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pubblicato giovedì, 31 marzo 2016 da Roby in Premi letterari
 
 

Addio a Imre Kertész, l’ultimo poeta dell’olocausto

Imre Kertész

Imre Kertész (1929-2016)

“Ogni volta che penso a un nuovo romanzo penso ad Auschwitz”. Questo era solito dire Imre Kertész, nelle interviste in cui gli domandavano a quando il prossimo lavoro. Come tutti i cantori dell’olocausto ebraico, che hanno conosciuto l’orrore vivendolo in prima persona, il poeta, chiamato il Primo Levi ungherese per la profondità con cui descrisse la più terribile delle esperienze, quell’orrore non l’aveva mai dimenticato e se l’era portato addosso sulla pelle, soccombendo, alla fine, per la malattia o per la condanna del ricordo, nel 2012, quando annunciò ufficialmente di lasciare la letteratura. A quella decisione, oggi, è seguita la morte, che dopo averlo carezzato varie volte in gioventù, l’ha accolto con sé alla bella età di 86 anni, non in uno squallido campo, ma nella sua casa di Budapest.

Figlio della borghesia ebrea, Kertész fu deportato a quindici anni ad Auschwitz, poi fu trasferito varie volte, una persino a Buchenwald, dove fu liberato alla fine della guerra nel 1945, unico sopravvissuto della sua famiglia. Da allora dovette cavarsela da solo, prima come giornalista, poi come traduttore, addirittura come operaio e infine iniziando a scrivere, dolorosamente quanto catarticamente, la sua storia. Dopo dodici anni di stesure vide la luce il suo capolavoro: Essere senza destino, un’opera in tre volumi che narra la vita di un quindicenne in un campo di sterminio, ma lo fa da un punto di vista tutto particolare.

Gyurka, alter ego dell’autore, interpreta tutto quello che accade nel campo come una quotidianità naturale, compreso il fumo che sale dai camini nella stanza delle docce. Guarda con diffidenza i suoi compagni di prigionia che si ribellano a quell’orrore, arrivando addirittura a pensare che se lui e gli altri si trovano rinchiusi lì, qualcosa dovevano pure averlo fatto. È la normalità dell’orrore che si fa strada nella sua mente, un inconsapevole lavaggio del cervello che rappresenta la peggiore umiliazione che il Nazismo potesse infliggere a un uomo, ma che per il nostro protagonista sarà anche una forma di autoprotezione e uno strumento per riconquistare la libertà una volta fuori.

Non è quindi l’imminenza della morte ad accentrare i suoi pensieri, ma lo sono prima la fatica dei lavori forzati e poi la crescente preoccupazione per il suo corpo attaccato dai parassiti e dalle piaghe, dal quale riuscirà alla fine, comunque, a prendere le distanze, riuscendo così a resistere e ancora una volta e a vincere la battaglia per la sopravvivenza. Anche quando uscirà dal lager, Gyurka non saprà mai considerare quanto ha vissuto “un’atrocità”, “un orrore”, ma lo etichetterà al massimo come “uno sbaglio”, quasi un accidente del destino non derivante da una serie di assurde decisioni umane. Infatti quello che emerge nella trilogia non sono tanto sentimenti di sofferenza e condanna, quanto la naturalezza con cui si può vivere anche la peggiore delle crudeltà immaginabili, e perfino la fuggevole felicità che si può provare in un campo di sterminio: “l’unica cosa che voglio narrare al mondo”.

Il premio Nobel, nel 2002, gli fu dato anche con questa motivazione: “Per una scrittura che sostiene la fragile esperienza dell’individuo contro la barbarica arbitrarietà della storia”, un artificio letterario che conduce il lettore a inorridire di fronte a tutto quel silenzio. Non c’è indignazione apparente né disperazione, nella sua narrazione: Kertész dell’olocausto, anche nelle sue opere successive, non farà mai rivendicazioni ideologiche, convinto com’era che lo sterminio di un popolo non fosse solo affare di quel popolo, ma dell’intera civiltà occidentale.

In tempi più recenti, infine, s’interessò molto al sistema dell’istruzione e si avvicinò alle questioni ungheresi, promuovendo una petizione per l’apertura di un’università in lingua magiara per il milione e mezzo di suoi connazionali residenti in Romania, e si scagliò violentemente contro l’ateneo Babeş-Bolvai di Cluj-Napoca, in Transilvania, definendolo “una reliquia dell’era nazista”.

Foto | Di Csaba Segesvári camera-man at Délmagyarország lapcom Kft. (Photo by Csaba Segesvári camera-man) [GFDL o CC-BY-SA-3.0], attraverso Wikimedia Commons








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Roby