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pubblicato venerdì, 16 dicembre 2016 da Mariantonietta Barbara in Mondolibri
 
 

Matteo Strukul e «I Medici»: intervista allo scrittore

Matteo Strukul (foto di Dusty Eye)

Matteo Strukul (foto di Dusty Eye)

I Medici sono tornati alla ribalta. È da tempo che le vicende dell’antica casata fiorentina avvincono lettori e telespettatori. Se siete dei veri appassionati, oltre ad aver visto che la serie televisiva andata in onda recentemente su Rai 1, con la partecipazione di Dustin Hoffman, sapete anche che la Newton Compton vanta una trilogia di tutto rispetto, scritta da Matteo Strukul. I diritti di traduzione dei libri sono stati venduti in ben tredici paesi.

Abbiamo rivolto alcune domande a questo scrittore versatile e prolifico che ha svolto un lavoro di ricerca e narrazione accuratissimo, affiancato da un editore che condivide la sua stessa passione.

Intervista a Matteo Strukul

Scrivere la trilogia ha comportato numerose e dettagliate ricerche. Quanto tempo richiede la stesura di un romanzo storico credibile e cosa regala allo scrittore?
Ricerca e consultazioni hanno richiesto un periodo di circa due anni. Dovevo ricreare il mondo rinascimentale. E però volevo mantenere forte e vivo il ritmo narrativo del romanzo d’appendice, adattandolo al lettore del 2016. La scrittura è arrivata quando il mondo era pronto. Ci sono voluti altri sedici mesi circa. Circa cinque mesi a romanzo. Terminare una trilogia del genere è già una sfida in sé. Spero di aver lasciato stimoli e suggestioni ai lettori così da invogliarli a riscoprire il Rinascimento.

A proposito del lavoro di ricerca, si è mai imbattuto in storie o dettagli che l’hanno lasciata a bocca aperta, che non si aspettava?
Direi continuamente: dalla cupola di Filippo Brunelleschi alla guerra di Volterra, dalla Congiura dei Pazzi alla prigionia di Cosimo il Vecchio, dall’amore del Magnifico per Lucrezia Donati al processo contro Leonardo da Vinci. E tutte queste sorprese e suggestioni sono finite nella trilogia, rappresentano in qualche modo la materia viva di cui è plasmata la storia.

Non deve essere stato facile mantenere a lungo un registro narrativo consono all’epoca raccontata. Quanto è importante per uno scrittore la ricerca di una terminologia adeguata e quanto lo sono le revisioni?
Fondamentali entrambe.

Siamo abituati a pensare al lavoro dello scrittore come a un processo che avviene in solitaria. La parte dedicata ai Ringraziamenti ci fa invece intuire un lavoro di squadra o comunque una rete di relazioni fondamentali per la buona riuscita del progetto. Avere una simile rete è un vantaggio solo nel caso di romanzi come la trilogia sui Medici o è una risorsa di cui tutti gli scrittori dovrebbero tenere conto?
Credo sia sempre un vantaggio. Pensare che il romanzo non sia anche un lavoro di squadra è pura follia.

Sempre nei ringraziamenti racconta dell’ottimo rapporto con l’editore e con l’editor. Molti autori hanno paura dell’ingerenza di entrambe le figure nel proprio operato. Cosa consiglierebbe a uno scrittore titubante su questo fronte?
Se parliamo di professionisti – ed è questo il caso – allora nessuno ha paura di nessuno. Lavorare con Newton Compton è stato un grandissimo piacere. Credo che il successo della trilogia sia frutto di questo straordinario lavoro di squadra. Agli scrittori consiglio di non essere titubanti ma di essere aperti alle idee altrui. Spesso migliorano la nostra storia.

Come lettori ci troviamo spesso di fronte a scrittori che si muovono nell’ambito dello stesso genere di narrazione. Lei invece, oltre a essere prolifico, spazi anche tra generi diversi. Cosa le regalano queste incursioni e perché dovremmo farne, se secondo lei è così, anche noi lettori?
Amo molto cambiare. Un buon romanziere deve saper affrontare le storie più diverse, secondo me. Non si tratta nemmeno di generi, in un certo senso. Potrei dire che scrivo romanzi d’avventura. Poi capita che virino verso il thriller, lo storico, il fantasy, il pulp ma mescolare le suggestioni, i ritmi, le atmosfere è fondamentale per provare a ottenere qualcosa di originale. Tutto si fonda sulla lettura. Sono un lettore formidabile e le mie storie arrivano dalla grande lezione che mi lasciano capolavori come l’Iliade di Omero, I masnadieri di Schiller, La marcia di Radetzki di Roth, Michael Kohlhaas di von Kleist, La chimera di Vassalli, Le affinità elettive di Goethe, La regina Margot di Dumas, Spettri di Ibsen, Macbeth di Shakespeare. L’elenco potrebbe continuare fino a domattina.

Si legge spesso che oggi, grazie alla qualità delle sceneggiature e alla professionalità di chi le realizza, le serie TV stiano soppiantando, non per tutti, ma per molti, la narrazione testuale. Quale serie consiglierebbe a uno scrittore o a un lettore che volessero confrontarsi con una narrazione televisiva di alto livello?
Non sono d’accordo. Non fosse altro perché molte di queste serie si basano su romanzi, valga per tutte Il trono di Spade. E lo stesso potrei dire per Outlander per esempio o per The Man in the high Castle o I moschettieri. Il punto vero è che alla base c’è sempre una storia. Sono perfettamente consapevole del fatto che sceneggiatura e romanzo sono linguaggi diversi ma è anche vero che scrivere per un lettore di oggi significa molto spesso avere uno stile fortemente visivo. Il mio tentativo, anzi, è di usare la penna come una telecamera. Show don’t tell è la regola più vecchia del mondo per scrivere in maniera efficace. Certo, ci sono anche serie TV originali, quelle che ho apprezzato maggiormente sono Narcos, Vikings, Banshee, Da Vinci’s Demons, Sons of Anarchy, True Detective, Black Sails e Low Winter Sun.








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Mariantonietta Barbara

 
Editore digitale con il marchio Lazy BOOK e web writer, ha vissuto in Puglia, a Roma e in Veneto, dove risiede. Ha scritto per diverse testate di nanopublishing. Si è occupata di blogging e web strategy per piccole aziende. Leggere, scrivere e perdersi nelle serie tv sono le sue grandi passioni.