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pubblicato mercoledì, 16 marzo 2016 da Mariantonietta Barbara in Mondolibri
 
 

Il mio primo dizionario delle serie tv cult: intervista agli autori

Matteo Marino e Claudio Gotti, Il mio primo dizionario delle serie tv cult

Matteo Marino e Claudio Gotti, Il mio primo dizionario delle serie tv cult

Devo confessarmi: sono una dipendente dalla serie televisive. The Good Wife, Le regole del delitto perfetto, House of cards, Big Bang Theory, The Newsroom per citarne solo alcune. Perciò, come non incuriosirmi al dizionario di Matteo Marino e Claudio Gotti edito da Becco Giallo e illustrato da Daniel Cuello? Si intitola Il mio primo dizionario delle serie tv cult. Da Twin Peaks a Big Bang Theory.

Quello che mi fa soffrire è il non avere una produzione altrettanto valida in Italia. Se si eccettuano i primi Montalbano, Gomorra e Non uccidere, ci resta ben poco (il resto sono rifacimenti di format altrui). Ne ho “parlato” con Matteo Marino (che tra l’altro è fondatore e curatore del sito dedicato a David Lynch come anche la pagina Facebook del dizionario di cui parliamo) e con Claudio Gotti a cui ho rivolto una manciata di domande.

Io le ho scritte tra una serie e l’altra e loro hanno risposto mentre autografano le copie de Il mio primo dizionario delle serie tv cult. Buona lettura.

Entriamo subito in medias res con un po’ di TV therapy: la serie per chi è un po’ triste?
Matteo: Tra tutte quelle che trattiamo nel libro… diciamo che probabilmente Friends in questo è imbattibile ancora oggi. Come tutte le sit-com, una puntata dura poco e ha un ritmo sostenuto. Poi ci sono le battute a raffica e, se sei della generazione giusta, i personaggi condividono un po’ le tue frustrazioni e i tuoi problemi, che però si devono risolvere nell’arco di 20 minuti. Questo ti tira su. Ti porta a pensare che anche i tuoi problemi forse non sono così insormontabili.
Claudio: Già. Chi non vorrebbe vivere in una sit-com? Se Friends però ormai l’hai vista troppe volte, si può provare con The Big Bang Theory. Se invece la tristezza è legata a problemi di cuore, Sex and the City probabilmente non la spazzerà via, ma aiuterà a riderci un po’ su. Le battute di Samantha sono passate alla storia.
Matteo: Ci vorrebbe un indice ragionato di tutti i problemi sentimentali o sessuali con l’indicazione della puntata da vedere. Per sentirsi meglio o almeno non così soli!
Claudio: Facciamolo!

Quella per chi ha bisogno di imparare a sognare?
Matteo: Doctor Who. Le puntate più riuscite ti restituiscono la meraviglia, il divertimento e la commozione di quando avevi dieci anni e guardavi un film o una serie che ancora non sapevi sarebbe diventata cult. C’è una puntata in cui il Dottore promette a una bambina di nome Amy che tornerà presto, solo che manca l’appuntamento con lei di… quattordici anni. Quando la ritrova ormai adulta le chiede: “Allora, verrai con me?”, convinto di aver trovato una nuova compagna di viaggi spaziotemporali. Ma Amy risponde di no. “Volevi venire con me, quattordici anni fa. Cos’è cambiato?”. “Nel frattempo sono diventata grande”. Il Dottore ci pensa un attimo, poi le dice: “Rimedierò a questo”. In questa battuta di Steven Moffat c’è tutto. Si può reimparare a sognare, anche se i sogni ti hanno deluso.
Claudio: E poi, in linea di massima, quando decidiamo di vedere una serie, di qualsiasi genere essa sia, non è anche un po’ per sognare, per entrare in un altro mondo? Anche le serie che ci rimandano, per le loro implicazioni sociali, psicologiche o amorose, al nostro mondo di tutti i giorni, spesso ci fanno sognare, e alcune sanno restituirci alla vita di sempre con più consapevolezza e voglia di fare.

Quella per chi deve darsi una svegliata?
Matteo: 24, perché gli avvenimenti si svolgono in tempo reale nell’arco di una giornata (24 ore = 24 episodi) e tu non puoi dormire, esattamente come Jack Bauer, perché è troppo ansiogena!
Claudio: Poi c’è il Dr. House. Ecco: lui ci dà una svegliata per il suo modo di pensare controcorrente ma geniale. A volte dà voce alle cose che tutti pensiamo ma non abbiamo il coraggio di dire apertamente. Il suo cinismo è senz’altro esagerato, ma le battute (anzi gli aforismi!) che spara spesso ci mettono in guardia dalle meschinità della vita. House è contro il ragionamento a senso unico: infatti è zoppo, se vuoi seguirlo non puoi procedere in linea retta.

Quella per chi si batte per un mondo più equo?
Matteo: Ce ne sono tante. Mi viene in mente Modern Family, con famiglie “moderne” che rendono il mondo più equo con la loro quotidianità. Penso infatti a Mitchell, Cameron e la piccola Lily, che sono un condensato televisivo di tante famiglie arcobaleno effettivamente esistenti.
Claudio: Poi c’è Buffy, in cui a fare la differenza è una ragazza, che invece di essere salvata salva il mondo (un sacco di volte) con l’aiuto degli outsider della scuola. E Daredevil, con la sua riflessione sul potere e la responsabilità in perfetto stile Marvel, ma più cupa, con la giustizia che è cieca come il protagonista. Anche Elliot, l’anarco-insurrezionalista di Mr. Robot, sogna un mondo più giusto, senza Evil Corp. Dal suo punto di vista perfino Dexter contribuisce a un mondo più bello e più sicuro: un mondo senza serial killer… a parte lui, ovvio!

Matteo Marino e Claudio Gotti autori de Il mio primo dizionario delle serie tv

Matteo Marino (a sinistra) e Claudio Gotti (a destra) autori de Il mio primo dizionario delle serie tv cult disegnati da Daniel Cuello, che è anche l’illustratore di tutto il dizionario.

Quali tra le vostre serie preferite sono destinate, secondo voi, a restare nella storia e a diventare dei classici come Star Trek o Il tenente Colombo?
Claudio: Beh, Twin Peaks è già nella storia. L’abbiamo messa nel sottotitolo proprio perché è quella che ha inaugurato una nuova epoca d’oro per le serie tv, innalzando il livello qualitativo medio e cambiando la percezione dei “telefilm” per molti critici e per il grande pubblico. Poi di nuovo Sex and the City, perché è stata un fenomeno sociologico che ancora replicano. Ma sono tantissime quelle che sono già “classiche”.
Matteo: Per esempio Lost, che è stato un evento collettivo mondiale, nonostante il finale abbia deluso… In X-Files continuiamo a volerci credere ad anni di distanza, con una nuova stagione-revival che è appena andata in onda… E poi nel 2017 uscirà la terza stagione di Twin Peaks, interamente diretta da David Lynch, quindi si ricomincerà tutto daccapo!

Cosa manca alle serie italiane per raggiungere il livello di quelle da voi citate ne Il mio primo dizionario delle serie tv cult?
Claudio: Ad alcune non manca niente. Ci riferiamo a Gomorra, a Romanzo criminale e a quel piccolo gioiello di satira che è Boris, che infatti sono entrate di diritto nel nostro dizionario perché sono cult e perché hanno raggiunto uno standard qualitativo che le differenzia dalle serie della tv generalista. Boris ha un posto anche nella copertina disegnata dal bravissimo Daniel Cuello, che ha illustrato tutto il libro.
Matteo: A fare la differenza spesso non sono i talenti, che ci sono, ma le scelte produttive e di target. Per esempio Gomorra e Romanzo criminale sono state prodotte da Sky, un canale a pagamento, non dalla tv generalista, insomma è successa una cosa simile a quella che negli Stati Uniti è successa con la HBO e con gli altri canali via cavo. Più libertà, più rischi, più autorialità, più fiducia nel pubblico, più qualità.
Claudio: Sì, è vera questa cosa dei talenti. Per esempio abbiamo scoperto scrivendo che dietro Boris ci sono sceneggiatori che hanno lavorato pure a Don Matteo, Don Bosco… Chi l’avrebbe mai detto.
Matteo: Per cui, serialità italiana, dai, dai, dai!

Cosa ne pensate del doppiaggio? Ci sono stati casi in cui ha penalizzato i protagonisti e la sceneggiatura (tra quelle che da noi hanno avuto meno fortuna c’è The Newsroom).
Matteo: Oggi, per uscire quanto più vicini alla messa in onda originale, spesso si lavora troppo di corsa, sia sulle traduzioni, sia in sala doppiaggio.
Claudio: Noi personalmente preferiamo la visione in lingua originale con i sottotitoli, sia per conoscere meglio le interpretazioni degli attori, sia per goderci qualche sfumatura, soprattutto nelle battute, che a volte l’adattamento fatica a rendere.
Matteo: Certo, l’ideale sarebbe poter scegliere tra entrambe le versioni, come avviene per esempio su Netflix. A volte chi non ha dimestichezza con l’inglese anche coi sottotitoli rischia di perdersi qualcosa, per come i dialoghi di alcune serie vanno veloci!
Claudio: Un altro esempio di doppiaggio penalizzante ha interessato The Big Bang Theory: le prime otto puntate erano state adattate in una maniera così disastrosa – non solo eliminando i riferimenti nerd ma anche compiendo madornali errori di traduzione – da indurre molti a concludere erroneamente che la serie semplicemente non facesse ridere. Ed era un peccato, perché le voci italiane sono azzeccatissime e i doppiatori molto bravi! Sostituiti in blocco traduttore e direttore del doppiaggio, le cose sono migliorate. Ma alcuni giochi di parole rimangono difficilmente traducibili.

Quale delle serie citate da voi ha il miglior doppiaggio e la migliore traduzione, secondo il vostro parere?
Claudio: Guardando quasi tutte le serie in originale, non abbiamo fatto un confronto approfondito con le rispettive versioni italiane tanto da poter dire quale sia la traduzione migliore. Ma siamo legati ad alcune voci italiane, questo sì. La voce di Mary Alice, la casalinga suicida di Desperate Housewives, per esempio, sia perché è quella di una delle nostre più brave doppiatrici, Emanuela Rossi, sia perché è sganciata fisicamente dal personaggio diventando pura voce. La voce originale americana è meno interessante.
Matteo: Stessa cosa con la voce narrante italiana di Meredith di Grey’s Anatomy, resa in maniera fantastica da Giuppy Izzo. Ecco, Giuppy Izzo è la voce fuori campo che ho nella mia testa.
Claudio: E Sheldon parlerà sempre, per noi, con la voce di Leonardo Graziano. Quando nella seconda stagione c’è stata una sostituzione (temporanea) non era più lui!
Matteo: E poi tutte le voci di Twin Peaks. Anche se lì con le traduzioni hanno fatto un bel macello.

Per concludere, batteria di domande. Pensando alle serie tv cult, assegnate un Emmy a: un regista, un attore, un’attrice, uno sceneggiatore, colonna sonora, montaggio e, ovviamente, serie tv cult.
Claudio: Facciamo tra le serie che trattiamo nel libro, se no i candidati sarebbero troppi! E poi, anche così, non è che son pochi…
Matteo: È sempre difficile rispondere a domande del genere. Nel libro infatti non ci sono stellette, classifiche o giudizi di questo tipo, perché tutte le serie che trattiamo sono nostre serie del cuore, e per un verso o per un altro dovrebbero vincere Emmy in tutte le categorie (e molte l’hanno fatto davvero!). Comunque non sia mai che ci tiriamo indietro quando si tratta di giocare. Quindi, fammici pensare… Anzi no, per una categoria non ci devo pensare. Regia sicuramente David Lynch. Ovvio.
Claudio: Ovvio! Pure io. Dài, le prime che ci vengono in mente, senza ragionamenti, secche.
Matteo: Okay.
Claudio: Colonna sonora Michael Giacchino per Lost.
Matteo: Angelo Badalamenti per Twin Peaks. Montaggio, 24.
Claudio: O Lost.
Matteo: Sceneggiatore, Steven Moffat. Ma anche Vince Gilligan. E Alan Ball. E Joss Whedon. E poi ho una predilezione per le puntate folli di X-Files scritte da Darin Morgan, come Strane ferite o La lucertola mannara… ah, ne dovevo dire solo uno?
Claudio: Sceneggiatore… anzi sceneggiatrici: Shonda Rhimes di Grey’s Anatomy e Jenji Kohan di Orange Is the New Black. Attore e attrice, Francesco Pannofino (tra l’altro doppiatore bravissimo) che fa René Ferretti in Boris e Kim Cattrall che fa Samantha Jones.
Matteo: È il tuo mito Samantha!
Claudio: Certo!
Matteo: Avrei in mente altri dieci nomi ma stavolta farò il bravo: Bryan Cranston ossia Walter White ossia Heisenberg ossia Breaking Bad… e attrice… Eva Green in Penny Dreadful. È grandiosa, a volte recita con le sfumature della voce e dello sguardo, a volte è così fisica… Che manca?
Claudio: Serie tv cult.
Matteo: Ma naturalmente tutte e 33 quelle presenti nel libro!
Claudio (ride): Giusto!




Mariantonietta Barbara

 

Autrice per il web, scrittrice, editor. Ha collaborato con diverse testate nazionali di nanopublishing. Si è occupata di blogging e web strategy per piccole aziende. Leggere, scrivere e perdersi nelle serie tv sono le sue grandi passioni.