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pubblicato mercoledì, 24 settembre 2014 da Roby in Mondolibri
 
 

A 60 anni dalla morte di Vitaliano Brancati il mito dello sciupafemmine resiste ancora

Vitaliano Brancati

Sessant’anni fa un errore chirurgico, forse evitabile, strappava alla vita e alla letteratura Vitaliano Brancati, uno dei narratori più brillanti del Novecento, voce di una Sicilia e di un’Italia in qualche modo sempre fuori dal coro. Appena un anno prima, nel 1953, la separazione dall’amore, tormentato, di sempre: Anna Proclemer.

Nell’anniversario della sua scomparsa abbiamo deciso di ricordarlo attraverso le sue parole, i suoi personaggi, i suoi romanzi, che ripercorriamo assieme alla prof. Alessia De Pasquale, docente di letteratura italiana ed esperta della poetica di Brancati.

Il tema principale che emerge dalle opere di Brancati sembra essere quello dell’erotismo, mi sbaglio? Come si evolve nelle sue opere?
Più che semplice erotismo direi che Brancati ha inseguito per tutta la vita il mito dell’equilibrio tra ragione e sensi, comprendendo poi, nella maturità, che questo equilibrio è impossibile. C’è quindi un’evoluzione naturale dal Don Giovanni in Sicilia, in cui il protagonista incarna il mito dello sciupafemmine, a Il Bell’Antonio, in cui il mito s’incrina ma sopravvive ancora una sorta di positivismo, fino ad arrivare a Paolo il caldo, in cui tutto si drammatizza e si cede all’irrazionalismo. D’altronde l’autore dimostra narrativamente quello che sperimenta anche nella vita: che il mito della ragione radicato nella Sicilia di Borgese e Pirandello, in realtà, non esiste. Tuttavia anche in Paolo il caldo – che è sicuramente il personaggio più tragico in questo senso nonostante il romanzo sia incompiuto – resta quell’elemento solare di fondo che è proprio della sicilianità, della meridionalità, ma attenzione: non si tratta di una solarità spensierata, è più una solarità “nera”.

Vitaliano BrancatiIl più grande allievo di Brancati – Sciascia – disse di lui che era lo scrittore che meglio aveva saputo rappresentare le due commedie italiane del fascismo e dell’erotismo, che in Italia diventano entrambe tragedia. Come si legano queste due tematiche nella sua poetica?
Si legano in modo diverso in ogni romanzo. Il Don Giovanni è ambientato in piena epoca fascista in cui s’inquadra perfettamente il tema del gallismo: lo stesso Giovanni altri non è che metafora del gerarca donnaiolo, ma qui, ripeto, è ancora una sessualità ludica. Il Bell’Antonio è un romanzo più strutturato e il personaggio è più complesso dal punto di vista emotivo, ma troviamo comunque nel padre Alfio la personificazione del mito del donnaiolo fascista che ci tiene molto a diffondere la voce che suo figlio è un grande amatore perché non concepisce altra dimensione umana che quella inerente la sfera sessuale. Antonio, invece, che ha sempre vissuto celando la sua impotenza, a un certo punto cerca di venirne a capo e propone alla moglie un rapporto platonico, il “patto angelico” lo chiama; lei prima ci sta, poi soccombe alle pressioni della società che la circonda e rivela il segreto del marito mostrando, tra l’altro, la sua vera natura di donna piccola e arrivista. In Paolo il caldo è ancora più evidente nelle contraddizioni che vive il protagonista stesso, che alterna momenti di lucidità a rovinose cadute nella trappola dell’irrazionalità e dell’inettitudine. Ricordiamo, poi, che Brancati, tra i suoi saggi, ha anche scritto Diario romano. Dal punto di vista dello stile, poi, pure c’è un’evoluzione: da giovane cerca di rifarsi al tono trionfalistico di D’Annunzio, che in seguito ripudierà, insegue un po’ anche il Pascoli, per poi distaccarsene, ed è anche per questo motivo che Brancati non va inserito in nessuna corrente della narrativa novecentesca.

Del suo Paese, Brancati scrive: “Il caldo dell’Africa e il freddo dell’Europa vi si rincorrono con molto rumore cedendo ora l’uno ora l’altro”…
Qui probabilmente Brancati si riferisce al rapporto tra la Sicilia e l’Europa, che si evidenzia maggiormente nel Bell’Antonio, quando uno zio del protagonista, che aveva combattuto nella guerra di Spagna, parlando del problema di Antonio lo chiama “disgrazia”, pari alla disgrazia che, appunto, vive l’Europa con la guerra. Dal momento che si tratta di uno zio di Antonio, quindi un siciliano, possiamo vedervi un collegamento tra l’insensatezza del gallismo siciliano (e fascista) e la guerra (fascista ancora) portatrice di morte. Quando scoppia lo scandalo intorno al mito di Antonio, Brancati scrive che fece rumore “come il boato dell’Etna” e qui iniziano le contrapposizioni per così dire “caldo-freddo” tra la società promotrice del valore della virilità fascista, con cui si schierano anche la chiesa, la famiglia e la moglie che compiono un vero e proprio linciaggio sociale, e lui che, invece, rappresenta la bontà, l’ingegno e l’intelligenza. Alcuni riferimenti al caldo, e all’Etna, infine, possono leggersi anche in chiave psicanalitica. Per quanto riguarda l’Italia, Brancati non ne parla mai se non vagamente di un nord da cui provengono alcuni personaggi femminili, donne fredde e glaciali, in effetti.

A proposito di patriottismo: come si poneva Brancati di fronte a questo sentimento, avendo scritto: “Io non dirò che sono innamorato del popolo siciliano, ma ne sono senz’alcun dubbio amico, parente e ammiratore”?
Del popolo siciliano certamente Brancati repelle gli aspetti dell’ottusità e della chiusura, il provincialismo, l’essere schierati da una sola parte e ossessionati dal sesso. In questo senso non è amico del suo Paese, ma se lo sente dentro: come tutti i siciliani vive un rapporto viscerale con la terra, anche se prende le distanze da quella grettezza che pur la caratterizza, grettezza aggravata dall’avvento del fascismo e dalla guerra.

Torniamo all’erotismo: nel Don Giovanni Brancati scriveva dei suoi personaggi che “i discorsi sulle donne davano un maggior piacere che le donne stesse”. Non è ancora un po’ così per certi uomini? In fondo, come si capisce alla fine del romanzo, quando Giovanni tornato in Sicilia ritrova la sua identità di seduttore, certe inclinazioni possono mai cambiare?
Assolutamente sì, è un romanzo tremendamente attuale! Giovanni passa da oggetto passivo a soggetto attivo dell’esperienza erotica, ma alla fine scopre che immaginare è addirittura più gratificante che consumare, da cui la decisione di dormire da solo quando con la moglie torna in Sicilia. Qui l’ossessione dell’attivismo si smonta in un attimo ed è il rovesciamento dell’ottica adottata nel primo romanzo per così dire maturo dell’autore, Gli anni perduti.

Vitaliano BrancatiGiovanni, Antonio, Paolo… quale di questi rispecchia di più Vitaliano secondo te e quanto c’è di autobiografico nei suoi personaggi?
Nessuno in particolare e tutti: i personaggi rappresentano l’evoluzione personale dell’autore che dissemina un po’ in tutti elementi autobiografici. Il passaggio da una visione ludica a una tragica è naturale nelle varie fasi della vita, ma va ricordata che quella sessuale è assolutamente e solo una metafora dell’ossessione che attanaglia l’uomo moderno. Quelli di Brancati, infatti, si possono definire romanzi a tesi sull’evoluzione del fallimento che l’essere umano sperimenta su di sé. Forse più autobiografiche sono le donne che Brancati inserisce fuori dal coro, non più subalterne, oggetto del guardare e dell’immaginare del gallo, ma la prova dell’invulnerabilità del mito del gallo. Penso alla Lisa distaccata e critica sull’attivismo de Gli anni perduti, o a alla Ninetta del Don Giovanni, efficientista e intrepida nel contraddire l’uomo; in parte anche a Barbara, la moglie di Antonio, quando accetta il patto angelico a cui poi non riuscirà a tener fede, ma soprattutto a Caterina, protagonista del testo teatrale La governante: una donna intelligente, colta e capace di scelte autonome, emancipata, addirittura lesbica. Anche nella vita di Brancati ci sarà una donna così, per la quale tra l’altro soffrirà molto: Anna Proclemer, che per sua stessa ammissione, lui aveva “innalzato in un tabernacolo di purezza”.

Per concludere: non abbiamo parlato del Brancati sceneggiatore…
Si ricordano soprattutto le collaborazioni con Blasetti, Zampa, e poi Monicelli e Steno, fino a Viaggio in Italia scritto con Rossellini. Ma Brancati ha scritto anche molte pagine di saggistica: era un intellettuale vero che interveniva nel dibattito sociale; ha criticato il fascismo, la censura, portato avanti una polemica sul clericalismo. Infine ha scritto anche per il teatro, probabilmente per avvicinarsi al mondo della donna della sua vita.

Foto | dal web




Roby