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pubblicato venerdì, 30 settembre 2016 da Roberto Russo in Poesia e dintorni
 
 

Sette belle poesie sui nonni

Poesie sui nonni, da Giovanni Pascoli a Charles Bukowski

Poesie sui nonni, da Giovanni Pascoli a Charles Bukowski

Le poesie sui nonni non sono molto diffuse come quelle sulla mamma o sul papà. Ci sono, tuttavia, delle belle poesie d’autore sui nonni che mettono in luce diversi aspetti dell’essere nonni. Va detto che i testi, soprattutto quelli del passato, sono pieni di luoghi comuni e fanno parte di un immaginario che non corrisponde alla realtà di oggi. In questo l’ultima poesia che vi proponiamo è senza dubbio fuori dal comune: del resto è scritta da Bukowski e non poteva essere altrimenti!

Poesie sui nonni, da Giovanni Pascoli a Charles Bukowski

La prima poesia sui nonni che vi proponiamo è tratta dai Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli e ha per titolo La nonna:

Tra tutti quei riccioli al vento,
tra tutti quei biondi corimbi,
sembrava, quel capo d’argento,
dicesse col tremito, bimbi,
sì… piccoli, sì…

E i bimbi cercavano in festa,
talora, con grido giulivo,
le tremule mani e la testa
che avevano solo di vivo
quel povero sì.

Sì, solo; sì, sempre, dal canto
del fuoco, dall’umile trono;
sì, per ogni scoppio di pianto,
per ogni preghiera: perdono,
sì… voglio, sì… sì!

Sì, pure al lettino del bimbo
malato… La Morte guardava,
La Morte presente in un nimbo…
La tremula testa dell’ava
diceva sì! sì!

Sì, sempre; sì, solo; le notti
lunghissime, altissime! Nera
moveva, ai lamenti interrotti,
la Morte da un angolo… C’era
quel tremulo sì,

quel sì, presso il letto… E sì, prese
la nonna, la prese, lasciandole
vivere il bimbo. Si tese
quel capo in un brivido blando,
nell’ultimo sì.

Anche Gabriele D’Annunzio ha una poesia con lo stesso titolo di quella del Pascoli:

D’inverno ti mettevi una cuffietta
coi nastri bianchi come il tuo visino,
e facevi ogni sera la calzetta,
seduta al lume accanto al tavolino.

lo imparavo la Storia Sacra in fretta
e poi m’accoccolavo a te vicino,
per sentir narrar la favoletta
del Drago azzurro e del Guerrin Meschino.

E quando il sonno proprio mi vincea
m’accompagnavi fino alla mia stanza,
e m’addormivi al suono dei tuoi baci.

Allora agli occhi chiusi m’arridea
in mezzo ai fiori, una gioconda danza
di fantasime splendide e fugaci.

Nel 1868 l’editrice Claudiana pubblicava un libro dal titolo Raccolta di poesie ad uso delle scuole evangeliche d’Italia. Tra queste una ha per titolo La mia nonna:

Io da bambino, nessuna donna
ebbi sì cara quanto la nonna.
Ben mi ricordo che, fanciulletto,
mi fea carezze con gran diletto.
Come mi amava la vecchia nonna,
la vecchia nonna!

Appena, appena venia la sera
mi ricordava la sua preghiera.
Diceva sempre, la benedetta:
«Nel paradiso iddio ci aspetta».
Come mi amava la vecchia nonna,
la vecchia nonna!

E se mio padre, tal volta irato,
mi riprendeva, molto turbato,
tosto la nonna da lui correva,
del fallo mio perdon chiedeva.
Come mi amava la vecchia nonna,
la vecchia nonna!

Spesso dicevami: «Insolentello!
Sta più modesto; che a questo, a quello,
con mille guise d’impertinenza,
fai venir meno ogni pazienza».
Come mi amava la vecchia nonna,
la vecchia nonna!

Se qualche volta dal precettore
avea rapporto di mal sentore,
«Nol sappia il babbo», mi rispondeva;
«Studia, sii savio» mi ripeteva.
Come mi amava la vecchia nonna,
la vecchia nonna!

Oh, come piansi nel suo morire!
Avrei voluto con lei partire.
Quella bell’anima al ciel salìo,
lieta d’andarne presso il suo Dio.
Quando l’amavo la vecchia nonna,
la vecchia nonna!

Tra I sonetti del ritorno di Guido Gozzano uno è dedicato al nonno. Eccolo:

Nonno, l’argento della tua canizie
rifulge nella luce dei sentieri:
passi tra i fichi, tra i susini e i peri
con nelle mani un cesto di primizie:

«Le piogge di Settembre già propizie
gonfian sul ramo fichi bianchi e neri,
susine claudie… A chi lavori e speri
Gesù concede tutte le delizie!»

Dopo vent’anni, oggi, nel salotto
rivivo col profumo di mentastro
e di cotogna tutto ciò che fu.

Mi specchio ancora nello specchio rotto,
rivedo i finti frutti d’alabastro…
Ma tu sei morto e non c’è più Gesù.

Al nonno è dedicata una poesia di Roberto Piumini che ha per titolo C’è un nonno:

C’è un nonno in disparte
che gioca alle carte,
le gioca da solo:
nessuno lo vuole.

C’è un nonno in giardino
che beve del vino,
lo beve da solo:
nessuno Io vuole.

C’è un nonno per strada
non so dove vada,
cammina da solo:
nessuno lo vuole.

C’è un nonno che dorme
speriamo che in sogno
qualcuno ci sia
in sua compagnia.

Evviva i nonni è una poesia/filastrocca di Ileana M. Beretta Tavernelli:

Oh, che gioia sono i nonni,
per nipoti e nipotini:
ti concedono di tutto
sono proprio birichini.

La focaccia a mezzogiorno,
le giostrine quando piove,
basta fargli un sorrisino
che la nonna si commuove!

Non parliamo poi del nonno,
che fa il fino comandone,
mi fa credere d’essere un duro
ma è un grande tenerone.

I miei nonni son tremendi,
ma mi piacciono perché
sono bravi, buoni e belli
e non pensano che a me.

Infine, una poesia sui nonni (e con i nonni) di Charles Bukowski. Una poesia molto diversa dalle precedenti, ma, forse, molto più rispondente alla realtà. Il titolo del componimento è da qualche parte in Texas e la traduzione è di Simona Viciani.

seduto in una grande casa di campagna con nonna
e nonno (non miei) e la nonna
mi dice che soffre di «terribili emicranie» e non
sa che fare.
io so che lei proprio adesso ne ha una e il motivo è
che sono lì a casa sua.
il nonno mi chiede se voglio bere e gli
dico di sì e mi versa un whiskey con
acqua
e mia moglie esce e dice, «non farlo cominciare
troppo presto, se no poi sono guai».
butto giù il whiskey, guardo il nonno, chiedo,
«che ne dici di un altro come questo?»
mia moglie se ne va.
il pomeriggio si assottiglia mentre bevo con il nonnino
e poi lui si addormenta sulla sedia e io me ne verso altri.
sto qui con il sole che mi tramonta negli occhi e mi
piace.
dopo un po’ vado nel cortile e c’è un
indiano.
mi siedo per terra e lo guardo costruire una
stia per polli.
dopo un po’ gli chiedo, «vuoi bere?»
e lui mi dice di no.
che tizio moscio.
ritorno in casa.
il nonno è addormentato.
la nonna ha sempre l’emicrania.
cammino per casa.
vado in camera da letto.
e lì c’è mia moglie.
«brutto figlio di puttana,» mi dice.
«certo,» le dico.
mi sbatto sul letto, guardo il
soffitto.
con le crepe immagino un angelo, una capra e un
leone.

mia moglie esce dalla stanza.
mi chiedo quanto paghino l’indiano.
non molto: una stanza, vitto, un pitale per
pisciare.
decido di dormire.
magari più tardi stasera le cose sembreranno
migliori.

Foto | Pixabay


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.








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