e con esso spesso vi tornava: sia Il porto di Toledo (1975) che Il cardillo addolorato (1993), infatti, sono ispirate alla perla partenopea.

Ma Anna Maria si spinse anche molto più lontano, fino in Russia, e fu tra i primi giornalisti in assoluto a scrivere della Transiberiana, delle donne di Mosca e del vivere sovietico, ancora una volta come era abituata a fare: con schiettezza e senza prendere ordini da nessuno. I luoghi e le persone che attraversavano la sua vita erano scannerizzati, diremmo oggi, dalla sua Lente scura, oltre la quale risaltavano per quello che erano, con le loro brutture e le loro distorsioni, mai edulcorate dai buoni sentimenti, come impone il realismo più estremo. Ecco perché i pochi esseri umani che trovano spazio nelle sue opere sono caricati di tratti angelici o, all’opposto, bestiali, mentre a essere più ‘umani’ nel senso proprio della parola sono gli animali, come L’iguana dell’omonimo romanzo, che costituisce una sorta di alter ego dell’autrice, che nello svilupparsi degli eventi capisce quanto sia crudele e detestabile l’uomo che crede di poter essere arbitro della sorte di tutto e di tutti.

Non si possono non citare, infine, altri due temi carissimi alla Ortese e ricorrenti nei suoi racconti come nei suoi romanzi: il mare e la casa. Con il primo ha una specie di conflitto irrisolto: il mare è, infatti, colui che l’affascina e la riempie d’emozioni, ma anche il mostro indomabile che le ha strappato, assieme ai fratelli, un pezzo di cuore, nonché metafora del suo lavoro, perché come il mare lambisce la spiaggia, modellandola, così lo scrittore torna sulla frase levigandone le parole e aggiustandone le sfumature. La casa, invece, nonostante il modo in cui condusse la sua vita nomade, era vista come un rifugio mitico, un luogo di sentimenti forti come quella felicità ormai perduta e che non sentiva, perciò, di meritare. Lei, che un tetto sopra la testa non l’aveva avuto neppure appena nata (la famiglia dovette trasferirsi spesso, accentuando la sua vocazione nomade) e che a stento lo ebbe negli ultimi anni, peraltro solo grazie a una petizione promossa dagli amici Citati e Bellezza dopo lo sfratto subìto, che le fece assegnare anche una pensione, come prevedeva la legge Bacchelli per il sostentamento di personaggi illustri che vivevano in un particolare stato di necessità.

Foto | Wikipedia


Roby

 








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