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pubblicato sabato, 6 febbraio 2016 da Susanna Trossero in Mondolibri
 
 

I consigli di scrittura di Haruki Murakami

I consigli di scrittura di Haruki Murakami

I consigli di scrittura di Haruki Murakami

Haruki Murakami è un grande della letteratura giapponese: scrittore, traduttore (di altrettanto grandi della letteratura come Carver, per esempio) e saggista giapponese. Ricordo la prima volta che rimasi affascinata dal suo stile e dalla sua incredibile capacità di trasmettere sensazioni intense; fu leggendo il suo Kafka sulla spiaggia, del 2002, storia in cui vi sono momenti che insegnano a descrivere l’attesa, altri la tensione, altri il cambiamento del personaggio che da buono e generoso diviene un assassino suo malgrado.

Con l’aiuto di questo maestro della scrittura e delle sue parole, proveremo a sviluppare cinque importanti suoi consigli che si possono ricavare dal suo romanzo 1Q84, e chissà che non diventiate altrettanto bravi! Chi può dire fin dove può arrivare il vostro talento nascosto?

Scrivere semplicemente e con molta cura

Siete pronti a seguire i consigli di scrittura di Haruki Murakami? Eccovi il primo:

Scrivere semplicemente e con molta cura: “La scrittura sembrava apparentemente semplice, ma una lettura più approfondita rivelava il fatto che fosse calcolata e costruita con estrema cura”.

Può sembrare una contraddizione ma non lo è, credetemi: tra gli strumenti necessari per sviluppare una storia infatti, non dovrà mai mancare una consistente varietà di parole; ne parlammo nelle lezioni precedenti in maniera approfondita ed è un tema costante in tutti i laboratori o corsi di scrittura; non dimenticate che le storie non si sviluppano in lunghezza ma in profondità, e la profondità è data proprio dalle parole.

Tuttavia, allo stesso tempo, dovrete far sì che la paura delle ripetizioni non vi spinga alla ricerca ossessiva di vocaboli “particolari”; anche nel campo delle parole vige la regola della via di mezzo, dunque vi basterà consultare un buon dizionario dei sinonimi e dei contrari per evitare di ripetervi, ma non sarà necessario affannarsi per trovare dei sostituti “pomposi”.

Lavorate su ciò che avete da dire costruendo con attenzione le frasi perché risultino efficaci, ricordando però che è la semplicità a rendere il nostro pensiero in grado di raggiungere il lettore. L’emozione di una frase, il turbamento dato da una descrizione, devono giungere a lui all’improvviso, mentre le pagine scorrono sotto i suoi occhi; se dovrà soffermarsi troppo su un periodo perché ricco di vocaboli ricercati e difficili, il suo coinvolgimento andrà perduto.

Sono sempre più convinta che la giusta misura fra il troppo e il troppo poco, possa essere scovata in ogni storia che leggete: siate curiosi, critici, attenti, perché ogni libro letto possa trasformarsi in buon maestro e trasformare voi in scrittori che lasciano il segno!

Rimuovere tutte le parole non necessarie

Ed eccoci al secondo piccolo grande consiglio del nostro Murakami il quale, tra l’altro, è anche il nipote di un monaco buddista, lo sapevate?

Rimuovere tutte le parole non necessarie: “Nessuna parte era troppo ricca, ma allo stesso tempo aveva tutto quello che era necessario”.

Con questa frase possiamo ricollegarci a quanto detto precedentemente, ovvero la scelta delle parole. A volte ne bastano davvero poche, per esprimere la forza di un rimpianto, la violenza di un dolore, la pacatezza di uno sguardo o l’intensità di una voce. La lunga descrizione di un’emozione tradotta in parole, non necessariamente trasmette ciò che avremmo voluto. Nondimeno, una piccola breve frase, ci riporta quasi violentemente a un ricordo, a una speranza, a un desiderio segreto. La ricchezza non sta nella quantità, dunque, ma nella qualità delle nostre frasi, e ciò si ricollega al discorso sulla profondità di un testo o di un pensiero scritto.

Il lettore, all’inizio di una nuova storia, è spesso molto scettico: “Mi piacerà? Che avrà scritto questo? Ne varrà la pena?” Apriamogli la porta, facciamolo accomodare, curiamogli un ambiente invitante: è venuto a trovarci forse per il titolo, forse per la copertina, forse perché gli ha parlato di noi un amico.

Aprendo un libro che non conosce, entra con circospezione in una nuova casa, facciamo in modo che gli piaccia, che possa sentire qualcosa, catturiamolo e stimoliamo i suoi sensi. Come? Con le parole, naturalmente. Quando usiamo quelle giuste, possiamo addirittura raccontare il silenzio o far parlare gli oggetti, senza che ciò possa necessariamente risultare assurdo o surreale! In questo, lo scrittore diviene un po’ un mago; deve inventare nuovi modi di raccontare cose già raccontate, perché l’originalità spesso non sta tanto nella storia quanto nel modo di scriverla.

Attenzione agli aggettivi, usarne troppi può far risultare il testo addirittura noioso! E attenzione anche alle metafore troppo poetiche: le parole devono ardere nel lettore, non spegnere il fuoco della sua attenzione.

Concentrarsi sulle descrizioni realistiche

Proseguiamo il nostro viaggio verso una scrittura più matura, approfondendo il terzo consiglio di Haruki Murakami, che dice:

Concentrarsi sulle descrizioni realistiche: “Le espressioni metaforiche erano ridotte al minimo, ma le descrizioni erano ancora vivide e ricche di colore”.

Ebbene, qui potremmo collegarci alla fotografia per esprimere meglio il concetto. Partendo dal presupposto che non è possibile raccontare con assoluta obiettività, noi raccontiamo l’immagine così come noi la percepiamo e fermiamo il tempo sulla carta così come il fotografo lo ferma con il suo scatto; lo scrittore impara a vedere e cerca un suo linguaggio per riuscire a mostrare, e per fare ciò non sono necessarie continue metafore, allegorie o giri di parole.

Un ottimo esercizio, per imparare a fare questo, è osservare una fotografia per poi raccontarla usando la penna. Non è detto che riusciremo a percepire la stessa cosa che ha visto il fotografo immortalando l’immagine, ma ci saremo comunque sforzati di vedere imparando di conseguenza a mostrare.

Avete mai letto la raccolta di racconti di Calvino intitolata Palomar? Un eccellente esempio di “scrittura fotografica” in cui l’autore mostra, attraverso il sapiente uso delle parole, le immagini nei dettagli quasi a voler – con la parola scritta – mostrarci un album di foto.

Non mi stancherò mai di dire che è l’allenamento a trasformarci da scribacchini a scrittori; non occorre far altro che guardarsi intorno e – con un quaderno sempre a portata di mano – annotare tutto ciò che colpisce il vostro sguardo o la vostra mente: un tramonto, una foglia, un portone, un sorriso. Immortalate anche voi ogni immagine, e se all’inizio faticherete a trovare il giusto vocabolo che ne riassuma la particolarità, con il passare del tempo la vostra penna diverrà più sicura e i vostri “scatti” più fermi e nitidi.

È importante, in tale contesto, una precisazione: non usare troppe metafore non significa evitarle tutte e nemmeno non scrivere un racconto metaforico, badate bene. Lo stesso Murakami, attraverso la breve storia–metafora Il mostriciattolo verde, tratta dalla raccolta L’elefante scomparso e altri racconti (1999), narra il desiderio di rompere la monotonia di giornate vuote e sempre uguali, la solitudine e il timore di mettersi in gioco, ma racconta anche la paura del cambiamento, del nuovo, dello sconosciuto, rappresentato in questo caso da un mostriciattolo verde che una sera bussa alla porta di una donna per dirle che l’ama. I due comunicheranno solo attraverso i pensieri e l’autore riuscirà a farci vedere nel dettaglio un personaggio surreale, ma anche a farci sentire ciò che provano entrambi i protagonisti. Magie della penna!

Toccare tematiche oscure

Siamo giunti alla quarta “ricetta” del nostro maestro Murakami, che per conferire un valore aggiunto alla nostra scrittura suggerisce:

Toccare tematiche oscure: “Una particolare oscurità pervadeva lo stile del romanzo… era come una di quelle fantastiche storie per bambini, ma da qualche parte, nascosta in profondità, aveva una forte, buia corrente”.

In effetti egli stesso segue questo consiglio: con le sue storie ci proietta con spietata lucidità, in viaggi che conducono nell’anima di personaggi ambigui e crudeli, mostrandocene il lato oscuro, i deliri, le ossessioni, le follie.

In qualunque tipo di scrittura, qualunque sia la storia che raccontiamo, non bisognerebbe rendere le cose facili né sgombrare troppo velocemente il campo dal male, sempre estremamente attraente e intrigante per chi legge. I labirinti psicologici, gli intrecci inquietanti o i presentimenti sinistri, affascinano e disorientano i lettori, li catturano prima ancora che l’evento vero e proprio si sveli tra le pagine. Perché non è il fatto in sé a spaventare il lettore, ma l’atmosfera che circonda la storia, a predisporre il lettore all’inquietudine.

Se usiamo uno stile oscuro seppur velato, siamo in grado di trasmettere una sorta di ansia, di raggiungere – attraverso le percezioni – processi mentali che scatenano emozioni tali da non far lasciare il libro fino all’ultima pagina. E allora sì, chi scrive ha vinto.

Tutto ciò è facilitato dalla scrittura dei sensi, poiché è coinvolgendo i cinque sensi che si riesce maggiormente ad attrarre il lettore. L’olfatto per esempio, che è il senso più forte, primitivo, è ricorrente negli horror, nei thriller o noir (Misery, Il silenzio degli innocenti). In ogni caso, l’utilizzo di ognuno dei cinque sensi contribuisce efficacemente a trasmettere qualcosa di forte, spesso inquietante, addirittura scardinante.

Vorrei aggiungere, per concludere, che vi è un elemento fondamentale da inserire in una storia, un elemento in grado di scacciare l’apatia dal lettore: il conflitto, il contrasto. Può essere tra i personaggi, può essere mentale in uno di loro, può essere il frutto di introspezione, ma la contrarietà è l’elemento di disturbo che modifica tutto, l’inaspettato che stravolge e che crea difficoltà, e va portato fino all’estrema conseguenza.

Qualcuno ha detto: “La vita costruita degli uomini è monotona nella sua ripetitività. Solo il male ha una fantasia senza limiti”. E allora usiamolo, il male, insinuiamolo alla maniera di Murakami, creando atmosfere adatte a lui: fosche, tenebrose e – speriamo – indimenticabili.

Scrivere una prosa musicale

Il quinto e ultimo consiglio che possiamo ricavare dal romanzo 1q84 di Haruki Murakami è:

Scrivere una prosa musicale: “Soprattutto lo stile aveva una meravigliosa musicalità. Anche senza leggerlo ad alta voce, il lettore ne avrebbe riconosciuto la sua profonda sonorità.”

La scrittura è un suono che ci viene trasmesso attraverso la vista: può rivelarsi melodioso, nostalgico, magico e ammaliante o – all’opposto – stridente, pedante, stonato. Ma è pur sempre suono, e lo è anche quando non lo esterniamo con la voce per facilitarne l’ascolto.

Vi sarà capitato di restare colpiti particolarmente da uno stile che penetra la vostra anima e la avvolge come musica struggente, e allora sottolineate o memorizzate frasi, le fate vostre, vi rammaricate di non aver saputo voi coniare un simile linguaggio. Ci sono romanzi o racconti che ci restano addosso proprio grazie a quelle note, e ne rievochiamo la musicalità quando ne parliamo con gli amici, in quel tam tam da lettori vitale per ogni libro.

Ma è a voi come scrittrici e scrittori che mi rivolgo, a voi che proprio attraverso la vostra continua esperienza di lettori, mescolandola a un talento naturale e alla tecnica: dovete usare il foglio bianco come spartito e scrivere la vostra, di musica. Si dice che tutto è già stato scritto, ma voi lo riscriverete a modo vostro, mescolando note–parole da reinventare, creando quella profonda sonorità di cui ci parla Murakami e che non ha bisogno della voce che la interpreti. Scrivere una storia non è forse comporre una musica che abbiamo dentro?

A proposito di voce però, ricordate che leggere a voce alta è necessario nella verifica del testo, poiché ci trasmette toni, pause, ritmo e pause traducibili in una punteggiatura efficace, esalta ripetizioni, periodi troppo lunghi, abuso del tono sincopato, e così via. Chi legge ad alta voce durante la revisione del proprio scritto dunque, impara a gestire le informazioni che il testo fornisce organizzandole al meglio.

Una curiosità: il rapporto tra scrittore e lettore è diventato un… fatto privato, se così vogliamo chiamarlo, solo di recente, nel XX secolo. Prima, infatti, accadeva molto spesso che chi leggeva lo faceva ad alta voce coinvolgendo un auditorio, e molti racconti nascevano proprio per essere letti a un pubblico. Attraverso la lettura ad alta voce si riuscivano a evocare suoni, odori, paesaggi, dare connotati meno astratti alle emozioni e vita ai personaggi.

Nei salotti letterari, nati nel ‘600, in genere si leggevano opere considerate “impubblicabili”, ovvero testi la cui divulgazione era proibita per motivi politici o per censura. La mia generazione ricorda i libri letti alla radio, giunti fino ai giorni nostri con la differenza sostanziale che “allora” le frequenze erano davvero pochissime, dunque attiravano l’attenzione di un pubblico maggiore; oggi l’abitudine all’ascolto è venuta meno, anche se i reading di lettura si stanno riprendendo un poco di spazio e un buon numero di “ascoltatori” nostalgici della figura del cantastorie. Forse, con l’avvento degli audiolibri, che offrono la possibilità a chi non ha tempo di leggere–ascoltare anche in auto in mezzo al traffico, gli ascoltatori di libri diverranno sempre più numerosi.

Foto | Insomnia PHT








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Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.