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pubblicato domenica, 17 aprile 2016 da Susanna Trossero in Recensioni
 
 

Una visita al Museo criminologico di Roma

Museo criminologico di Roma

Museo criminologico, Roma: strumenti della serial killer Leonarda Cianciulli (la celebre saponificatrice di Correggio) e foto delle vittime

In una traversa di via Giulia, nel pieno centro storico di Roma (via del Gonfalone, 29), vi è il Palazzo Gonfalone, costruito per volontà di papa Leone XII nel 1827 per farne una prigione minorile. Dal 1930 ospita il Museo criminologico Mu.Cri., grazie a un progetto proposto nel 1892 dal direttore generale delle carceri Alessandro Doria, il quale ipotizzava un luogo in cui potessero essere raccolti reperti interessanti riguardanti la storia e lo studio della criminalità, nonché l’evolversi dei metodi punitivi, un tempo più legati alla tortura o alla pena capitale piuttosto che alla rieducazione, strada che si cominciò a percorrere fin troppo tardi.

Un museo davvero particolare, istruttivo, per certi versi scioccante; distribuito in più piani si suddivide in tre sezioni, e la prima espone a chiare lettere che cosa significava finire nelle mani della legge al tempo di pratiche punitive cruente quali squartamenti, ghigliottina, o torture di vario genere. Sale che espongono asce, fruste, lame che tanto sangue hanno visto, e canestri adatti a contenere le teste dei condannati a morte. Dentro questi cesti di vimini, ancora si conservano drappi usurati dal tempo che trasportano in atmosfere di taglio di capelli, ultime preghiere, un bicchiere di vino e poi giù la lama. Lama che là si può toccare, e vi assicuro la toccherete perché pare impossibile sia vera…

Vi sono anche gli oggetti utilizzati dal Confortatore, figura che forse doveva lenire paure e dolore, ma quel cappuccio bianco con i fori all’altezza degli occhi e quei grossi crocifissi, hanno ancora oggi un’aria così inquietante che pare strano potessero esser di conforto! E che dire della scure o del mantello rosso di Mastro Titta, il boia di Roma? “Mastro Titta passa ponte”, si diceva nella Roma dell’800, quando era imminente una esecuzione capitale. Per Ponte si intendeva Ponte Sant’Angelo, poiché l’uomo viveva al Borgo e le esecuzioni in genere avvenivano su pubbliche piazze, come Piazza del Popolo. Una frase che fungeva da passa parola tra il popolo, il quale poi soleva riversarsi nella piazza, per prendere parte all’orrido “spettacolo”. Se volete conoscere questo personaggio schivo e – per quanto possa sembrarvi assurdo – buono e generoso, vi invito a leggere Mastro Titta il boia del papa re di Maurizio Moretto, edizioni Polo Books.

La seconda sezione del Museo criminologico di Roma mostra la realtà carceraria di fine ‘800, con documentazioni fotografiche, oggetti di vario genere costruiti artigianalmente dai detenuti, e loro scritti o disegni ad affiancare catene, strane manette, blocchi di pietra che limitavano qualunque idea di fuga. E poi le camicie di forza dei manicomi giudiziari, i letti di contenimento, testi che raccolgono studi sull’argomento… Davanti a quella porzione di museo, si prova angoscia e ci si domanda – al cospetto di simili attrezzi “curativi” – quanto in realtà potessero alimentare la follia! Suggestiva invece una notevole esposizione di spade e pistole, e le armi appartenute ai briganti o quelle utilizzate dai duellanti, o la parte dedicata alle prime tecniche investigative della polizia scientifica.

La terza sezione offre al visitatore una carrellata di fatti di cronaca avvenuti dagli anni ’30 alla fine degli anni ’90, completa di foto e oggetti: omicidi seriali (tra i quali troviamo la storia della saponificatrice di Correggio e gli strumenti utilizzati per uccidere), delitti insoluti, matricidi. Ma non solo: altre sale espongono oggettistica di valore ma legata al contrabbando, e quadri d’autore falsi o cose incredibili utilizzate dalle… spie!

Il sito del museo parla di una sala dedicata all’omicidio di Pasolini, ma non ho avuto modo di visitarla: non saprei dire se mi sia sfuggita o se in quel pomeriggio fosse chiusa.

In tutto il Museo criminologico sono presenti riferimenti a Cesare Beccaria e al suo Dei delitti e delle pene, e molto interessanti sono gli spazi dedicati agli studi di Cesare Lombroso (fondatore dell’antropologia criminale). Grazie al sito potete leggere il suo L’uomo delinquente che, sebbene datato (l’antropologia criminale è oggi giudicata priva di fondamento scientifico) rappresenta una lettura suggestiva, così come lo è ancora il connubio “genio e follia”, in cui lui credeva. Se qualcuno fosse interessato all’’università di Torino, si può visitare il Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso”, da lui fondato nel 1876.

Ognuno di noi, lasciando un luogo come questo, si porta dietro qualcosa. Non si tratta di oggetti ricordo, non si potrebbe, ma di pensieri sì. Io ho portato con me l’immagine degli orribili strumenti di tortura utilizzati in casi di stregoneria, ma anche quella della spada che uccise la giovanissima Beatrice Cenci, vittima degli abusi sessuali paterni. Lo uccise, suo padre, ma per questo fu condannata a morte e l’esecuzione avvenne l’11 settembre 1599 nella piazza di Castel Sant’Angelo, mediante quella spada che si trova esposta al museo e che tagliò la sua testa. Ancora oggi, i romani sostengono che in quella data, il fantasma di Beatrice vaghi nei dintorni del Castello, forse in cerca di una giustizia che le fu negata.

Suggestivo, il Museo criminologico Mu.Cri. di Roma, ma anche “cattivo” nel suo raccontare verità sull’animo umano e su quella visione distorta di pene e reati che nei secoli prevalse e che ahimè, ancora oggi – a volte – domina. “… Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana).

Foto | WikiCommons




Susanna Trossero

 

Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.