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pubblicato venerdì, 25 settembre 2015 da Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Alessandro Manzoni, vita e opere

Francesco Hayez (1791-1882), Ritratto di Alessandro Manzoni (1841)

Francesco Hayez (1791-1882), Ritratto di Alessandro Manzoni (1841)

Alessandro Manzoni nacque il 7 marzo 1785 a Milano, in una famiglia nobile e agiata: il padre, il conte Pietro, apparteneva alla piccola nobiltà di Lecco e la madre, Giulia Beccaria, era figlia dell’autore del celebre Dei delitti e delle pene (anche se è ben fondato il sospetto che il vero padre dello scrittore sia stato il minore dei fratelli Verri, Giovanni). Fece i suoi studi presso i somaschi nei collegi di Merate e di Lugano e con i barnabiti al Longone di Milano.

La vocazione di Alessandro Manzoni alla poesia fu abbastanza precoce: del 1801 è il poema in quattro canti di terzine Il trionfo della Libertà, del 1803 l’ode di argomento amoroso A Delia e l’elegante idillio in endecasillabi sciolti Adda, indirizzato al Monti, e fra il 1802 e il 1804, parte a Milano e parte a Venezia vennero scritti quattro Sermoni nei quali le cadenze oraziane sono rifatte nei modi cari al Parini e a Gasparo Gozzi.

Nell’estate 1805 il giovane Alessandro Manzoni raggiunse a Parigi la madre che, separatasi legalmente dal marito fin dal 1792, era vissuta là con Carlo Imbonati, il quale morendo (15 marzo 1805) l’aveva lasciata erede del suo patrimonio. Per difendere se stesso e la madre dalle calunnie compose allora il carme in endecasillabi sciolti In morte di Carlo Imbonati, che attraverso un immaginario colloquio col defunto esprime una dolorosa eppur virile concezione della vita.

Il matrimonio tra Alessandro Manzoni ed Enrichetta Luigia Blondel e la questione della religione

Dopo la morte del padre, Alessandro Manzoni sposò nel 1808 Enrichetta Luigia Blondel, figlia di un banchiere ginevrino, di religione calvinista.

Staccatosi dal cattolicesimo già in anni giovanili, a Parigi, dove oltre a stringersi d’amicizia con Claude Fauriel frequentava alcuni degli ideologi eredi del sensismo settecentesco, Alessandro Manzoni aveva portato alle estreme conseguenze i suoi spiriti illuministici e razionalistici. La vita con la moglie, sincera credente, segnò un primo passo verso il ritorno alla fede. Il matrimonio era stato celebrato secondo il rito evangelico ma, quando nacque la primogenita Giulia, questa fu battezzata secondo il rito cattolico. Enrichetta sentì allora il bisogno di conoscere la religione nella quale sarebbe stata allevata la figlia, e sotto la guida di colui che si assunse il compito della sua educazione religiosa, l’abate Eustachio Degola, non tardò ad abiurare il calvinismo per abbracciare il cattolicesimo. In questo fatto fu la prima spinta decisiva al ritorno di Alessandro Manzoni alla fede cattolica.

Di un tormento morale profondo si hanno indizi nel poemetto Urania del 1809, ma la conversione poté dirsi compiuta soltanto nel 1810, quando il matrimonio con Enrichetta venne ricelebrato secondo il rito cattolico. Comunque la critica ha svalutato il cosiddetto «miracolo di San Rocco », ossia la versione secondo la quale nell’aprile del 1810 il poeta, a Parigi, avendo smarrito la moglie in mezzo alla folla esultante per il matrimonio di Napoleone, Alessandro Manzoni sarebbe entrato nella chiesa di San Rocco e avrebbe promesso di tornare alla fede qualora avesse ritrovato Enrichetta.

La conversione di Alessandro Manzoni al Romanticismo, gli Inni Sacri e le tragedie

Nel 1810 il poeta Alessandro Manzoni si stabilì nuovamente a Milano e nel raccoglimento della vita familiare e dello studio maturò, conseguenza logica della conversione religiosa, anche la sua conversione letteraria al Romanticismo. Ma i segni esterni tardarono a manifestarsi: la prima opera alla quale pensò furono gli Inni sacri, che dovevano essere dodici, a celebrazione delle massime solennità dell’anno liturgico. Compose nel 1812 La Risurrezione, nel 1813 Il nome di Maria e Il Natale, nel 1814-1815 La Passione; più tardi La Pentecoste, cominciata nel 1817, ripresa nel 1819 e compiuta nel 1822 (di data difficilmente precisabile, ma di molto posteriore è l’incompiuto Ognissanti). I misteri della fede erano interpretati negli Inni sacri come eventi di una storia il cui significato trascende i valori umani; così Alessandro Manzoni rispondeva sia alla sua più intima esigenza religiosa, sia a quell’istanza, che era propria della scuola romantica, di dare alla poesia non un contenuto soggettivo o mitico ma storico.

A questi ideali sono ispirate anche le due tragedie: Il conte di Carmagnola, cominciato nel 1816 i terminato nel 1819, e Adelchi, scritto nel 1820-1821 e corretto nel 1822 (di una progettata tragedia Spartaco si sa soltanto che doveva trattare della lotta tra dominatori e schiavi).

Le tragedie presentano eroi cristiani e romantici, ai quali la sventura ha insegnato a non credere alle leggi crudeli con le quali gli uomini governano il mondo e a cercare rifugio nella fede. Specialmente il modo nel quale è concepito Adelchi autorizza a pensare a influenze giansenistiche, le quali possono del resto essere fondatamente supposte anche perché giansenisti erano i due religiosi che furono consiglieri spirituali del poeta e della moglie, il Degola e Luigi Tosi. È ben vero però che del giansenismo o, se meglio si vuole, dell’agostinismo il poeta risentì solo la lezione morale, quel pessimismo che lo portava a diffidare del mondo e a confidare nella forza redentrice della Grazia, che dal punto di vista teologico egli rimase sempre strettamente fermo alla dottrina della Chiesa di Roma, come attestano sicuramente anche le Osservazioni sulla morale cattolica, scritte per richiesta del Tosi. Né al cattolicesimo contrastavano gli ideali liberali e patriottici ai quali si ispirarono una canzone del 1814 composta per formulare la speranza che le potenze europee collegate contro Napoleone dessero l’indipendenza all’Italia, l’incompiuta canzone Il proclama di Rimini (1815) e più tardi l’ode Marzo 1821, nata dai moti piemontesi e pervasa un sentimento religioso della libertà politica. La concezione cattolica non è intaccata neppure dal pensiero che gli dettò la magnifica ode Il cinque maggio, composta di getto nel luglio 1821 quando giunse a Milano la notizia della morte di Napoleone, informata all’idea che nei grandi eventi della storia si debba riconoscere il segno dell’imperscrutabile volontà di Dio.

L’affermazione dei principi romantici nei testi in prosa

All’affermazione dei principi romantici Alessandro Manzoni non collaborò soltanto con le sue opere di poeta. A lui si devono anche scritti critici di notevole rilievo, nei quali convalidò e approfondì le teorie esposte dagli scrittori del Conciliatore. Nel 1818 aveva composto per satireggiare i classicisti e l’abuso della mitologia l’ode L’ira di Apollo, che fu data alle stampe soltanto nel 1829; quando poi pubblicò il Carmagnola premise alla tragedia una breve ma densa prefazione intesa a dimostrare la validità dei principi romantici nel teatro tragico; a un articolo di Joseph Victor Chauvet che, pur lodando il Carmagnola ne attribuiva i difetti all’abbandono delle norme classiche, replicò nel 1820 con l’acuta lettera in francese (Lettre à M. C*** sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie) che, inviata al Fauriel, venne da questo pubblicata due anni dopo insieme con la traduzione delle due tragedie; nel 1823 dettò la Lettera sul romanticismo, indirizzata a Cesare d’Azeglio, pubblicata soltanto nel 1846, a sua insaputa, a Parigi nel giornale degli esuli italiani L’Ausonio.

In questi scritti Manzoni spiegava su quali esigenze di verità si fondasse la sua adesione al Romanticismo e come per lui il problema estetico fosse inseparabile da quello morale e religioso. D’altra parte dello scrupolo che metteva nel documentarsi sulla storia dalla quale prendeva ispirazione e delle idee che informavano la sua visione degli eventi e dei personaggi si ha buona prova nell’importante Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia: qui è compendiato ciò che egli aveva studiato e pensato per scrivere l’Adelchi, ed è evidente che il suo giudizio sui Longobardi, mentre voleva correggere quello dato dal Muratori, risente fortemente delle idee informatrici della storiografia romantica, e in particolare delle tesi di Augustin Thierry.

Il progetto de I promessi sposi

Attendeva ancora all’Adelchi quando concepì il disegno di un romanzo storico sulla Lombardia del XVII secolo sotto la dominazione spagnola. La minuta del romanzo, il Fermo e Lucia, venne sottoposta al giudizio degli amici Fauriel ed Ermes Visconti, tenendo conto dei consigli dei quali il romanziere non tardò ad accingersi a un rifacimento radicale: l’opera, col titolo I promessi sposi, venne pubblicata nel 1827 e successivamente, con correzioni soprattutto di carattere linguistico, a dispense dal 1840 al 1842 a Milano. Su I promessi sposi di Alessandro Manzoni rimandiamo a un altro articolo di questo blog/magazine.

La “tranquilla” vita di Alessandro Manzoni

Da quando si stabilì nel 1810 a Milano la vita di Alessandro Manzoni si svolse senza vicende eccezionali. Raramente si allontanò dalla sua casa di città e dalla villa di Brusuglio: soltanto fra il 1819 e il 1820 abitò a Parigi per dieci mesi circa; nel 1827 stette per due mesi a Firenze, dove fu di nuovo nel 1856: il primo soggiorno nella città giovò a quella «risciacquatura dei panni in Arno» che portò ad accentuare, nell’edizione dei Promessi sposi del 1840, forme espressive tipiche del fiorentino, mentre peraltro il senso acutissimo della lingua viva suggeriva all’artista l’eliminazione dei lombardismi più crudi, ma la conservazione di quelli che non portarono a coloriture espressionistiche e addirittura l’assunzione di altri non presenti nella prima edizione del romanzo.

Nel 1848, dopo il ritorno degli Austriaci in Lombardia, Alessandro Manzoni soggiornò per due anni a Lesa (Novara), dove tornò di frequente anche in seguito.

La vita di Alessandro Manzoni fu puntellata da gravi lutti che lo amareggiarono: nel 1833 perdette la moglie Enrichetta e l’anno dopo la figlia Giulia, sposa a Massimo d’Azeglio; nel 1841 gli morì la madre; nel 1861 la seconda moglie Teresa Borri Stampa, sposata nel 1837.

Gli scritti filosofici, critici, storici e linguistici di Alessandro Manzoni

La fama di Alessandro Manzoni andava crescendo in Italia e in Europa, ma dopo I promessi sposi egli rinunziò quasi del tutto alla creazione poetica e si dedicò a studi filosofici, critici, storici e linguistici. Esercitò un forte influsso sul suo pensiero Antonio Rosmini, conosciuto nel 1826, al quale restò legato da profonda amicizia. Dalla teoria del filosofo roveretano sulle idee innate dedusse i principi informatori dello scritto di estetica Dell’invenzione (1850), ma il pensiero del Rosmini non fu estraneo neppure al saggio Del romanzo storico e, in genere, dei componimenti misti di storia e d’invenzione, pensato e forse scritto in parte poco dopo il 1830 ma pubblicato nelle Opere varie del 1845. Questo saggio, in apparenza il più paradossale degli scritti manzoniani, in quanto con logica sottile lo scrittore vi dimostra l’incoerenza in cui incorre il romanzo storico, quale forma moderna dei componimenti che alla maniera dei poemi epici pretendono di fondere verità storiche e parti inventate, ha tuttavia grande importanza come affermazione dei diritti del realismo in letteratura.

A parte la Storia della colonna infame, da storico Alessandro Manzoni scrisse ancora il saggio comparativo su La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859, stendendone poco più che l’esordio, nel quale l’imparzialità del giudizio è compromessa dalla severità con la quale vengono valutati gli eccessi della Rivoluzione francese, prescindendo dalle circostanze che avevano determinato fatti tanto eccezionali. Ma il suo maggiore impegno di storico egli voleva mettere nella Storia dell’indipendenza italiana, incompiuta, inedita fino al 1947, alla quale attendeva ancora alla vigilia della morte.

Anche come teorico Alessandro Manzoni segnò una traccia profonda nella questione della lingua. Già quando si accinse a riscrivere il suo capolavoro pensava a un libro che risolvesse le difficoltà contro le quali egli stesso aveva dovuto lottare poiché in Italia, ben diversamente da quello che era avvenuto in Francia, tra lingua letteraria e lingua dell’uso v’erano insanabili divergenze. Più tardi, in data imprecisabile, ma probabilmente già intorno al 1835, si dedicava a quello scritto intitolato Sentir messa, pubblicato soltanto nel 1923, che dimostra come per ragioni storiche e pratiche debbano essere respinte le varie soluzioni della questione della lingua proposte dai letterati nel corso dei secoli da Dante al Monti e al Perticari, e propone come modello l’uso vivo di Firenze depurato dai caratteri prettamente dialettali. Tali idee riprese poi in un trattato Della lingua italiana del quale nei manoscritti restano due redazioni: da esso e dai vari materiali per esso raccolti derivò i vari scritti attraverso i quali la sua dottrina linguistica fu divulgata, incontrando consensi e dissensi: dopo la lettera Sulla lingua italiana a Giacinto Carena del 1845, la relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla, che, quale presidente di un’apposita commissione, inviò al ministro Emilio Broglio il 19 febbraio 1868; dello stesso anno 1868, due lettere a Ruggero Bonghi, una Intorno al libro «De vulgari eloquio» di Dante, che segna una data per l’interpretazione del trattato dantesco, e l’altra Intorno al Vocabolario; del 1869 l’Appendice alla relazione al Broglio; del 1871 la Lettera al marchese Alfonso della Valle di Casanova.

L’importanza della dottrina esposta in questi scritti non sarebbe tuttavia valutata nella giusta misura senza tenere conto sia del suo stretto rapporto con il grande modello di prosa moderna che Alessandro Manzoni aveva dato nei Promessi sposi, sia del fondamento che essa aveva nella concezione sociale e politica dello scrittore.

Alessandro Manzoni e l’unità nazionale italiana

Non soltanto Alessandro Manzoni fu convinto che letteratura e poesia devono indirizzarsi al popolo per assolvere la loro funzione, ma tra i primi egli asserì la necessità dell’unità nazionale, fin dal 1815, nell’incompiuta canzone per Il proclama di Rimini, nella quale si legge il verso «Liberi non sarem, se non siam uni». È vero che gli atti con i quali manifestò il suo impegno politico furono assai rari, come del resto pretendeva un temperamento tanto schivo della vita pratica.

Non si può comunque tacere che la sua fede di cattolico non gli impedì di dare il suo consenso alla politica unificatrice di Vittorio Emanuele II e che, nominato senatore, nel 1861 partecipò alla storica seduta in cui fu proclamato il regno d’Italia, e tre anni dopo votò il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, ben sapendo che quello era un passo necessario verso Roma capitale.

La morte di Alessandro Manzoni

Il 6 gennaio 1873, uscendo dalla chiesa di San Fedele a Milano, cadde sbattendo la testa su un gradino e si procurò un trauma cranico con perdita di sangue. Iniziò, così, il declino, acuito il 27 aprile dalla morte del figlio maggiore Pier Luigi. Il 22 maggio 1873 Alessandro Manzoni spirò.

Via | Dizionario della letteratura italiana, a cura di Ettore Bonora
Foto | Francesco Hayez [Public domain or Public domain], via Wikimedia Commons


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.








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