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pubblicato venerdì, 17 luglio 2015 da Roberto Russo in Grammatica
 
 

Si dice arancino o arancina?

Si dice arancino o arancina?

La domanda se sia corretto arancino o arancina va ben al di là della lingua e si addentra nei contesti socioculturali della Sicilia. Volendo sintetizzare al massimo, si potrebbe dire che a Palermo si chiama arancina mentre a Catania sono arancini: le arancine hanno una forma più a palla, mentre gli arancini sono a forma di cono. Ma la questione, come dicevamo, non è così semplice.

Il sito Cose da fare in Sicilia spiega che la denominazione originale non è né arancino né arancina, ma arancinu che, come riporta Giuseppe Biundi nel suo Vocabolario manuale completo siciliano-italiano, seguito da un’appendice e da un elenco di nomi proprj siciliani, coll’aggiunta di un dizionario geografico (Palermo, 1851) è una “vivanda dolce di riso fatta alla forma della melarancia”, voce che viene ripresa anche da Antonio Traina nel Nuovo vocabolario siciliano-italiano (Palermo, 1868) che, comunque, rimanda a crucché “specie di polpettine gentili fatte di riso o di patate o altro”.

La Garzantina della Cucina riporta il maschile – arancini – e spiega: “Piatto tipico della tradizione siciliana (nell’isola declinato dal femminile: arancine, altrove al maschile). La forma sferica, l’aspetto e il colore della sua superficie giustificano il nome: si tratta di una palla di riso fritta. L’origine, come per molti piatti, non è affatto certificata”.

La diatriba arancino vs arancina è stata avallata da Andrea Camilleri nel suo libro Gli arancini di Montalbano (1999) che, nel racconto che dà il titolo alla raccolta, ha anche la ricetta degli arancini. Noi vi riportiamo la ricetta come la scrive Andrea Camilleri, ma siamo certi che ci sono altre versioni per realizzare l’arancinu.

Arancino o arancina? La ricetta di Andrea Camilleri ne “Gli arancini di Montalbano”

Gesù, gli arancini di Adelina! Li aveva assaggiati solo una volta: un ricordo che sicuramente gli era trasùto nel Dna, nel patrimonio genetico.

Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimi per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanìsa, (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ‘na poco di fette di salame e di fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pì carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca col risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e si copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringraziannu u Signiruzzu, si mangiano.

Foto | Toni Hermoso Pulido


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.








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