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pubblicato mercoledì, 9 settembre 2015 da Roberto Russo in Poesia e dintorni
 
 

Giuseppe Ungaretti, le poesie più belle

Ungaretti poesie

In una lettera a Giovanni Papini del 25 luglio 1916, Giuseppe Ungaretti scriveva: “Amo le mie ore di allucinazione […] Anche le mie ore di randagio, d’immaginario perseguitato in esodo verso una terra promessa”. Forse questo suo spirito “di randagio” ha fatto breccia nel cuore di molti di noi e le sue poesie sanno esprimere – spesso in pochissime parole – un intero mondo.

Scorriamo, allora, alcune poesie di Giuseppe Ungaretti per muoverci anche in noi “verso una terra promessa”.

In Mandolinata (1915) scrive:

Mi levigo
come un marmo
di passione

Dell’anno dopo sono due poesie molto intense: la prima ha per titolo Tramonto:

Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d’amore.

La seconda è Pellegrinaggio e il poeta trasforma il suo nome in un verso del componimento:

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta l’illusione
per farti coraggio.

Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia

L’andar sempre randagi può portare un po’ di tristezza, ma è pur vero che c’è una sorta di Allegria di naufragi, come recita il titolo di una poesia di Giuseppe Ungaretti del 1917 (la raccolta, dal titolo omonimo, vide la luce nel 1919):

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

Nello stesso anno e nella stessa raccolta è contenuta anche la poesia più breve di Giuseppe Ungaretti, che tutti noi conosciamo. Il titolo è Mattina:

M’illumino
d’immenso

Per usare le parole di Marisa Carlà “È la poesia più breve di Ungaretti: due parole, tra di loro unite da fitti richiami sonori. Nell’illuminazione del cielo al mattino, da cui nasce la lirica, il poeta riesce a intuire e cogliere l’immensità”.

Nella stessa raccolta Allegria di naufragi viene pubblicato anche il componimento Soldati:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Brevissima, ed efficacissima, l’immagine di Babele che il poeta verga nel 1919

Uno sciame si copula nel sangue.

E che dire di Una colomba (1925)?

D’altri diluvi una colomba ascolto

Nel 1933 Giuseppe Ungaretti pubblica Sentimento del tempo, una raccolta che è ispirata a misure di neoclassica compostezza, nutrita di profonde riletture di Petrarca e Leopardi. Tra le poesie di Sentimento del tempo spicca la lirica La madre:

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti terrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Impossibile, poi, non perdersi dietro a quel vestito rosso che è fuoco “che consuma e accende” di cui parla Ungaretti nella poesia 12 Settembre 1966

Sei comparsa al portone
in un vestito rosso
per dirmi che sei fuoco
che consuma e riaccende.

Una spina mi ha punto
delle tue rose rosse
perché succhiassi al dito,
come già tuo, il mio sangue.

Percorremmo la strada
che lacera il rigoglio
della selvaggia altura,
ma già da molto tempo
sapevo che soffrendo con temeraria fede,
l’età per vincere non conta.

Era di lunedì,
per stringerci le mani

E parlare felici
non si trovò rifugio
che in un giardino triste
della città convulsa.

Concludiamo questo rapido excursus sulla poesia di Giuseppe Ungaretti (excursus che per forza di cose è parziale e soggettivo), con Sirene, una poesia attraversata da una straordinaria saggezza: in essa il poeta descrive l’esperienza amorosa come un’eterna illusione, l’ingannevole miraggio di un’isola, l’eco enigmatica d’un canto sottomarino, a cui tuttavia siamo incapaci di resistere.

Funesto spirito
che accendi e turbi amore,
affine io torni senza requie all’alto
con impazienza le apparenze muti,
e già, prima ch’io giunga a qualche meta,
non ancora deluso
m’avvinci ad altro sogno.

uguale a un mare che irrequieto e blando
da lungi porga e celi
un’isola fatale,
con varietà d’inganni
accompagni chi non dispera, a morte.

Foto | screenshot da YouTube


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.








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