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pubblicato mercoledì, 1 ottobre 2014 da Susanna Trossero in Racconti e testi
 
 

Destiny. Un racconto

Destiny. Un racconto

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i piace questo posto, è quello giusto, con il gracidare di rane in lontananza che concilia il sonno. Una gita appena fuori porta e trovi una pace che incanta: alberi spogli sotto un cielo cupo, tappeto di foglie accartocciate, terra bagnata, l’immobilità tutt’intorno… Sì, è quello giusto.

Ho sistemato per bene ogni cosa senza alcuna disperazione: non una lacrima, non un rimpianto o un dubbio, nessuna paura. In fondo sono state le lacrime, i rimpianti, i dubbi e la paura, a condurmi fino a qui, era ovvio che giunti a questo punto se ne sarebbero andati tutti, compagni meschini dei miei vuoti, di solitudini affamate, di fallimenti e incontri devastanti. Non c’è più spazio per niente e nessuno: oggi conto io, io decido, io scelgo.

Un brivido. Oramai le temperature stanno calando, ma ho usato il maglioncino di cotone per sigillare l’apertura del finestrino, quella che permette al tubo di gomma – una stupida pompa da giardiniere – di portare da me i gas di scarico di questa vecchia carretta. Fedele fino all’ultimo, almeno lei.

Che la festa cominci: giro la chiave con mano ferma e senza un nome, un volto, a cui spedire una cartolina immaginaria. Si è sempre soli, quando si va via.

Il solito incerto singhiozzo e l’auto si mette in moto.

Maledette siano le abitudini consolidate tipiche della mezza età, neppure alla fine te ne liberi!

È tutto così strano… Immagino questa mia vita pronta a scemare pian piano come la musica di un grammofono, e mi domando se riconoscerò le ultime note del cilindro o se a quel punto già mi sarò addormentata; in fondo non c’è nulla di cruento nel passare dal sonno alla morte, potrebbe essere addirittura bello, e allora chiudo gli occhi, in attesa. Vorrei un torrente, non lontano da qui, per lasciarmi abbracciare dalla sua melodia. Tante volte, ho desiderato d’essere acqua, e chissà se un desiderio così prepotente in punto di morte possa trasformarsi in possibilità oltre la vita.

Isolo il rumore del motore, ascolto soltanto le rane e lascio fluttuare la mente verso il nulla. Non è facile non pensare, ma lo diventa se ascolti con attenzione anche il ronzio di un calabrone di passaggio, e ti liberi da inutili zavorre… Ecco, ci riesco… Sono bambina tra i giochi, ragazza che sogna ad occhi aperti sul letto, donna che sboccia…

Ma uno squillo oltraggioso, quasi blasfemo, mi fa sobbalzare! Avevo poggiato il telefono cellulare sul sedile del passeggero, come di consueto, e ho dimenticato di spegnerlo. Maledetto. Maledette siano le abitudini consolidate tipiche della mezza età, neppure alla fine te ne liberi!

Il display mi mostra un numero che non conosco. E il suono sgradevole incalza.

Basterebbe pigiare un tasto per ammutolirlo, e allora perché non lo faccio? Pochi secondi irriverenti, pochi squilli, perché prenderlo in mano?

Un colpo di tosse, un’ondata di nausea, poi mi sento dire “Pronto?” e un lui domanda di qualcuno, pronunciando un nome che non mi dice niente. Ha sbagliato numero, lo stronzo. È grottesco che io abbia risposto in un momento come questo. Addirittura comico. Ma lui insiste a voler domandare ancora, e io non chiudo perché all’improvviso ho voglia di essere irritata con qualcuno e lui è perfetto. Questo era il mio momento, non ne avrei avuto degli altri e tutto doveva essere perfetto…

Altro colpo di tosse, e quello che parla di raffreddori, di cambi di stagione, aggiungendo commenti sdolcinati sulla mia voce roca. Quanto tempo è passato? Forse due minuti, e io ancora non ho interrotto questa surreale conversazione, ma respiro male, ho la gola chiusa e parlare mi è difficile…

Parlare?!?

Tutto questo è davvero troppo, io non sono qui per ascoltare le idiozie di uno che rimorchia per telefono! Ora glielo dico, questo è proprio un cretino, ma con la beata sensazione del sonno in arrivo e questi colpi di tosse continui non si può parlare al telefono, accidenti!

Voglio dirgliene quattro, se le merita proprio, spengo il motore e con movimenti legnosi scendo dall’auto. Mi tremano le gambe ma non cedono. Aria, aria fresca, pulita. Una vertigine.

“Sei ancora lì tu?” gli domando con voce stridula.

“Non me ne andrei per nulla al mondo” risponde quello tutto mieloso. Ridicolo.

Poggio la schiena contro la lamiera umida, rabbrividisco ancora e respiro. Respiro.

Sta per piovere e a casa ho lasciato i panni stesi. Che stupida, ci metteranno una vita ad asciugare.

Foto | Pixabay








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Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.