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Posted lunedì, 22 dicembre 2014 by Maria Giuseppina Zara in Racconti e testi
 
 

Il Natale dei primi del Novecento

Il Natale dei primi del Novecento

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io padre, fino ai settant’anni, era restio a raccontare i fatti della sua vita precedente, soprattutto le vicende di gioventù. Cominciò ad aprirsi solo dopo che iniziammo a frequentare, per le vacanze estive, l’Hotel Villa Selene di Lanusei, forse ispirato dalla vicinanza ai luoghi in cui era nato. Avendo lavorato nelle miniere di carbone, aveva contratto la silicosi polmonare, che gli dava problemi respiratori. Così aveva diritto a venti giorni di soggiorno estivo in montagna.

Poiché era anche cardiopatico, aveva bisogno di qualcuno che lo accompagnasse, essendo mamma anziana e anche lei poco autosufficiente. Fu da allora che anche io e mio marito cominciammo a scegliere Lanusei come sede del soggiorno estivo, io come accompagnatrice di Babbo, lui come avente diritto, in quanto ex minatore silicotico.

L’hotel è dotato di un bel parco alberato in cui si può passeggiare agevolmente, adatto alle persone che hanno problemi di mobilità; ma a noi a un certo punto non bastò più. Pur avendo crisi respiratorie, mio padre amava camminare, con andatura lenta, ma costante. Cominciammo a salire sulla strada provinciale, alle prime ore del mattino poco frequentata: era tutta in lenta salita, all’andata; al ritorno la percorrevamo in discesa. Ogni giorno allungavamo un po’. Presto arrivammo a superare il passaggio a livello ferroviario, dove ormai sfreccia soltanto il trenino verde dei vacanzieri. Ogni mattina, superato il bivio per Gairo, arrivavamo al bosco del Carmine, dove c’è una chiesetta campestre e, più in basso, una fontanella d’acqua freschissima. La nostra meta distava dall’hotel circa tre chilometri; per andare e tornare impiegavamo circa due ore, compresa la sosta ristoratrice nel bosco per rinfrescarci alla fontana. Questo succedeva nei primi anni Novanta, prima che la silicosi si aggravasse perché, dopo, mio padre riusciva a fare solo brevi percorsi, affannando come un mantice.

Il Natale, per quei montanari, era allora una festività sentita, ma molto sobria

Durante le passeggiate discutevamo del più e del meno; piano piano Babbo cominciò ad aprirsi e a parlare senza remore del suo passato. Raccontò di quando, a quattordici anni non ancora compiuti, nel 1933 aveva lasciato la madre e se n’era andato a Roma, a lavorare come cameriere nei bar e nelle latterie, fino a che era approdato alla rinomata gelateria Giolitti, in Via Uffici del Vicario, resa più famosa, di recente, dalla visita delle figlie del presidente americano Obama. Lì aveva appreso a fare i gelati, che poi distribuiva ai clienti, ai bar, ai ristoranti, viaggiando per le strade della capitale con un triciclo, attrezzato per il trasporto delle sorbettiere. Tra i clienti fissi, c’era il posto di guardia di Montecitorio, situato a breve distanza dal locale. La gelateria inviava i suoi prodotti anche all’estero.

Con la narrazione mio padre tornava sempre più indietro nel tempo, agli anni Venti del Novecento, fino a raccontare della casa in cui viveva la madre e del perché una giovane donna sola fosse andata a vivere in un posto così isolato, lontano dal paese e da altri centri abitati. La casa si trovava di fronte al passaggio a livello, a poca distanza dalla stazione di Taquisara. Ciò accadeva molto tempo prima che, nel 1928, il governo del Duce decretasse la ricostruzione del paese di Gairo proprio nella vallata di Taquisara, dopo la disastrosa alluvione del 1927. Alla nascita di mio padre il villaggio ancora non esisteva e la casa di mia nonna, e il vasto giardino intorno, occupavano gran parte dell’area su cui sarebbero state costruite le case della futura frazione.

La vita vi si svolgeva faticosa, ma serena. La mamma e le zie lavoravano l’orto e la famigliola, ricostituita su in montagna, viveva degli ortaggi, dei legumi e verdure che riusciva a produrre. I contatti con i paesi dei dintorni erano rari e avvenivano tramite ferrovia, se si trattava di ordinare cibi, o altre merci, che quell’economia di sussistenza non era in grado di produrre. Lo zucchero, il cacao, i liquori, i giornali, persino i pesci freschi, arrivavano nella stazioncina montana con il treno. Tramite il treno mio padre bambino ordinava i libri di Emilio Salgari che amava tanto leggere. Nella casa in montagna si viveva una vita normale, laboriosa, ma solitaria. Le feste nei paesi vicini erano occasione di aggregazione e socializzazione, e favorivano nuovi incontri, soprattutto quelle religiose, che erano anche le più sentite.

Il Natale, per quei montanari, era allora una festività sentita, ma molto sobria. La sera, tutti vestiti con il costume delle grandi occasioni, si scendeva in paese, sette chilometri a piedi, per assistere alla messa di Mezzanotte. Le donne indossavano le lunghe gonne a piegoline fittissime, camicie candide ricamate, sotto su gipponi, il corpetto di raso pesante, ornato di gioielli in filigrana d’argento. Sui capelli, fazzoletti ricamati a mano, sui quali poggiava uno scialle pesante, decorato con ricami e frange. I costumi maschili erano più sobri, dai colori meno sgargianti. Prevalevano il bianco delle camicie e il nero dei pantaloni, delle giacche e dei cappelli tradizionali. Ai piedi tutti calzavano scarpe chiodate, per percorrere più agevolmente quei sentieri di montagna.

Arrivati in paese, si faceva visita ai parenti e poi si recavano in gruppo nella chiesa di Sant’Elena, la patrona, per assistere al rito della messa solenne, cantata in sardo dai tenores locali. Dal sagrato della chiesa si godeva una vista incredibile, con l’altro versante della valle punteggiato delle luci tremule dei paesi abbarbicati sul pendio: erano le luci di Osini, Ulassai e Ierzu. Il momento più emozionante della messa era quando la voce potente del tenore intonava l’inno sacro in sardo: la chiesa, illuminata da centinaia di ceri accesi, rimbombava e il canto si sentiva da lontano. Era un rito suggestivo e commovente, cui partecipava tutto il paese, in rispetto del Natale.

Il rientro a casa, nel cuore della gelida notte di dicembre, era un po’ più faticoso. Il sentiero era tutto in salita e le scorciatoie impervie. Se il cielo era limpido e da Monte Armidda si alzava la luna piena, non c’erano problemi di visibilità: la Valle del Rio Pardu splendeva di luce argentea e la vegetazione, ricoperta di brina bianca, luccicava lungo i sentieri. In certi punti lo sguardo spaziava dalla buffa forma a fiasco di Sa Perda Liana, a Nord, fino al termine della valle, in mezzo alle brume, oltre Ierzu, fino a Genna ‘e Cresia. Se invece la notte era buia, si usavano torce resinose di arbusti profumati, per rischiarare il cammino.

A volte capitava che nevicasse: in tal caso le scarpe chiodate svolgevano egregiamente il loro compito e impedivano che qualcuno scivolasse sulla neve o sul ghiaccio. Talvolta accadeva che d’improvviso si alzasse una nebbia così fitta che non si vedeva a due palmi di distanza. Allora si procedeva a tentoni. Ad aprire la strada c’era sempre una persona più esperta, che guidava tutti gli altri. Era bello camminare in gruppo, al buio. Ci si sentiva protetti. Mio padre bambino, ogni tanto, si scaldava le mani gelide infilandole sotto lo scialle di mia nonna, dove trovava il caldo rassicurante delle mani materne.

Rientrati a casa, gli adulti provvedevano subito a ravvivare il fuoco, sopito sotto la cenere. Si sistemava, al centro del focolare, e si accendeva con un’allegra fiammata, un grande ceppo di ginepro stagionato, preso nel bosco di Usartana. Era stato scelto appositamente per l’occasione: la sua legna, impregnata di resina, durante la combustione produce una luminosità maggiore, rispetto ad altri tipi di legna, e un fumo bianco e aromatico. Insieme al lento fumigare, esplodevano crepitando mille scintille, che si alzavano, volteggiando lente con il fumo, su per il camino.

Veniva apparecchiata la tavola di Natale, con una tovaglia bianca ricamata. Il pasto dopo la mezzanotte consisteva in un caffellatte abbondante, con latte di capra, caffè d’orzo e di ghiande tostate, condito con miele e con sfoglie di pistoccu croccante, frantumate in piccoli pezzi, che restavano ancora croccanti nel latte. Dopo si mangiava il dolce natalizio, la “paniscedda di sapa”1)Un pane scuro fatto con la sapa, uno sciroppo d’uva che si ottiene dal mosto. con miele, uvetta, mandorle e noci tostate. Il pasto veniva consumato al tepore del caminetto, con la luce tremolante di una stearica, in un’atmosfera suggestiva. Dopo il pasto frugale, tutti seduti intorno al fuoco, a mangiare sa parudda: chicchi di mais arrostiti nella cenere calda, che scoppiavano festosamente – una sorta di popcorn ante litteram – e a sentire i racconti nostalgici, di quando la famiglia stava meglio economicamente e ci si poteva permettere un Natale più agiato. Dopo i festeggiamenti, tutti a letto, dentro lenzuola di lino grezzo, rigide per il freddo, appena intiepidite dai mattoni tenuti per ore al caldo, in un angolo del caminetto, poi avvolti in vecchie maglie di lana e sistemati dentro le coltri.

Note   [ + ]

1.Un pane scuro fatto con la sapa, uno sciroppo d’uva che si ottiene dal mosto.



Maria Giuseppina Zara