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pubblicato martedì, 24 febbraio 2015 da Eleonora Adorni in I nostri libri
 
 

Buon viaggio argonauta della zoosfera! Intervista a Roberto Marchesini

Roberto Marchesini con alcuni cani a Galliera (Bo)

Roberto Marchesini con alcuni cani a Galliera (Bo)

Un libro non muore mai. Constatazione tanto semplice quanto scontata, che appare però più che mai vera quando accade che un libro venga ristampato a distanza di quasi trent’anni. Un libro atteso che non ha mai smesso di essere fonte d’ispirazione per tutti coloro che si sono trovati ad averlo fra le mani. Il dio Pan di Roberto Marchesini, la cui prima edizione si situa nel ormai lontano 1988, esce in una veste completamente rinnovata per la casa editrice Graphe.it all’interno della collana I quaderni di Animot curata da Valentina Sonzogni e Leonardo Caffo. Quali sono i motivi che hanno portato a questa ristampa?

Nel ciel dorato rotano i rondoni.
Avessi al cor, come ali, così lena!
Pur l’amerei la negra terra infida,
sol per la gioia di toccarla appena,
fendendo al ciel non senza acute strida.
Ora quel cielo sembra che m’irrida,
mentre vado così, grondon grondoni.

Giovanni Pascoli, In alto

Se si domanda a Roberto Marchesini quale dei tanti libri scritti fino ad ora ami particolarmente, con molta probabilità risponderà Il dio Pan e molti dei suoi lettori affezionati, se interpellati dal medesimo sondaggio, daranno la stessa risposta, citeranno il libretto – poco più di una cinquantina di pagine – dedicato al dio caprino. Ma perché proprio Pan? Il libro, raccolta di racconti lirici «dedicati a ogni forma vivente» – come si legge nell’epigrafe d’apertura – rappresenta in effetti la genealogia dell’intero percorso filosofico di Roberto Marchesini dove in filigrana sono già presenti molti dei temi cardine della sua speculazione successiva volta a smascherare quell’errore prospettico che pone l’animale umano a misura di tutto il vivente. Marchesini compone Il dio Pan con una Olivetti 32, sul finire gli anni universitari e la sua stesura e pubblicazione lo portano a stretto contatto con due intellettuali che saranno centrali nella sua formazione: da un lato il poeta Roberto Roversi dal quale mutuerà l’interesse per una forma espressiva che travalichi l’asettico tecnicismo scientifico, dall’altro, il celebre etologo Giorgio Celli con il quale inizierà una feconda collaborazione destinata a durare negli anni e accumunata dal sentirsi costantemente viaggiatori in terre straniere. È lo stesso Marchesini che racconta la nascita e le motivazioni che lo spinsero a scrivere il libro nella sua autobiografia:

«… avevo iniziato a scrivere un libro poetico sugli insetti, seguendo il consiglio di Giorgio Celli, e tutte le mie esperienze e i sentimenti che avevo provato negli anni di entomofilia compulsiva ora sembravano uscire a fiotti nei miei pensieri totalizzandoli. La mantide, i calabroni, le libellule e tanti altri personaggi del popolo dell’erba si trasformavano in brevi racconti, trattati con quello stile pittorico che ormai sentivo come la cifra della mia poetica. […] Fu dopo aver buttato giù tre o quattro racconti che mi ricordai della libreria Palmaverde e decisi di andare a trovare quel personaggio misterioso di cui mi aveva parlato Giorgio Celli. Era nientemeno che il poeta Roberto Roversi, una persona dalla gentilezza estrema e di una mite umiltà e disponibilità che solo le persone eccelse possiedono. Gli lasciai una copia del mio lavoro e lui disse che l’avrebbe letto volentieri, consigliandomi di ripassare la settimana successiva per discuterne assieme. […] la settimana dopo mi recai così alla libreria in via De’ Poeti. […] Roversi mi confessò che all’inizio era rimasto sorpreso dallo stile un po’ insolito, ma poi era entrato nell’architettura complessiva e a suo parere reggeva. Gli era sembrato una specie di inno alla natura, una sorta di lirica panteista: fu proprio per queste sue parole che in seguito decisi di intitolare quello che diventerà il mio primo libro, pubblicato nel 1988, Il dio Pan con il sottotitolo Racconti lirici». (Roberto Marchesini, Ricordi di animali, Mursia p. 121.)

Intervista a Roberto Marchesini

Roberto Marchesini, Il dio Pan - 1 edizione

La copertina della prima edizione de “Il dio Pan” di Roberto Marchesini, pubblicato da Firenze Libri nel 1988

Roberto quale significato ha per te la riedizione de Il dio Pan, il tuo primo libro? Dove è stato Pan in tutti questi anni?
Mi ha accompagnato ovviamente, nella ricerca di comprendere meglio cosa significasse sotto il profilo esistenziale l’essere animale, l’emergenza di quell’individualità creativa capace di andare oltre sia l’essenza filogenetica, ossia l’appartenenza a una specie, sia il retaggio esperienziale del singolo animale. Pan è sempre stato per me il simbolo della creatività animale, della capacità di ogni individuo di inventare in modo singolare il suo essere nel mondo, vale a dire di emergere dalla famosa umwelt in cui l’ha rinchiuso Martin Heidegger. Pan rappresenta la natura dialogica dell’essere animale, lo statuto connettivo dell’animalità, quel reinventarsi continuo che è proprio dell’animale (umano e non-umano) per adeguare il suo stato alla singolarità del reale. Pan è l’anticartesio: il semplice riconoscimento che la soggettività animale non può essere sussunta dai predicati, ossia dalle funzioni, che la filogenesi e l’ontogenesi le ha consegnato. Tali funzioni sono strumenti che il soggetto utilizza in modo libero e non automatismi che muovono la macchina animale. Pan simboleggia quella vitalità creativa e connettiva non riducibile al meccanicismo e al paradigma dell’animale automa. Il mio libro trent’anni fa ha cercato di descrivere questo fluire di creatività transcorporea e in questi anni il mio impegno è stato quello di cercare di trovarne una spiegazione, vale a dire un paradigma esplicativo che potesse offrire un’alternativa coerente e chiara al paradigma cartesiano e alla visione monadologica della umwelt. Tutti i libri di narrativa che ho realizzato dopo Il dio Pan – penso a Uscendo da Lauril (Theoria, 1998) e Specchio animale (Castelvecchi, 2000) – hanno continuato questo percorso descrittivo sull’organico che mi ha portato alla filosofia postumanista.

Un giovane Roberto Marchesini con un gheppio

Un giovane Roberto Marchesini con un gheppio

Gli animali sono apparsi nelle pagine di grandi scrittori (dalla favolistica di Esopo a Franz Kafka e George Orwell) come contenuti archetipici dell’immaginario umano, figure aneddotiche capaci di rappresentare – sotto mentite spoglie – vizi e virtù proprie degli umani e assumendo altresì il ruolo del “completamente/mostruosamente altro”. Sono stati in fondo in grado, come fossero uno specchio deformante, di rifrangere per differenza l’immagine di un noi storicamente definito: l’animale culturale Homo sapiens. E gli animali reali così come appaiono nel dio Pan? Che ne è delle loro vite, delle loro morti e delle loro trepidanti speranze?
Penso che il modo peggiore per incontrare il nostro prossimo animale sia quello di spogliarlo della propria anima, vale a dire il negligere e mortificare l’autenticità della loro presenza che sussurra somiglianze ma declama differenze. Ma per incontrare la differenza significa sopportare il peso del biocentrismo, vale a dire scollarsi da quella comoda poltrona che è l’antropocentrismo ontologico. Più semplice trasformare gli animali in maschere chiamate a interpretare la grande rappresentazione del dramma umano, ma così facendo si uccide Pan, tanto negli altri animali quanto nell’uomo. Trasformare il tutto in un carosello di vizi e di virtù significa non solo preferire la scorciatoia dell’antropomorfismo – di fatto negazione del principio stesso dell’essere-animale – e parallelamente estromettere dall’essere umano la radice animale, ossia pensarsi in termini non-animali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, sia in termini teoretici che applicativi. Un esempio tra tutti: la nostra incapacità ad accettare e a indirizzare il grande sillabario dei nostri desideri e a convogliarli in tutte le coordinate del vivere, avendoli come promotori e non come impedimenti. Accettare Pan significa accettare il piacere e il rischio del vivere, evitando la desertificazione di una res cogitans denaturata e desomatizzata. Il qui-e-ora dell’essere-animale non è una chiusura amnesica e priva di progettualità nell’istantaneità, ma è il trasformare il proprio qui-e-ora in un momento di un flusso ove il soggetto ha titolarità.

Roberto Marchesini, bambino, con i piccioni

Roberto Marchesini, bambino, con i piccioni

All’interno dei racconti cerchi di sfatare sia il mito di una natura meccanicistica che obbedisce ciecamente ai meri bisogni della specie (aspetti che sottolinei sono certo presenti, ma non unici) e, dall’altro lato, cerchi di mostrare la fallacia del considerare la natura come immagine bucolica, armonica, idealizzata in fondo, di un tempo antico, irrimediabilmente perduto in cui l’uomo viveva in perfetta sintonia con l’ambiente. La natura ci appare così un luogo reale dove la piccola preda «vive, trema, spera e muore nel momento più convulso della sua felicità». Si tratta di una forza a volte crudele e violenta ma che interconnette profondamente l’uomo all’intera comunità biotica nel quale è inserito. È questa la nostra grande scommessa? Accettare di esser parte di una natura che come ne La Ginestra di Leopardi può rivelarsi in tutto il suo potere distruttivo ma che, nonostante ciò, è la madre di tutti noi?
La natura riassume in sé il tranquillizzante del bello e la vertigine del sublime, come la dialettica tra l’ermo colle e L’infinito di Leopardi. Come ho detto, rappresenta una sfida perché va in collisione con il nostro desiderio di ordinare e controllare il reale. Pan è il magmatico, il panico, il dionisiaco che fluisce continuamente e scombina l’ordine abiotico con cui l’uomo controlla in modo autoptico il vivente. Ricordo un interessante Saggio su Pan di James Hillman che riprende proprio questa nostra difficoltà, soprattutto in età post-classica di accettare questo, salvo poi dargli sfogo in occasionali baccanali o nelle derive psicologiche con cui ciascuno deve fare i conti. Il lamento funebre di Plutarco può essere chiamato a testimonianza di questa caduta nell’algore del trascendente e del razionale che illumina il tramonto dell’età classica. Alcuni autori hanno ripreso il filo di questo discorso, pur se con sfumature differenti – penso a Spinoza, Rousseau, Goethe, Emerson, Thoreau, Nietzsche, Bergson, Prigogine – e il principio è sempre lo stesso: l’ammissione che non è possibile spiegare la vita con l’immagine di un immenso meccanismo isocrono. La felicità non è uno stato finale, un avvenire, ma un esubero di vitalità che contempla la morte e la sofferenza. Vivere significa passare attraverso questo convulso contraddittorio. Quando una madre dà la vita condanna alla morte, ma è proprio in questo mix che naufragare è dolce.

Roberto Marchesini, Il dio Pan

La copertina della nuova edizione de “Il dio Pan” di Roberto Marchesini, pubblicato dalla Graphe.it edizioni nella collana “I quaderni di Animot”

I racconti brevi presenti ne Il dio Pan pur non rispettando il canovaccio della poesia tradizionale, sono quadri/mondi che comunicano e si interfacciano tra loro e le sequenze di eventi descritti parti di un flusso più ampio, un macrocosmo di ritmi e di rimandi dove nel medesimo luogo nel quale vive «la piccola lepre che sapeva d’amore senza saperlo, si era sporcata del nettare dei fiori», una tettigonia «bruca l’erba con occhi da pecora assorta» e un grosso ragno giallo «aspetta un eccesso di vanità, con la pazienza della sua fame». Le biocenosi ci appaiono così interconnesse tramite una tessitura coniugativa. Una critica quindi al barone von Uexküll – antesignano dell’etologia contemporanea – che vedeva gli animali come “poveri di mondo” intrappolati in bolle percettive: le unwelten (mondi-ambienti) specie-specifici nelle quali i non umani galleggiano ignari di dove verranno portati. Gli animali del dio Pan invece sono “rivoluzionari”, esseri viventi protagonisti dei propri destini non perimetrabili e interpretabili attraverso le leggi della fisica o della meccanica quantistica (l’animale automata di matrice cartesiana)…

Vivere significa esistere, nei due significati congiunti e differenti dell’essere-in-relazione con l’esterno e di oltrepassare nel vivere ciò che si è. Il buon von Uexküll tentava di illustrare la pluralità di interfaccia, ignaro probabilmente del viraggio che le sue tesi avrebbero assunto nella proposta di Martin Heidegger. Ho sempre ritenuto il concetto di umwelt interessante e forviante al tempo stesso: un target che permetteva oscillazioni di sfondo come il famoso “calice di Rubin”, in grado cioè di flettersi in due modelli interpretativi antinomici. Innanzitutto se è vero che ogni specie (ma persino ogni individuo) presenta una singolare immersione nel contesto mondo, è altresì vero che tale immersione non rappresenta una bolla-gabbia ma uno strumentario che consente all’individuo di emergere avendo sovranità sulle proprie dotazioni. In altre parole le dotazioni determinano – cioè definiscono vincoli e opportunità specifiche – ma non sono deterministiche. Come seconda cosa, se è vero che ogni essere vivente ha un proprio modo di interfaccia (percettiva e operativa), tale immersione non può essere considerata una monade leibniziana. Le diverse umwelten presentano ampie aree di sovrapposizione, come ci ha ricordato Darwin portando omologie e analogie transpecifiche all’interno del paradigma evoluzionistico. Infine, non posso non tributare un grazie a Martin Heidegger per avermi aiutato, suo malgrado, a mettere in luce la radice metapredicativa dell’essere-animale. Se per Heidegger non basta il predicato per definire l’ontologia – da cui la sua concezione di differenza metapredicativa – diventa conseguente che non si possono escludere le altre specie per il solo fatto di presentare predicati differenti e che non è utile/necessario appellarsi alla somiglianza con l’essere umano per fondare un diritto animale. L’animale è creatore di mondi.

Roberto Marchesini, Il dio Pan - cover eBook

La copertina de “Il dio Pan” di Roberto Marchesini in versione eBook

Ne Il dio Pan vi è anche il tentativo riconciliare la vita con la morte (il dionisiaco con l’apollineo) aspetti centrali con i quali la natura ogni giorno si confronta, quando un animale, per varie ragioni, non riesce più a mangiare e si abbandona alla morte, o quanto giunge per i calabroni, nel memento più fervido della vita il tempo di morire (la stagione finisce) e il loro nido giunto al massimo grado di complessità e bellezza deve essere abbandonato per far spazio a chi verrà. Nel confronto con morte (“una livella” diceva Totò) l’uomo si riscopre animale. Il richiamo qui corre a un film che ami molto di Federico Fellini, , dove individui grotteschi come specie diverse pur non trovando un senso in ciò che vanno cercando – e più in generale al vivere stesso – decidono di convivere insieme nel grande carosello. È questo il non-senso del nostro esistere, un non-senso che condividiamo con le altre specie?
Federico Fellini è uno dei miei autori preferiti, insieme a Fedor Dostoevskij, proprio per la polifonia che entrambi mettono in scena. Non amo quelle rappresentazioni a soliloquio dove c’è un protagonista e un insieme di figure di contorno, mi piace se il sottobosco si anima o se l’eventuale protagonista si ritrova lentamente invaso dalla presenza degli altri. Per questo non amo Cartesio e l’ontologia riflessiva del cogito, la narcisistica idea che ci possa conoscere specchiandosi su una superficie riflettente. È nel rapporto con gli altri che ci si conosce perché, come ha suggerito Gregory Bateson, l’identità è una struttura che connette, è un temporaneo assumere una forma destinata a cambiare come la fiamma di una candela. La morte è un momento della vita, solo chi vive può morire. Ma la morte non sancisce la fine dell’individuo se passi da un’ontologia riflessiva a un’ontologia relazionale, perché ognuno non vive esclusivamente all’interno dei confini del proprio corpo. Come sai Fellini aveva due opzioni per chiudere il suo capolavoro : il treno che accompagnava i defunti verso un viaggio ignoto, metafora del trascendente oscuro e tragico, il carosello finale che metteva in scena il vitale, contraddittorio e connettivo, metafora dell’immanente comico e drammatico. Mai scelta fu più azzeccata! Il dio Pan si chiude in un lungo coro che si chiama silenzio, strano ossimoro che ha tanto del grande Nino Rota. Un ultimo ringraziamento lo debbo al Franco Battiato de Gli Uccelli colonna sonora e risonanza delle mie peregrinazioni primi anni ’80 da cui è nato questo mio libro di poesia narrata e dipinta.

Infine, cosa aspetta ora a quell’argonauta postumano che è Pan? Dove andrà ad amare in questo XXI secolo? Dove andrà a trovare quel risonante silenzio che chiude il libro?
Pan non è morto anzi, proprio ora sta di nuovo mostrando la sua vitalità nel postumanismo emergente, – direi “prossimo venturo”. Il nostro tempo è funestato dagli ultimi rigurgiti dell’antropocentrismo, che come negli ultimi fuochi di ogni battaglia, mostra oggi una particolare recrudescenza. Ma proprio questa febbre, questi conati che sferzano il corpo esausto delle culture, mostrano il cambio di passo che sta venendo avanti. L’antropocentrismo etico, ontologico, epistemologico è alle corde: è l’argomento del nostro tempo, difficile sfuggirne.

Buon viaggio allora dio Pan, testimone della rivoluzione che avverrà!

Il Silenzio
Poi, come era naturale, prima che dal profondo sonno qualcuno si svegliasse, e forse appena l’ultimo chiocciolio illanguidiva, di concerto nel verde si sparse.
E rimanendo con fiato sospeso, sopra i campi di grano in fila indiana, sull’aria vuota come una spiaggia invernale, ci raccolse ad uno ad uno, quasi per carezzarci, per pulirci come una giumenta il suo puledro.
Noi ad ascoltarlo… concentrasse in sé le note migliori del nostro giorno, o lo diluisse nel tutto, ce le strappasse dall’ombelico del presente, noi gli restammo fedeli all’istante.

Non ci fu bisogno di gridarlo,
silenzio!
Fu solo che tutte le voci, per caso, all’improvviso tacquero.
(Roberto Marchesini, Il dio Pan)

Roberto Marchesini




Eleonora Adorni