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pubblicato mercoledì, 11 maggio 2016 da Susanna Trossero in Mondolibri
 
 

Quattro chiacchiere con Piergiorgio Pulixi, scrittore che lascia il segno

Piergiorgio Pulixi

Piergiorgio Pulixi

Piergiorgio Pulixi, cagliaritano, classe 1982, è uno scrittore che lascia il segno: basta cliccare il suo nome e la rete ci mostra un elenco incredibile di premi vinti, ma anche infinite recensioni positive che provengono da giudici severi e autorevoli. Fa parte di Mama Sabot, un collettivo di scrittori italiani che vantano pubblicazioni interessanti e i suoi libri stanno per essere pubblicati anche negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito. Inoltre è stato scelto per rappresentare l’Italia al Crime Writers Festival 2016 a Nuova Delhi, India, e al Deal Noir Festival 2016 nel Kent, Inghilterra.

Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo alla Fiera del Libro di Iglesias, e ci siamo ripromessi di approfondire la sua conoscenza per presentarlo a voi lettori di GraphoMania.

La nostra intervista a Piergiorgio Pulixi

Piergiorgio, a costo di apparire banali, vorremmo domandarti se ricordi il momento in cui ti sei detto: «Io voglio scrivere!»
Non credo si sia trattato di un singolo momento o, come dire, una sorta di epifania. È stato più un percorso di avvicinamento. Sono sempre stato un grande lettore, lo sono anche adesso, e continuo a sentirmi più questo, un lettore, che un autore. Sicuramente essere un grande lettore di Stephen King mi ha influenzato molto successivamente nella scelta di provare a scrivere qualcosa di mio; quando ho letto per la prima volta il libro On writing. Autobiografia di un mestiere, sono rimasto talmente affascinato dalle descrizioni di King sulla “vita creativa” che ho fatto il mio primo tentativo con la scrittura. Quando poi ho incontrato Massimo Carlotto, e sono entrato nella sua scuola, ho capito quanto lavoro in realtà ci fosse dietro quella professione, e quanto duro fosse scrivere con consapevolezza. I migliori scrittori come King e Carlotto, appunto, lo fanno sembrare quasi un gioco da ragazzi, perché hanno una scrittura scorrevolissima, ma dietro c’è tantissimo studio e lavoro.

Sapevamo che sei un gran lettore, e tu ce lo stai confermando… Possiamo provocarti un po’? Un libro che ti ha fatto domandare a cosa pensava l’editore quando lo ha pubblicato; un libro che ti ha suscitato un pizzico d’invidia frammista a grande ammirazione (di quelli che fanno dire “ma perché non l’ho scritto io?”); un libro che regaleresti a qualcuno che ami in segreto, in grado di mandare il messaggio velato.
Guarda, sono abbastanza fortunato con le letture, forse perché praticamente quasi sempre mi affido ai consigli dei miei librai di fiducia, di amici e colleghi, e di blogger o giornalisti che recensiscono i romanzi, quindi è da tanto che non leggo un romanzo veramente brutto, perché le mie sono letture filtrate dagli addetti ai lavori. Posso però dirti che spesso non condivido la scelta degli editori di pubblicare i romanzi di una serie in ordine sparso, senza tenere conto dell’aspetto cronologico della serie, rovinando spesso la lettura ai lettori. Il libro che mi ha suscitato un pizzico d’invidia… sono tantissimi. Uno degli ultimi è una raccolta di racconti che ho riletto da poco, Cattedrale di Raymond Carver, e sicuramente il bel romanzo Ruggine americana di Meyer. Davvero due capolavori. Se volessi mandare un messaggio amoroso attraverso un libro, sceglierei Follia di McGrath, o qualsiasi opera di Marías o Cortázar.

A questo punto, ci intriga scoprire qualcosa di te attraverso le tue pubblicazioni. Per esempio: c’è un tuo libro che ami o hai amato di più o che ti ha emozionato particolarmente? Perché?
Il libro che ho amato di più, tra i miei, è sicuramente L’appuntamento, per ragioni “tecniche”, dato che rappresentava una grossa sfida dal punto di vista narrativo (è tutto ambientato al tavolo di un ristorante con due personaggi soltanto), e per questioni personali: era un momento difficile a livello personale, e in quel romanzo ho scaricato tutte le mie tensioni e le mie ansie.

Quello che ti è costato più fatica e tempo?
Forse il primo. Una brutta storia, sicuramente il più impegnativo da un punto di vista di anni spesi a lavorarci sopra – tre e mezzo. Non so se sia stato il più faticoso, ma per ora è di sicuro quello che mi ha dato più soddisfazioni, ed è sinceramente il libro che desideravo scrivere; ho avuto la fortuna di trovare un editore e una collana, la Sabot/age, che mi hanno permesso di pubblicare la storia senza compromessi e tagli, così come l’avevo immaginata, e questo credo che sia arrivato ai lettori, che ne hanno apprezzato la sincerità.

Quello che invece si è quasi scritto da solo, prendendo il sopravvento sul Piergiorgio autore?
Il Canto degli innocenti. Stavo facendo in quel periodo un lavoro terribile, con orari massacranti, e mi sono detto: “Devi uscire da questa situazione”. L’unico modo che conoscevo, in quel momento, era scrivere. Ho scritto quel romanzo in poco più di un mese, quasi per disperazione, spinto dalla voglia di chiudere con un capitolo della mia vita. Per fortuna è andata così, quindi non solo è un romanzo che si è quasi scritto da solo, ma gli sono particolarmente debitore per avermi tirato fuori da un momentaccio.

Il protagonista o la protagonista a cui hai voluto più bene?
Sicuramente Biagio Mazzeo, il protagonista della serie noir delle pantere, per tanti motivi. Perché ho speso con lui quasi otto anni della mia vita, perché devo a lui tutte le grandi soddisfazioni che pian piano iniziano ad arrivare, e perché fondamentalmente riesco a comprenderlo, nonostante tutto. Non condivido le sue scelte, i suoi atteggiamenti, e il suo “codice”, però lo capisco; questo in qualche modo me lo fa sentire più vicino. Ora che le nostre strade si divideranno, be’, è come dire addio a una parte di se stessi, non è facile.

In ogni libro l’autore lascia piccola o grande traccia di sé, romanza qualcosa che ha dentro o che ha vissuto, riversa emozioni, rimpianti o desideri. Confidaci in quale dei tuoi possiamo conoscere un po’ più del tuo mondo interiore (i lettori, si sa, sono curiosi…).
Non ti saprei dire, perché cerco sempre di distaccarmi dalla storia e dai personaggi, senza influenzarli con la mia persona e personalità; sono loro i protagonisti, e di sicuro sono molto più interessanti di me e del mio vissuto, quindi non ti saprei dire. Quello, forse con cui ho più elementi in comune, è Vito Strega, il protagonista de Il Canto degli innocenti perché condividiamo l’ossessione ognuno per il proprio lavoro. Questo ci rende simili, per certi versi.

Ti salutiamo con un’ultima richiesta, ringraziandoti per la disponibilità e apertura dimostrata anche di fronte alle nostre provocazioni o curiosità: un consiglio agli esordienti e a tutti coloro che desiderano coronare il sogno di diventare scrittori.
Il mio consiglio è quello di divertirsi, prima di tutto. È vero, scrivere può diventare un lavoro e ogni lavoro va affrontato con studio, dedizione, preparazione e impegno. Però, non bisogna dimenticare che la scrittura dev’essere un qualcosa di magico, di inebriante, per noi che scriviamo e per chi leggerà. Quindi il mio consiglio è: non prendersi troppo sul serio e divertirsi.




Susanna Trossero

 

Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.