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Posted domenica, 9 novembre 2014 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

A 50 anni dalla scomparsa, ricordiamo Cecília Meireles, cantrice della saudade carioca

Cecília Meireles

Se la vita di Cecília Meireles fosse un sostantivo, sarebbe perdita. La morte, infatti, ha segnato molto presto la biografia di questa precocissima letterata brasiliana (scrisse la prima poesia a nove anni), forse non a caso nata e morta, a 63 anni, nel mese di novembre. Unica sopravvissuta di quattro figli, suo padre scomparve qualche mese prima della sua nascita; la madre quando ancora non aveva tre anni; più tardi dovrà affrontare anche la dipartita del marito, suicidatosi nel 1935 dopo anni di depressione. Da queste esperienze la poetessa triste trasse molta della linfa che irrorò le sue poesie, tanto da farla diventare una delle voci più grandi della lirica in lingua portoghese. Come lei stessa scriverà, crebbe con la nonna – una figura importantissima nella sua poetica – ma anche con il silenzio e la solitudine come compagne di giochi e con “un’intimità con la Morte” che dolcemente le ha insegnato “questa relazione tra l’effimero e l’eterno”. Una personalità, la sua, fondata per necessità sul sentimento della transitorietà e affatto spaventata dalla possibilità di perdere qualcosa, perché le cose più grandi, gli affetti, li aveva già perduti:

Voglio una solitudine, voglio un silenzio, una notte d’abisso e l’anima inconsutile, per dimenticarmi che vivo, liberarmi dalle pareti, da tutto ciò che imprigiona…

Nella vita e nei componimenti di Cecília Meireles la tristezza si smorza, si mescola al sapore zuccherato della malinconia e muta in quel sentimento, tutto brasiliano, della saudade: un’infelicità illuminata dalla memoria, che guadagna contorni e si trasforma quasi nel suo contrario. Si tratta di una carezzevole sofferenza per la separazione da qualcosa che si ama e non si ha o non si ha più, ma dal momento che tutta la vita è un insieme di momenti belli che un attimo dopo passano e non ci sono più, l’esistenza intera è attraversata dalla saudade, che affina i sensi verso l’infinito dell’arte. Ma se c’è una saudade saggia, nostalgica, che nonostante tutto allenta la presa e lascia che le cose passino con consapevolezza dolorosa e rassegnata, consacrandole all’immortalità dell’amore e del ricordo, c’è anche, al contrario, una saudade rabbiosa, che sa di possesso e fa opporre all’ineluttabile trascorrere del tempo che tutto invecchia e fa lentamente morire, tutto fa perdere, inevitabilmente.

Da lontano ti devo amare, dalla tranquilla distanza in cui l’amore è saudade e il desiderio, costanza.

La scrittura, per Cecília, era una sorta di vita parallela a quella di insegnante, giornalista, esperta di folklore, autrice di letteratura per l’infanzia, traduttrice, disegnatrice, ma soprattutto di viaggiatrice e non di turista, come amava specificare. Per i suoi viaggi prediligeva le mete dove ci fosse il mare, che divenne un elemento costante nella sua poesia, metafora della vita e della morte, della presenza e della perdita:

Ciò che è… e nel fiume che si è aperto nel mare, e nel mare che si è coagulato in mondo. Tu hai avuto un destino così. Fatti a immagine del mare, datti alla sete delle spiagge…

Conversiamo dai due estremi della notte, come da spiagge opposte. Ma con una voce che non si importa… e un mare di stelle oscilla tra il mio pensiero e il tuo. Ma un mare senza viaggi.

Per pensare a te tutte le ore fuggono: il tempo umano spira in lacrima e cecità. Tutto è spiagge dove il mare affoga l’amore.

E, nel fondo del mare, la Stella, senza violenza, compie la sua verità, estranea alla trasparenza.

Molte sono state le etichette che hanno cercato di appiccicare alla poesia di Cecília Meireles, fin dalla prima raccolta, Espectro, pubblicata a soli 16 anni: modernismo, sicuramente, per la ricerca di nuove tecniche espressive, ma quello brasiliano e più spiritualista, che risentiva fortemente delle letture di Tagore, vi si ritrova anche una certa eredità simbolista, un’influenza classicista, romanticista, parnassianista, realista e al contempo surrealista.

Cecília voleva, in realtà, gettare ponti, costruire legami tra l’uomo e l’altro; tra l’uomo e il mondo: la ricerca, in fondo, di un senso della vita eterno, che rende quindi la sua poesia – potremmo dire – atemporale, forse un po’ di più di quanto la poesia, per sua natura, sia già immortale e atemporale in sé. Il suo stile è musicale ed estremamente femminile, ha il tocco leggero di una madre, come manifestano i suoi versi brevi e precisi, rapide pennellate che dipingono un mondo delicatamente intellettuale, ma che all’occorrenza – come per i componimenti dedicati ai bambini – sa usare le figure retoriche dell’allitterazione, del rimato e dell’assonanza. In queste poesie, più di tutte, si respira il suo anelito di libertà, incarnato, in un certo qual modo, nell’uso massiccio di versi liberi:

Libertà, questa parola che il sogno umano alimenta che non c’è nessuno che ci spieghi e nessuno che non capisca…

Fluida, catartica, evocativa e insieme potente nella magia del trasfigurare, la poesia della Meireles è un dono prezioso che la lingua e la cultura lusitana hanno fatto al mondo, sintesi del lirismo spontaneo con la poesia primitiva; peccato che chi – come noi – non conosce né il portoghese europeo né quello americano, possa goderne in maniera limitata: solo due, infatti, sono le raccolte poetiche dell’autrice che sono state tradotte in italiano, Poemi italiani e Mare assoluto e altre poesie.

Foto | Iba Mendes




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.