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pubblicato domenica, 20 settembre 2015 da Giorgio Podestà in Poesia e dintorni
 
 

Isabella di Morra, la veemente poesia di un’anima straziata

Isabella di Morra

Nell’Italia tutta luci e ombre del Cinquecento, disperse tra Nord e Sud, ma unite dalla vocazione fonda e intensa per la poesia, si levano le voci di quattro straordinari talenti. Voci femminili avvezze a essere tacitate o sovrastate da quelle maschili abituate invece da sempre al comando, al sopruso, ad arginare o rinchiudere in uno spazio piccolo e di poco momento ogni velleità artistica, ogni tentativo di autodeterminazione di compagne, madri e sorelle.

Certo è che le opere di Isabella di Morra, di Gaspara Stampa, di Veronica Gambara e di Vittoria Colonna (di queste altre tre ne scriveremo al più presto) hanno il sigillo inequivocabile della poesia, il dono raro della parola che diventa subito luce, del verso che non è solo guizzo squisito, ma anche genio acuminato. Dolorosamente vivo.

Una verità questa che ritroviamo intatta nell’opera esigua ma intensissima di Isabella di Morra, giovane nobildonna barbaramente uccisa dai fratelli nel castello di Valsinni nel lontano 1546.

Una vita la sua breve, isolata, vissuta tra i dirupi di una Basilicata selvaggia e fatalmente lontana da quelle corti rinascimentali a cui Isabella, colta e sensibilissima, agognava. Le cronache del tempo ci dicono come i fratelli (il padre da anni viveva per questioni politiche in esilio alla corte francese), convinti che la sorella avesse una tresca amorosa con lo spagnolo Diego Sandoval di Castro, la pugnalarono a morte insieme al suo pedagogo, reo di aver fatto da intermediario tra i due giovani innamorati. Non paghi di tanta efferatezza, a distanza di mesi gli sciagurati organizzarono, insieme agli zii, un agguato mortale al Sandoval che cadde sotto i loro colpi.

Una vicenda amarissima, fatta di ferocia, solitudine e versi sublimi a cui Isabella di Morra affidò, senza tentennamenti, tutta se stessa:

Torbido Siri, del mio mal superbo
or ch’io sento da presso il fine amaro,
fa’ tu noto il mio duolo al padre caro,
se mai qui’l torna il suo destino acerbo.

Foto | Mateola (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons




Giorgio Podestà

 

Nato in Emilia si occupa di moda, traduzioni e interpretariato. Dopo la laurea in Lettere Moderne e un diploma presso un famoso istituto di moda e design, ha intrapreso la carriera di fashion blogger, interprete simultaneo e traduttore (tra gli scrittori tradotti in lingua inglese anche il premio Strega Ferdinando Camon).