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pubblicato mercoledì, 30 dicembre 2015 da Roberto Russo in Poesia e dintorni
 
 

Poesie di Capodanno, le più belle e intense

Poesie di Capodanno

Alla scoperta delle poesie di Capodanno

Siamo giunti alla fatidica data di cambio anno: dal 31 dicembre al 1 gennaio non passa solamente un giorno, ma è un anno intero che va via e uno nuovo che comincia. Si tratta di una convenzione, è vero, ma è quasi un rito di passaggio e come ogni rito del genere le influenze sull’animo umano non sono quantificabili.

Senza dubbio le poesie di Capodanno riescono a trasmettere qualcosa in più delle semplici frasi augurali, perché i poeti, lo sappiamo bene, entrano nelle pieghe dell’anima e vi si sistemano agevolmente.

Andiamo di poesia, dunque, per celebrare l’anno nuovo e salutare il vecchio.

Tre poesie per l’ultimo giorno dell’anno

Per la fine dell’anno vi proponiamo tre poesie che si soffermano in particolare su questo giorno. La prima è Fine d’anno ed è di Jorge Luis Borges (1899-1986) che si sofferma a riflettere sul vero significato del cambio di data. La poesia è tratta dalla raccolta Fervore di Buenos Aires del 1923 ed è per questo il riferimento ai numeri due e tre che troviamo all’inizio:

Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

Fine del ’68 è il titolo di una poesia di Eugenio Montale (1896-1981, Nobel per la letteratura nel 1975) che contempla “dalla luna, o quasi” il mondo al cambiare di anno

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

Antonio Porta (1935-1989) nella poesia Incamminarci ci invita a guardare proprio il momento in cui un anno finisce e ne inizia uno nuovo:

Al giro di boa ancora fiammeggiano le querce,
celebriamo il passaggio dell’anno, del fuoco
quello appena nato non può temere il gelo
tutte le foglie lo trattengono nel calore
fin che possa liberare le ali piumate
ruotare sopra di noi che dormiamo, incamminarci.

Tre poesie di Capodanno

Augurio di Capodanno è una poesia di Diego Valeri (1887-1976) che trae ispirazione dalla natura:

Io credo all’uccellino batticoda:
che ci porti il buon anno.
Scorre liscio su l’umido tappeto
di bruni muschi, alla soglia del mare,
sosta un tratto a beccare, e poi di nuovo
scivola via come una spola, vola,
sparisce in cielo. Neppur ci ha guardati.
Ma è bello, affusolato, grigio e bianco,
porta, certo, il buon anno.

Ancora una poesia di Eugenio Montale: il titolo è Il primo gennaio.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

Vittorio Sereni (1913-1983) dedica una sua poesia al Capo d’Anno (scritto così e non tutto attaccato):

Aggiorna sul nevaio.
Ad altro dosso di monte
un ignoto paese
mormorando mi va primavera
dalle sue rosse fontane,
da rivi scaturiti a giorno chiaro;
dove uscirono donne sulla neve
e ora cantano al sole.

Altre poesie di Capodanno

Facciamo un riassunto delle poesie di Capodanno che abbiamo pubblicato su GraphoMania nel corso degli anni:

Foto | Pixabay




Roberto Russo

 

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.