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pubblicato domenica, 12 ottobre 2014 da Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Le piazze, nei libri

Le piazze, nei libri

Quanto sono belle le piazze! Da quelle grandi alle più piccole, da quelle piene di monumenti a quelle semplici di piccoli centri, le piazze rivestono diversi ruoli nella vita delle persone: luogo di incontro, di scambio, di pettegolezzo, di riposo.

Delle piazze venete ci parla Sandro Penna in una sua poesia del 1939:

La veneta piazzetta
antica e mesta, accoglie
odor di mare. E voli
di colombi. Ma resta
nella memoria – e incanta
di sé la luce – il volo
del giovane ciclista
vòlto all’amico: un soffio
melodico: “Vai solo?”

E Vincenzo Cardarelli ne Il cielo sulle città (1949) dipinge per noi le piazze della Capitale:

Ecco le piazze romane, dove le persone, giunte in mezzo, scompaiono in profonda vasca, emergono agli orli e le vedi, a distanza, salire la scalinata di San Pietro come se andassero in paradiso.

Umberto Saba, invece, ci parla della piazza del Duomo di Milano:

Fra le tue pietre e le tue nebbie faccio
villeggiatura. Mi riposo in Piazza
del Duomo. Invece
di stelle
ogni sera s’accendono parole.
Nulla riposa della vita come
la vita.

Le piazze, come dicevamo, sono i luoghi del pettegolezzo: passare un po’ di tempo in piazza voleva dire sapere tutto di tutti. Un quadretto di quello che può succedere in tal senso nelle piazze ce lo racconta José Saramago nel delizioso libretto Il racconto dell’isola sconosciuta. Un uomo si era recato dal re per chiedergli in dono una barca. Anche se il re non era solito dare udienza a chi gli domandava qualcosa ma solo a chi lo lodava, alla fine il re dovette cedere alle insistenze del suddito e ascoltare almeno cosa avesse da dire:

L’inopinata comparsa del re (una cosa che non era mai accaduta da quando aveva la corona in testa) provocò un’immensa sorpresa […] anche ai vicini che, attratti dalla repentina agitazione, si erano affacciati alle finestre della case, dall’altro lato della strada.

Celebre la piazza descritta da Ignazio Silone in Fontamara. Una sera giungono in paese molti camion colmi di uomini armati che indossano camicie nere i quali perquisiscono tutte le case e radunano gli uomini in piazza. È qui che un uomo con la fascia tricolore chiede loro: “Chi evviva?”.

Così cominciò l’esame.
Il primo ad essere chiamato fu proprio Teofilo il sacrestano.
“Chi evviva?” gli domandò bruscamente l’omino con la fascia tricolore.
Teofilo sembrò cadere dalle nuvole.
“Chi evviva?” ripeté irritato il rappresentante delle autorità.
Teofilo girò il volto sparuto verso di noi, come per avere un suggerimento, ma ognuno di noi ne sapeva quanto lui. E siccome il poveraccio dava segni di non saper rispondere, l’omino si rivolse a Filippo il Bello che aveva un gran registro tra le mani e gli ordinò:
“Scrivi accanto al suo nome: refrattario.”
Teofilo se ne andò assai costernato. il secondo ad essere chiamato fu Anacleto il Sartore.
“Chi evviva?” gli domandò il panciuto.
Anacleto che aveva avuto il tempo di riflettere rispose:
“Evviva Maria.”
“Quale Maria?” gli chiese Filippo il Bello.
Anacleto rifletté un po’, sembrò esitare e poi precisò: “Quella di Loreto.”
“Scrivi” ordinò l’omino al cantoniere con voce sprezzante: “refrattario.”
Anacleto non voleva andarsene: egli si dichiarò disposto a menzionare la Madonna di Pompei, piuttosto che quella di Loreto, ma fu spinto via in malo modo. Il terzo ad essere chiamato fu il vecchio Braciola. Anche lui aveva la risposta pronta e gridò:
“Viva san Rocco.”
Ma neppure quella risposta soddisfece l’omino che ordinò al cantoniere:
“Scrivi: refrattario.”
Fu il turno di Cipolla.
“Chi evviva?” gli fu domandato.
“Scusate, cosa significa?” egli si azzardò a chiedere.
“Rispondi sinceramente quello che pensi” gli ordinò l’omino. “Chi evviva?”
“Evviva il pane e il vino.” Fu la risposta sincera di Cipolla.
anche lui fu segnato come refrattario.

E giù, giù tra “evviva” e “abbasso” in una piazza di paese.

Quando si parla di piazze, forse a molti di noi viene in mente la Piazza Grande cantata da Lucio Dalla. E così, con Lucio Dalla, concludiamo il nostro viaggio letterario sulle piazze.

Foto | Pixabay




Roberto Russo

 

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.