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pubblicato lunedì, 1 settembre 2014 da Susanna Trossero in Racconti e testi
 
 

Un profumo croccante

Un profumo croccante

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iò che turba e inquieta fin dall’inizio, è l’odore; il più prepotente è quello del disinfettante, certo, ma anche gli altri (minestrone, detersivo per pavimenti, medicinali) non scherzano in quel loro impregnare le cose o la gente, spersonalizzando tutto. I pigiami non profumano più, e le coperte, i cuscini, sedie e tavoli, mani, capelli e divise, emanano tutti lo stesso odore al quale difficilmente ci si abitua. Più facile accettare la nuova condizione di infermi, piuttosto che adattarsi a far parte di quegli “effluvi” poco simpatici; ma tanto è inutile cercare di contrastarli.

Le persone, in ospedale, dormicchiano, leggono, fanno cruciverba, guardano in tv chi aprirà il pacco milionario, attendono qualcuno o pensano fissando il vuoto, desiderando dell’altro lontano da lì, ma tutti – indistintamente – convivono con qualcosa di peggio rispetto all’odore: la vulnerabilità.

La tocco con mano a ogni turno e sempre mi colpisce, perché ancora non assuefatta al mio nuovo mestiere e troppo coinvolta da questi “numeri” che per me sono e restano nomi, volti, uomini, donne. La vecchina, per esempio, ha sempre un sorriso per me e io una carezza per lei; la chiamo “zia Teresa”, così come solevano chiamarla i vicini di casa al paese, là dove zia non è sinonimo di parentela ma un titolo che si guadagna con l’età.

Il pane è il simbolo del lavoro, non può essere pigro. Seguire i suoi orari vuole dire seguire il suo sano esempio

Non ci tornerà, nel suo quartiere, né più seppellirà le patate sotto la brace del camino: il suo tempo è finito e il paese è troppo lontano perché i suoi conoscenti le facciano visita. Chissà chi l’ha portata qui in città…

Osanna figli e nipoti che vivono in Francia, mi racconta di loro con rispetto e ammirazione ma io vedo solo egoismo in coloro che non trovano il tempo di tenerle la mano, mentre lascia lentamente questo mondo di menefreghisti.

“Zia Teresa, perché è già sveglia?” E, così dicendo, l’aiuto a tirarsi un po’ su perché stia più comoda.

L’alba non si è ancora affacciata dalle grandi finestre, ma lei ha gli occhi aperti e si pettina i radi capelli bianchi e sottili tutti all’indietro, rimirandosi davanti a uno specchio che io stessa le ho procurato. Poi copre il capo con un fazzoletto marrone che annoda sotto il mento e mi dice:

“Ho dormito a sufficienza, tanto qui non faccio altro!” e inforca gli occhiali.

“Mi sembra una mussulmana con quel fazzoletto in testa, guardi che i tempi son cambiati eh? Ha fame?”

“Non ancora, tesoro. Però ho sognato la bottega del fornaio che sta nella via principale del mio paese, quella dove hanno messo la statua del santo patrono. Io abito proprio là, sai? Lo fanno morire di fame, quel santo lì, con il profumo del pane appena sfornato che la mattina entra in tutte le case e se ne va per strada. Sai quando è proprio bello? D’estate, perché si dorme sempre con le finestre aperte ed è quell’odore croccante a svegliarti. Insomma, non appena il pane è pronto ti viene a chiamare, e tu sai che è ora di lasciare il letto. Non c’è neppure bisogno di puntare la sveglia”.

“Mamma mia, zia Teresa, il pane di solito è cotto che è ancora buio, proprio come adesso… Non è troppo presto per cominciare la giornata?”

Ride, fregandosi gli occhi col pugno chiuso proprio come fanno i bambini.

“Il pane è il simbolo del lavoro, non può essere pigro. Seguire i suoi orari vuole dire seguire il suo sano esempio, tutto qui. È solo questione d’abitudine”.

Odore croccante…

Alliscia il lenzuolo con le sue mani antiche e segnate dal tempo, poi prosegue:

“Al paese, a volte, mentre le stelle piano piano si spengono, io spio dalla finestra il lavoro di quegli uomini imbiancati di farina. C’è una vetrata senza tende né imposte da dove si possono imparare tante cose solo guardando.

Io, il pane, è come se lo avessi fatto mille volte, grazie a quella vetrata! Qualche volta scendo giù con addosso qualcosa che copra per bene la camicia da notte, e mi faccio dare qualche pagnotta calda appena sfornata da portar su. Non è che ho fretta di fare la spesa, è solo che – se le compro subito – poi tutta casa si impregna di quel profumo di buono, capisci?”

Qualcosa mi stringe la gola e sento le lacrime pungermi gli occhi, spintonandosi tra loro per uscire allo scoperto. Fingo uno starnuto, mi soffio il naso, e zia Teresa non si accorge di nulla. Penso agli odori sgradevoli di questo ospedale, a quelli che lei ha perduto, al medico del reparto che ieri mi ha detto “Ha novantaquattro anni, si sta semplicemente spegnendo, niente di più naturale. Credo sia questione di giorni” e non capisco perché non le sia stato concesso di morire a casa sua, tra le sue cose, assistita da qualche anima buona, con le finestre spalancate sulla via del santo patrono.

Le cambio la flebo, poi…

“Il mio turno è finito, ora vado a casa a dormire un po’ ma torno al tramonto, va bene?”

“Certo cara, tanto io di qui non scappo mica!”

Fuori, il cielo si sta accendendo pian piano di azzurro, annunciando il nuovo giorno che si prevede ventoso. Ed è proprio il vento a portare da me un inaspettato profumo di pane. È vago, così delicato che penso si tratti di una allucinazione olfattiva dovuta ai racconti dell’anziana Teresa, ma curiosa mi spingo fuori dal parcheggio riservato al personale. A piedi raggiungo una viuzza laterale, e poi un’altra ed eccolo là, il negozio di un fornaio. La saracinesca è aperta per metà, forse è ancora troppo presto, ma chinandomi mi affaccio all’interno e domando se posso comprare del pane.

Con una grossa e calda focaccia di grano duro dalla crosta dorata, corro verso l’ospedale; quasi volo sulle scale evitando l’ascensore, che quando lo chiami ci mette una vita ad arrivare, e raggiungo il reparto, poi la sua camera, la camera di zia Teresa.

“Ho un regalo per lei” dico ansimando, ma l’ha già raggiunta il profumo tanto amato e ha capito. Le si illuminano gli occhi, prende quel grande pane tra le mani mettendo via la busta di carta, lo annusa e lo bacia con estrema delicatezza. È senza parole. Anche io lo sono.

***

Al turno successivo, lei non c’è più e hanno già provveduto a cambiare le lenzuola. La focaccia invece sta dentro al comodino, avvolta da una federa pulita, bianca candida, che chissà come si è procurata.

Se n’è andata felice, accompagnata dall’odore croccante del pane che ti viene a chiamare.

Foto | Pixabay


Susanna Trossero

 

Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.









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