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Posted martedì, 23 febbraio 2016 by Graphe.it in Mondolibri
 
 

Giovanni Verga, l’uomo e lo scrittore

Giovanni Verga

Giovanni Verga (1840-1922) – Ritratto penna acquarello di Antonino Gandolfo, collezione Francesco Paolo Frontini

Giovanni Verga – nome completo Giovanni Carmelo Verga – nacque a Catania il 2 settembre 1840 e morì nella stessa città il 27 gennaio 1922. È considerato il più importante esponente del verismo in letteratura.

Gli studi e le prime opere di Giovanni Verga

Giovanni Verga ebbe come prima guida negli studi un lontano parente, Antonino Abate, di sentimenti liberali e patriottici; studiò poi sotto la guida del canonico Mario Torrisi e quando, nel 1858, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Catania già aveva tentato le sue prime prove di scrittore. Seguì con viva partecipazione la spedizione dei Mille, ed entrò nella Guardia nazionale; poco dopo fondò il settimanale «Roma degli Italiani». Nel 1861-1862 pubblicò il romanzo storico I carbonari della montagna e nel 1863, a puntate nella rivista fiorentina «Nuova Europa», Sulle lagune, romanzo ispirato alla condizione di Venezia ancora soggetta alla dominazione austriaca.

Il successo ottenuto da queste opere lo indusse a trasferirsi a Firenze, dove risiedette dal 1865 al 1871; nel 1872 si stabilì a Milano, dove fu vicino agli esponenti della scapigliatura ma rinsaldò soprattutto i vincoli d’amicizia con Luigi Capuana (1839-1915) quando, nel 1877, questi prese dimora nella metropoli lombarda.

Negli anni fiorentini e nei primi anni milanesi il Verga, risentendo delle tendenze della narrativa contemporanea e in particolare del naturalismo francese, compose romanzi di ambiente borghese non privi di mordente polemico nei confronti della società elegante, nei quali però si trova anche esasperata l’inclinazione al patetico di stampo romantico e a una tormentata concezione dell’amore (Una peccatrice, 1866; Storia di una capinera, 1870; Eva, 1873; Tigre reale, 1875; Eros, 1875; Il marito di Elena, 1882). Ma contemporaneamente egli veniva scoprendo la sua vena più personale di scrittore realista nei racconti e nei romanzi di vita siciliana. È del 1874 il bozzetto Nedda, su una raccoglitrice di olive vittima della miseria, il quale, raccolto poi nel volume Primavera e altri racconti (1876), segna una svolta nella sua produzione.

Anche più decisiva per le scelte di Giovanni Verga realista fu la novella Fantasticheria, pubblicata nel «Fanfulla della domenica» del 1879, che rende ben esplicita l’originale adesione al verismo, inteso non come impassibile riproduzione della vita bensì come interpretazione commossa e favolosamente trasfigurata del mondo siciliano. Fantasticheria apparve successivamente nel volume di Vita dei campi (1880) il quale contiene alcuni dei capolavori del Verga novelliere, quali Cavalleria rusticana, La lupa, Jeli il pastore, Rosso Malpelo.

Le opere che hanno reso celebre Giovanni Verga

Nel 1881 apparvero I Malavoglia; nel 1883 le Novelle rusticane, e i racconti e bozzetti Per le vie; nel 1887 Vagabondaggio; nel 1889 Mastro-don Gesualdo, il secondo nelle intenzioni dell’autore di un ciclo di romanzi intitolato I vinti (i successivi avrebbero dovuto essere La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso), destinato a tracciare, secondo il modello offerto dai naturalisti francesi, un vasto affresco della società contemporanea.

Il programma, che non fu portato a compimento, rispondeva a una precisa concezione, secondo la quale non era messo in discussione il mito ottocentesco del progresso, ma l’interesse si volgeva ai «deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto ». Già il terzo romanzo tuttavia rimase allo stadio di tentativo. Affrontando di nuovo la società aristocratica e borghese il romanziere avrebbe in effetti rimesso in discussione non solo la sua poetica ma i risultati più sicuri della sua stessa poesia, e persino quello strumento geniale della sua arte che consiste nella lingua, ormai decisamente lontana dai moduli fiorentini e manzoniani, e ricalcata sulla parlata siciliana non tanto per certo colorito lessicale quanto per la sintassi snodata e franta che, senza indulgere al gusto del folcloristico e del dialettale, riproduce il modo d’interpretare la realtà proprio dell’animo popolare.

Nel 1893 Giovanni Verga tornò a Catania, donde si allontanò di rado solo per qualche viaggio à Roma, nell’Italia settentrionale e a Berlino. Ormai egli considerava conclusa la sua attività creativa e ben poco pubblicò negli ultimi anni: I ricordi del Capitano D’Arce (1891), Don Candeloro e Compagni (1894), Dal tuo al mio (1905). Alle opere narrative vanno aggiunte quelle drammatiche, per lo più ricavate dalle novelle: Cavalleria rusticana (1884), La lupa (1896), La caccia al lupo, La caccia alla volpe (1902), Rose caduche (forse del 1873-1875, ma pubblicato nel 1928), Dal tuo al mio, la cui rappresentazione (1903) precedette di due anni il racconto dallo stesso titolo.

Giovanni Verga e il verismo

L’adesione alla poetica del verismo venne motivata da Giovanni Verga come una ricerca di oggettività tale che l’opera sembri «essersi fatta da sé come un fatto naturale senza serbare alcun punto di contatto col suo autore». In effetti l’oggettività alla quale mirava si attuò con una impersonalità controllatissima di stile pervasa da una profonda partecipazione morale al destino dei personaggi. I suoi eroi sono gli umili, le vittime di un destino che nemmeno la volontà più tenace riesce veramente a modificare, e persino coloro che hanno saputo crearsi una fortuna, come don Gesualdo e Mazzarò della novella La roba, non possono sottrarsi allo scacco finale. Di qui anche il significato sociale e politico dell’opera del Verga, da non intendersi come risultato dell’adesione a ideali socialisti, ma come portato di lucido pessimismo che, se arrivava a comprendere il dramma esistenziale degli uomini, ne vide gli aspetti più dolorosi in chi lotta per la sopravvivenza o è travolto dalle passioni più elementari.

Nel 1920 Giovanni Verga fu nominato senatore del regno, e fu questo un riconoscimento ufficiale della sua grandezza d’artista che venne sempre meglio compresa nel volgere degli anni e consacrata dopo la sua morte dal consenso unanime della critica e dei lettori.

Via | Dizionario della letteratura italiana, a cura di Ettore Bonora
Foto | Antonino Gandolfo [Public domain], via Wikimedia Commons




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