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pubblicato domenica, 26 aprile 2015 da Susanna Trossero in Mondolibri
 
 

I sensi in letteratura: primitivi, forti e… spaventosi!

Sensi

Ma perché ci piace così tanto provare paura? Una massima buddista dice che felicità e sofferenza sono figlie della medesima passione. Freud invece, riferendosi alla letteratura così traduce il legame tra paura e piacere:

La questione del piacere legato a questa particolare esperienza del perturbante – l’esperienza “protetta” della finzione letteraria – è connessa alla possibilità data all’Io di controllare e dominare il fantasma. Qualsiasi esperienza penosa, se vissuta con la garanzia di uscirne indenni, è già di per sé diletto.

Ebbene, lo scrittore si diletta a spaventare il lettore e il lettore più spaventato sarà quello più soddisfatto: se poi la paura si trasforma in terrore, lo scrittore ha vinto. Lo psichiatra Vittorino Andreoli, ha detto che il fascino è composto da una mescolanza di attrazione e di paura; questo, gli scrittori come Bram Stoker, Stephen King, Thomas, Harris, James Patterson, Robert Louise Stevenson, Edgar Allan Poe e tantissimi altri, lo sanno bene.

In fondo si tratta di stimolare i sensi e appagarli con qualcosa di forte, di intenso, di poco tranquillizzante. Già, i sensi… Flaubert diceva che perché una storia sembri più vera, devi scriverla utilizzando almeno tre sensi. E, riflettendoci, sappiamo bene che leggere è un modo differente di vedere e sentire, e che grazie alla creatività è possibile far incontrare il mondo reale con quello immaginario, fino a spingere il lettore proprio a un acutizzarsi dei sensi.

Prendiamo ad esempio l’olfatto: è il senso più forte, primitivo, dà un impatto immediato, negativo o positivo esso sia. Sembrerebbe quel senso più difficile da trovare in letteratura, nondimeno si rivela ricorrente negli horror, nei thriller, nei noir, poiché è proprio l’olfatto a individuare per primo un pericolo, a segnalarlo. Ne Il silenzio degli innocenti, di Thomas Harris, Hannibal sente a distanza il profumo di una crema per la pelle e ne riconosce la marca, Hevian, in una suggestiva descrizione che ci fa capire quanto il suo olfatto sia animalesco, esasperato. Nell’incipit di Misery, di Stephen King, in una scrittura da “flusso di coscienza” (quando ci troviamo tra il sonno e la veglia, o in uno stato di semincoscienza), nel momento in cui il protagonista incontra l’infermiera psicopatica, ne percepisce l’odore e dice “seppi così che stavo sentendo l’odore della mia aguzzina, mentre mi riempiva della sua aria”. Nell’incredibile romanzo dell’autore tedesco Patrick Suskind, Il profumo, vi è una efficace e disgustosa descrizione degli sgradevoli odori del paese e dei suoi abitanti, ma non solo: pagine e pagine impregnate di odori fanno parte di questa storia in cui è l’olfatto il vero protagonista, e saranno quelli davvero insopportabili ad arrivare al lettore più velocemente.

Per citare ancora Stephen King, ma stavolta a proposito di un altro senso, il tatto, provate a ricordare – del suo romanzo It – l’episodio in cui il braccio del bambino viene afferrato dal pagliaccio: una scena improvvisa, una violenza che strattona anche noi che per un attimo non siamo più al sicuro. Questo libro insegna una verità fondamentale a chi vuole scrivere horror o thriller: deve spaventare come si racconta una cosa, non la “cosa” in se stessa. Inoltre, le paure devono essere preparate da altre più piccole, di minore importanza, ma necessarie a creare la giusta atmosfera e a predisporre il lettore all’attesa e all’inquietudine. Non per niente King considera un genio Lovecraft, per questa innata capacità, anche se gli contesta i dialoghi troppo artificiosi.

King è universalmente definito dalla critica “il re del brivido”; la sua capacità di insinuare nel lettore la sensazione che qualcosa si è avviato e non si può più fermare è davvero grande, unita all’ironia disseminata qua e là, necessaria a far respirare chi legge, ad alleggerire il troppo cupo, ma anche a far abbassare la guardia per poi colpire!

Anche la vista e l’udito sono fondamentali in letteratura, servono a creare il giusto ambiente al lettore, a stimolare la sua immaginazione e a mostrargli delle “cose” che in qualche modo devono apparirgli invitanti; in fondo, scrivere è un po’ dipingere, si deve saper mostrare qualcosa, prima di tutto. Avete letto il racconto del 1999 Il mostriciattolo verde di Murakami Haruki? Questa storia è una metafora che affronta il desiderio della protagonista di rompere la monotonia di giornate vuote, tutte uguali, impregnate di solitudine, ma racconta anche la paura del cambiamento, del nuovo e sconosciuto, rappresentato in questo caso da un mostro verde che bussa alla porta. Qui Murakami è in grado di farci vedere nei dettagli il personaggio surreale, il suo aspetto tra il grottesco e lo spaventoso, ma anche di sentire ciò che provano i due personaggi, i quali ci comunicheranno paure e crudeltà solo con il pensiero fino ad arrivare ad una conclusione cattiva e inaspettata.

Anche il gusto trova grande spazio, e questo in ogni genere letterario. A un certo punto delle storie, accade anche che i personaggi si avvicinino a del cibo e quel cibo deve essere ben descritto, o ben descritto il piacere o il disgusto che chi mangia prova… Ripensate alla raffinatezza di Hannibal di T. Harris, a come ci seduce nel suo “vizietto” che gli dà il dolce nomignolo di The Cannibal mostrandolo paradossalmente come un raffinato buongustaio: leggete Hannibal Lecter: le origini del male, se volete imparare a condire la carne umana…

E che dire degli zombi? Morti che resuscitano e, divenuti cannibali, si cibano dei vivi!

Portare un’idea alle estreme conseguenze utilizzando i sensi, non può che rappresentare coinvolgimento nel lettore, lo sapeva bene Hitchcock quando si dilettava nella scrittura associando il cibo all’omicidio, lo sapeva Agatha Christie, lo sapeva Bram Stoker raccontandoci il dolce sapore del sangue (ad oggi il tema continua a proliferare, tra vampiri adulti e vampiri adolescenti), lo sapevano e lo sanno anche gli autori “amanti” dei veleni, che sfruttano i piaceri della tavola per inserire l’arsenico tra gli ingredienti di deliziose ricette. L’abilità descrittiva dell’attesa, del timore che si trasforma in paura, del dubbio (succederà? Non succederà? Se non adesso, quando?) in un crescendo narrativo, ci fa soffermare su ogni dettaglio, ed eccolo il sapore di mandorle amare invadere le nostre papille gustative di lettori, con il corpo dello sventurato di turno che diviene inconsistente, inavvertibile, fino a raggiungere la morte…

Foto | Pixabay


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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