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pubblicato mercoledì, 26 ottobre 2016 da Graphe.it in I nostri libri
 
 

Intervista a Roberto Romano, autore del libro «Riccardo cuor di leone. La maschera e il volto»

Roberto Romano

Il professor Roberto Romano

Arriva in libreria Riccardo Cuor di Leone. La maschera e il volto. Autore è il professor Roberto Romano, dell’Università di Napoli. Il libro su Riccardo I inaugura la collana «I condottieri» curata dal professor Gaetano Passarelli per la Graphe.it edizioni.

Abbiamo posto alcune domande al professor Roberto Romano in merito al suo lavoro.

Il titolo del suo lavoro – Riccardo Cuor di Leone. La maschera e il volto – lascia intendere che ci sia un Riccardo “ufficiale” e uno “storico”. Chi è, allora, Riccardo Cuor di Leone?
Riccardo Cuor di Leone fu un uomo di grandi contraddizioni e paradossale, si direbbe, la sua fortuna nei secoli seguenti.
Colui che è stato definito da taluni storici il primo grande re d’Inghilterra, in realtà soggiornò nel suo regno a stento sei mesi, probabilmente non conosceva neppure la lingua dei suoi sudditi anglo-sassoni, fu sempre legato a filo doppio alla cultura e alle sorti dei suoi domini continentali francesi, occupati dai suoi antenati normanni, formalmente sudditi dei re di Francia.
Figlio di Enrico II e di Eleonora d’Aquitania, fin da ragazzo si sentì schiacciato dalle potenti personalità dei suoi genitori. Da un lato, il re, attivo, positivo, astuto, spesso indecifrabile, sessualmente insaziabile; dall’altro, la regina, non meno tenace ma saggia in politica, energica, troppo spesso subdola macchinatrice, quasi certamente donna di “liberi costumi”.
Queste due figure prepotenti “marchiarono a fuoco” il giovane principe al momento dello sviluppo. Le “gesta” erotiche, sia del padre che della madre, fecero sì che la sua sessualità fosse – per converso – quasi bloccata con l’altro sesso.
I Normanni, che nel 1066 avevano occupato la Britannia anglo-sassone, venivano dalla Normandia; all’origine, erano un popolo scandinavo, rozzo, brutale, sanguinario. Con la discesa sul suolo francese e la conversione al Cristianesimo, ingentilirono di molto i loro costumi, ma, nell’intimo, conservarono la loro natura barbara, sprezzante, inaffidabile.
Così Riccardo, prima principe col titolo di duca di Aquitania, poi re, fu costretto dalle circostanze ad indossare una sorta di “maschera” di cristiano fervente, filantropo, benefattore di istituzioni ecclesiastiche, devoto condottiero della III Crociata; la “finzione” era funzionale al suo ruolo, perché i baroni suoi sottoposti e il popolo dei sudditi, anglo-sassoni e franco-normanni, ne ricavassero l’impressione di essere guidati da un sant’uomo.
Ma, sotto questa maschera, si celava il volto autentico di un normanno primitivo, sanguinario, volubile, infido, avido di ricchezze. Prova ne sono le ribellioni contro il padre Enrico II, d’accordo coi fratelli, sobillati dalla regina Eleonora stessa; ancora, le tragiche sue ultime ore di vita, e la violenta morte, furono causate dalla bramosia di ricchezza, volendo mettere le mani su un tesoro intero scoperto in un campo di un suo feudatario, il quale avrebbe voluto tenere per sé almeno una parte.
Riccardo passò dalla storia al mito e, per secoli, dalle antiche ballate inglesi, all’Ivanhoe di sir Walter Scott, a taluni storici, anche in epoca recente, la maschera, col suo fascino cavalleresco e romantico, “prevalse” di certo sul vero volto.
Ma l’indagine storiografica rigorosa ed attenta al vaglio delle fonti ha, da tempo, di molto sfrondato le romanticherie sul nobile re-cavaliere “senza macchia e senza paura”, novello Lancillotto, mostrandone anche i numerosi lati negativi.
Ma non fu solo Riccardo, evidentemente, a dover giustapporre una maschera al suo vero volto. Capitò anche ad altri sovrani dover ricorrere, per forza di cose, all’ipocrita finzione.

Roberto Romano, Riccardo cuor di leone. La maschera e il volto

Roberto Romano, Riccardo cuor di leone. La maschera e il volto

Il suo studio inaugura la collana «I condottieri»: qual è il giudizio della storia su Riccardo condottiero?
Fra i tanti giudizi che sono stati formulati circa Riccardo come uomo e come soldato, mi limito a citarne alcuni: «monarca generoso, ma impetuoso e fantastico» (sir Walter Scott); «un cattivo figlio, un cattivo marito e un cattivo re, ma un valoroso e magnifico soldato» (sir Steven Runciman); «un angioino risoluto, irresponsabile e dal caldo temperamento, possedendo un’energia tremenda e capace di grande crudeltà» (Geoffrey W. Steuart Barrow); «uomo fuori dal comune, singolare ed eccessivo in tutte le palesi manifestazioni della sua personalità, alla ricerca, potremmo dire, di una sorta di ‘rivincita’ in grado di compensare gli aspetti manchevoli della sua esistenza» (Régine Pernoud).
Uno statista italiano dello scorso secolo, nel suo ultimo scritto, sostenne che tre sono i ‘tipi’ umani che sovrastano “dalla cintola in su” tutti gli altri comuni mortali, l’eroe, il genio, il santo.
Non v’è dubbio che Riccardo resta, ancor oggi, per noi un eroe, intendendosi per eroe, colui che, coscientemente, si espone al pericolo di una morte violenta, o di ferite e mutilazioni, volendo, con tutta la sua determinazione, portare a compimento quel che il dovere o la volontà gli impongono.
Indiscutibile la sua fama d’uomo d’armi e di trascinatore di uomini in armi: lo si può verificare sia nel combattimento individuale, sia negli assedi, sia in campo aperto. È in Terrasanta che dà le migliori prove delle sue superiori capacità tattiche e strategiche. Il suo capolavoro è la carica di cavalleria di Arsuf, che rovescia la situazione sul campo e porta i crociati fin quasi ai quartieri di un condottiero degno d’ogni rispetto, il Saladino.
Naturalmente, lo storico deve valutare i fatti con la mentalità del XII secolo, che è ben diversa da quella di questo secolo.

C’è qualche aspetto particolare e poco noto della vita di Riccardo Cuor di Leone che possiamo trovare nel suo saggio?
Sì. È poco noto che Riccardo fu anche poeta. Della sua produzione, che si inquadra in quella che suol essere definita letteratura anglo-normanna, o normanno-francese, o anglo-francese, ci sono pervenute due composizioni.
La prima risale al 1193, durante il periodo di prigionia nel castello di Trifels, in Germania, e s’intitola Mai nessun prigioniero. Riccardo si lamenta che ancora non sia stato pagato il riscatto per la sua liberazione. È pervenuta in due redazioni, in lingua d’oc e in lingua d’oil; di entrambe si presenta testo originale e traduzione. Fortunatamente ci è giunta anche la musica originale. Il lettore potrà trovare su internet la straordinaria melodia. Anche di questa composizione si presenta testo originale e traduzione.
La seconda canzone risale al 1194, quando Riccardo aveva recuperato il trono. Egli la indirizza a Dalfi (Delfino) e al cugino di lui, Guy, due feudatari, che Riccardo vuole trarre dalla sua parte, per sottrarli all’influenza dei Francesi di Filippo Augusto.
Altro particolare poco noto della vita di Riccardo riguarda la sua sessualità. Alcuni storici hanno solo accennato al problema, parlando genericamente di lussuria: eppure le fonti, di poco posteriori, sono affidabili: che interesse potrebbero aver avuto Riccardo di Devizes, Benedetto di Peterborough e Ruggiero di Hoveden, a mentire?
In età giovanile, in un periodo di distensione fra Francia e domini anglo-normanni, Riccardo, allora duca di Aquitania, strinse rapporti strettissimi con il giovanissimo Filippo Augusto, sicché i due trascorrevano molto tempo insieme, mangiavano nello stesso piatto e… finivano nello stesso letto. Enrico II, il virile padre, si stupiva di questa frequentazione assidua e si preoccupava per quello”strano” amore.
Quando Riccardo, divenuto re, e Filippo Augusto stavano in viaggio per recarsi in Terrasanta, fecero una lunga sosta a Messina. Un bel dì, Riccardo, radunati i vescovi e gli arcivescovi al suo seguito, nudo, con in mano tre flagelli di verghe levigate, fece solenne penitenza: “rinnegò quel peccato” e fu assolto; poi si inflisse la spettacolare penitenza.
Si sa che la Chiesa di allora, circa gli amori eterosessuali di sovrani e nobili in generale, chiudeva l’uno e l’altro occhio; come mai dunque il re si sottomise a una tale cruenta punizione? Quel peccato non poteva che essere – secondo l’ottica di allora – che una grave colpa “contro natura”. Con chi? Era capitato di nuovo con Filippo Augusto, stando almeno a Riccardo di Devizes.
Sempre a Messina, Riccardo e Filippo Augusto si recarono a trovare Giovanna, la regina, sorella di Riccardo, rimasta vedova del normanno re Guglielmo II. Quando il re di Francia vide la regina, le dedicò degli sguardi di ammirazione tali, che tutto il seguito li notò; si sparse perfino la voce che Filippo volesse sposarla. Allora Riccardo la fece portare in Calabria e la tenne lì, ben custodita. Gli storici interpretano l’episodio come una manifestazione di gelosia di Riccardo nei confronti dell’affascinante sorella, che rischiava di essere “compromessa” dagli sguardi amorosi del re di Francia. Ma un lettore smaliziato, un po’ malpensante, si chiederebbe: e se Riccardo fosse stato geloso proprio di Filippo Augusto, volendolo solo per sé, senza che fosse “distratto” da quel trasporto eterosessuale per Giovanna?
Che Riccardo fosse misogino è provato dallo scarso interesse che provò per la giovanissima fidanzata, Adelaide, figlia di Luigi VII di Francia. Rimandò continuamente il matrimonio sicché la ragazzina, divenuta donna, finì nell’alcova dell’insaziabile padre Enrico II, che pare ne abbia avuta una figlia.
Ancor più evidente la sua misoginia in occasione delle nozze con Berengaria di Navarra, che avvennero a Cipro, dopo sollecitazioni continue della regina Eleonora d’Aquitania, che voleva che il figlio Riccardo prendesse moglie e “mettesse la testa a posto”.
Il ricevimento di nozze, organizzato da Riccardo stesso, fu tenuto in due saloni distinti, uno per i gentiluomini e l’altro per le dame… Veleggiando poi verso la Terrasanta, Riccardo usò una imbarcazione da guerra, mentre la regina Berengaria con la cognata Giovanna furono ospitate su una nave da carico.
Nel 1195, anno in cui cadeva il quarto anniversario di matrimonio con Berengaria, si ripeté la scena spettacolare di Messina. Al cospetto degli ecclesiastici della sua corte, confessò il suo peccato, dopo che un eremita l’aveva ammonito ricordandogli “l’annientamento di Sodoma”. Non arrossì mentre rinnegava la sua grave colpa, fu assolto e fece penitenza. Poi si appartò con la regina Berengaria, con la quale “da molto tempo non aveva avuto rapporti”, come riferisce Ruggiero di Hoveden.
Non v’è dubbio, dunque, che il “peccato di fornicazione” sia stato causato dalla sua omosessualità.
Certo lo storico – ci mancherebbe altro – non può dare di questi episodi un giudizio morale; riferisce quel che le fonti, purché attendibili, ci hanno tramandato. Anzi, è un suo preciso dovere riferire, per stabilire, o ristabilire, la verità storica.








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