2
pubblicato mercoledì, 20 aprile 2016 da Roby in Mondolibri
 
 

Giornata mondiale del libro a 400 anni dalla morte di Cervantes

Miguel de Cervantes Saavedra (1547 – 1616)

Miguel de Cervantes Saavedra (1547 – 1616)

Il 23 aprile 1616 fu un giorno importantissimo, suo malgrado, per la letteratura mondiale: in quelle ventiquattro ore, infatti, lasciarono questo mondo, a centinaia di chilometri di distanza, lo spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra, l’inglese William Shakespeare (allora in Inghilterra vigeva ancora il calendario giuliano quindi coincide), e il peruviano Garcilaso de la Vega. Anni dopo, sempre nel giorno in cui la Chiesa ricorda San Giorgio (quello del drago), è morto anche il catalano Pla e sono nati il francese Druan, il russo Nabokov, il colombiano Mejia Vallejo e l’islandese Laxness.  Non stupisce, dunque, che nel 1996 l’Unesco abbia scelto proprio questa data in primavera inoltrata per celebrare la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore.

Il nostro obiettivo di oggi, però, è ricordare l’autore di Don Chisciotte a 400 anni dalla morte, proprio quel Cervantes di cui poco più di un anno fa gli studiosi individuarono con relativa certezza la tomba, trovandone i resti tra altri quindici scheletri nella cripta del convento delle Trinitarie Scalze di Madrid, dove aveva chiesto lui stesso di essere sepolto per gratitudine, dopo che l’Ordine della Santissima Trinità lo aveva riscattato dai musulmani, perché di questo all’epoca si occupava: la restituzione dei prigionieri di guerra. Ciò, tanto per concretizzare la grande verità espressa a un certo punto del romanzo dallo scudiero di Don Chisciotte, il “valoroso” Sancho Panza: “A tutto c’è rimedio fuorché alla morte”.

Miguel de Cervantes, vita e opere

La storia c’insegna, dunque, che di avventure deve averne vissute anche dopo morto, lui, che al suo personaggio più famoso nel momento dell’estremo passaggio fa dire: “Io sono nato per vivere morendo” e lui che, in vita, ne vide davvero delle belle, molte più, certamente, della sua inquieta creatura letteraria. Una famiglia modesta, i continui trasferimenti, l’esilio in Italia per scampare il taglio della mano destra, la sinistra di cui perderà irrimediabilmente l’uso in seguito a una ferita riportata nella battaglia di Lepanto, cinque anni prigioniero dei pirati, due scomuniche, svariati arresti per i motivi più disparati e un comun denominatore: una vita di stenti che non lo lasceranno mai, neppure negli ultimi anni in cui si concentra la sua produzione letteraria di maggior pregio.

Cervantes non era un letterato, e neppure un umanista; scriveva “per caso” e in condizioni spesso difficili, non per diletto, ma per guadagno, preferendo ai generi letterari colti, quelli più popolari del teatro e della novella. Era un uomo del suo tempo che nel suo tempo, però, non si ritrovava: perciò uscì dalla sua penna quel Don Chisciotte che per molti studiosi è un alter ego, per altri un contraltare del suo autore. Nobile, ricco e annoiato (non come lui) si lascia andare al sogno, alla fantasia e quindi alla pazzia, perdendo il contatto con la realtà contemporanea che rifiutava (in questo, sì, i due si somigliano).

Nella prima parte di quello che sarà destinato a essere ricordato come l’anticipatore per antonomasia del romanzo moderno e uno dei testi di riferimento per l’intera letteratura mondiale, conosciamo l’hidalgo Alonso Quijano e la sua passione morbosa per i romanzi cavallereschi, che lo faranno precipitare per sempre in un abisso di follia in cui i mulini a vento diventano giganti dalle braccia rotanti, i burattini si trasformano in demoni e le greggi di pecore vengono interpretate come eserciti di mori. Il nobile, che si farà chiamare Don Chisciotte perché si sente in tutto e per tutto un cavaliere, avrà bisogno, però, di dedicare a qualcuno che ama le sue imprese, e sceglierà la contadina Aldonza che trasfigurerà nell’immensa Dulcinea, poi necessiterà dell’investitura da cavaliere che si farà dare in un’osteria che il suo delirio gli farà vivere come un castello, ma soprattutto vorrà essere accompagnato. Ed ecco, allora, che entra in scena Sancho Panza, un contadino delle sue terre che lo segue, irretito dalla promessa di un’isola tutta per sé e che nel corso della narrazione sarà a volte freno della smodata fantasia del suo padrone, a volte, invece, vi sarà trascinato dentro, come si suol dire, “con tutte le scarpe”.

La seconda parte – data alle stampe da Cervantes per smentire l’attribuzione di un seguito rivelatosi, appunto, apocrifo – trova un Don Chisciotte malconcio che sta smaltendo a casa i postumi delle sue avventure, ma che è pronto a partire di nuovo, vero cavaliere errante fino alla morte, morte che incontrerà per mano del cavaliere della Bianca Luna, ma soprattutto a causa della delusione di un ritorno a casa indesiderato. Perché Don Chisciotte è tutto qui: un personaggio che vive l’inadeguatezza della nobiltà di quei tempi di passaggio dal Rinascimento al Barocco, imbrigliato in un mondo medievale che l’autore sbeffeggia, scappa dalla realtà che lo delude e si rifugia in un sogno che è solo suo, assurgendo a eroe tragico che anticipa l’antieroe, l’uomo (e il romanzo) del Novecento.

L’unica altra fatica di Cervantes che in chiusura ci sentiamo di citare, è un’opera giovanile in sei capitoli che unisce i tratti tipici della poesia pastorale con elementi caratterizzanti il romanzo ellenistico: Galatea. Qui il tema della bellezza di una natura vissuta non più come mero elemento decorativo, bensì come contatto con la vita, in considerazione del fatto che ogni cosa è dominata e messa in moto dall’amore, fa da sfondo – ma neanche troppo – alla vicenda di Elicio ed Erasto, entrambi innamorati della pastorella Galatea che il padre ha, però, promessa in sposa a un pastore straniero. I due impiegheranno tutto il testo nel tentativo di fargli cambiare idea.

Foto | Frederick Mackenzie [Public domain], attraverso Wikimedia Commons


Roby

 








Potrebbe interessarti anche…