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pubblicato lunedì, 16 marzo 2015 da Roby in Mondolibri
 
 

Tonino Guerra, poeta ottimista e sognatore

Tonino Guerra

“Sono nato a Santarcangelo di Romagna nel 1920. Un’infanzia con le strade di terra battuta e le siepi con piccoli uccelli. Sono stato un grande cacciatore di lucertole e me ne vergogno. Ho studiato al mio paese, a Forlimpopoli e a Urbino dove c’erano dei professori eccezionali.

Mia madre era analfabeta. Le ho insegnato a scrivere…”.

Comincia così una breve autobiografia che Tonino Guerra scrisse per un libro dedicatogli dal dicastero della Cultura della Repubblica di San Marino, nazione non troppo lontana dal Montefeltro, terra aspra e bellissima che di lui vide nascita e morte e dal richiamo del sangue della quale egli non seppe resistere, tornandoci a vivere nel 1989: “È il posto dove trovi te stesso”, diceva.

Tonino GuerraEsempio estremo che se la poesia non paga (quasi mai), la tv, invece lo fa benissimo – specie in termini di popolarità, per un minuto della quale molti si farebbero ammazzare, dai “tronisti” in su – Guerra divenne famoso al grande pubblico non per i suoi versi delicati, sempre immaginifici, né per il suo profondo amore per la lingua romagnola e il suo lavoro alacre sulla poesia dialettale, nato per caso come consolazione dei compaesani nel dolore di Troisdorf, bensì per uno spot di trenta secondi di una nota catena di negozi di elettrodomestici, che nel 2001 creò il tormentone “l’ottimismo è il profumo della vita”.

Che strano questo mondo, in cui trenta secondi di video servono più di anni di pagine, inchiostro e genio per farsi conoscere… per fortuna, almeno una volta, c’erano i talent scout, quelli veri: per Guerra fu Carlo Bo, che scrisse la prefazione della sua prima raccolta di poesie in dialetto, pubblicate a proprie spese nel 1946, I scarabocc. Fu proprio l’incoraggiamento di Bo a fargli inseguire il sogno, così a Santarcangelo, intorno a Guerra si formò spontaneamente un gruppo di giovani poeti che si riunivano al Caffè Trieste, ribattezzato scherzosamente da loro stessi “Il circolo della saggezza”.

L’esperienza pseudo-ottocentesca era interessante, ma l’epoca del tutto diversa, così Antonio – o come dicevan tutti, Tonino – si trasferì a Roma qualche anno dopo e iniziò a lavorare nel cinema come sceneggiatore. Ma non fu un ripiego: scrisse ad altissimi livelli, per registi del calibro di Rosi, dei Fratelli Taviani, di Theo Anghelopulos; con i suoi due compatrioti – Antonioni e Fellini – sfiorò prima e vinse poi un Oscar, rispettivamente con Blow Up e Amarcord.

E poi c’era la poesia, che lo accompagnava sempre.

“Non è vero che uno più uno fa sempre due; una goccia più una goccia fa una goccia più grande”.

Anima eclettica come solo i romagnoli sanno essere, a quasi settant’anni, una volta tornato a vivere nel Montefeltro, nel piccolo centro di Pennabili, si dedicò anche all’arte, dando vita a una serie di installazioni e mostre permanenti che prendono il nome di I luoghi dell’anima.

“Quasi per cent’anni, il profumo della cucina della Peppa si mescolava all’aria della valle ed era il richiamo per incontri di famiglie pennesi o di forestieri golosi che avevano gli occhi pieni di mare.

Quegli odori continueranno anche se la piccola figura che aveva inventato la sostanza di quei miracolosi inviti si è unita alle ombre della sera che calano sul borgo”.

Figura poco conosciuta, dalla penna agile, malinconica e contenta insieme, perché forse era tra i pochi eletti ad avere scoperto davvero qual è il senso, e dunque il segreto, di questa vita terrena, riusciva a far sgorgare la poesia da tutto quello che viveva: gli elementi della natura, la notte, la famiglia, l’infanzia, perfino la guerra e addirittura dai piccoli gesti quotidiani come quello di spedire un pacco. Curioso che sia morto proprio il 21 marzo, primo giorno di primavera ma soprattutto Giornata mondiale della poesia istituita dall’Unesco, probabilmente l’ultimo omaggio che il Tristo Mietitore ha voluto tributargli.

“Mi piace se piove o anche quando la nebbia copre completamente la valle del piccolo affluente del Marecchia, il Messa, e io ho l’impressione di vivere con me stesso”. Così concludeva la sua autobiografia, breve nonostante i 92 anni vissuti.


Roby

 








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