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pubblicato lunedì, 2 gennaio 2017 da Susanna Trossero in Racconti e testi
 
 

La storia della Befana. «La Befana vien di notte…»

La storia della Befana
La storia della Befana

Il minestrone non è ancora pronto, spignatto da ore ma il profumo dice che ne valeva la pena e che le verdure dell’orto funzionano. Mi durerà almeno una settimana, tanto qui non viene mai nessuno e neppure saprei chi invitare. I bambini, forse, o almeno quelli che non mi temono… ma si sa che i bambini non lo vogliono mai, il minestrone.

Taglia la zucca, leva via i semi, sgrana i fagioli, affetta le zucchine… Fuori solo il canto delle civette o il sibilo del vento invernale.

Mi sento un po’ stanca. E vecchia. Mi sa che vecchia ci son nata. Dovrei vestirmi meglio, seguire la moda, e invece ho sempre addosso i soliti stracci senza colore e le scarpe tutte rotte. Ma tanto non devo camminare…

Patate, porro e cavolfiore, sedano e cipolla, prezzemolo e carote… Nessuno bussa alla mia porta.

Di che mi lamento? Anche se parlo solo con i ragni sono famosa, non c’è ragazzino che non mi conosca. Sono sui libri, nelle filastrocche, appesa alle finestre e dentro mille storie. Chi può dire altrettanto di sé? Solo chi la storia l’ha fatta, e di solito chi l’ha fatta è già morto da un pezzo. Io no!

Legare con lo spago i rametti di rosmarino assieme alle foglie d’alloro. Va stretto forte, lo spago, eh? Altrimenti poi ti trovi tutto in bocca.

Io non li ammazzo mai i ragni, dovrei usare la scopa ma mi serve per tutt’altro. Certo, i reumatismi si fanno sentire, un aeroplanino ben riscaldato non sarebbe male, ma che ci vuoi fare: se rispetto da secoli gli ingredienti di un buon minestrone, non posso tutt’a un tratto giocare a fare la donna moderna. Magari poi finisce che se non mi muovo a cavallo della mia fedele scopa, pure i minestroni in busta mi compro. Quelli già bell’e pronti da buttare dentro l’acqua. Che orrore.

Avrò messo lo spicchio d’aglio? Di sale ce ne va pochino.

Non esco mai di giorno, al massimo vago nell’orto per raccogliere le mie erbette o le verdure. Mi è capitato di farmi un giretto, ma la gente se mi incontra scappa via e allora me ne sto a casa mia, caspiterina. Però… mi sono proprio stufata! Sono brutta? E che, siete tutte belle, voi? Tutte principesse con le carrozze? Attente, che poi i cavalli bianchi diventano sorci e la carrozza una zucca! Poi magari non sapete neppure levarle via la buccia, eliminare i semi, e farla a listarelle.

Sono brutta, va bene, ma so un sacco di cose che voi belle non sapete. Per esempio che sono stata una ninfa. Potete dire altrettanto? Ebbene, uno dei sette re di Roma nel solstizio d’inverno appendeva delle calze in una grotta, per ricevere dei doni. Glieli portava una bellissima ninfa, giovane e delicata, abitatrice dei boschi. Certo, poi si invecchia, ma che ci volete fare.

Dopo di lui, si chiamava Numa Pompilio, nel tempo cominciarono a farlo i bambini quel lavoro di appendere le calze. Alcuni mi facevano trovare anche delle belle scarpe, visto che da secoli uso sempre le stesse, sperando che io per ringraziarli lasciassi più doni che carbone. Altri ancora mi lasciavano canestri da riempire, ma io continuo a preferire quei bambini che appendono le calze al paiolo, o a dei ganci messi bell’apposta al caminetto. Perché quelli sono furbi: le calze si allargano, diventano capienti, si allungano pure fino a toccar terra! Mi piacciono, i bambini furbi. Ancor di più quelli buoni.

Il minestrone è quasi pronto. Prima di buttar dentro alla pignatta il mio mestolo di legno per l’assaggio, voglio raccontarvi un’altra storia.

Tanto tanto tempo fa, vennero a bussare alla mia porta tre strani figuri. Io, che non sono avvezza alle visite, ne fui felice, ma volevano soltanto una informazione: come trovare la strada per Betlemme. Gliela indicai, mi invitarono a mettermi in cammino con loro, ma quella volta preparavo la zuppa, ero troppo affaccendata. Se ne andarono un po’ dispiaciuti e questa cosa mi rovinò la cena. Certo, gli avevo indicato la via, ma forse ero stata un po’ scortese… Mi sono sempre lamentata che nessuno bussa alla mia porta e quando succede mi comporto da vecchietta acida. Mi avevano detto che portavano dei doni a un bambino appena nato, chiamato Gesù. Mai sentito nominare, ma doveva essere importante. Così uscii poco dopo a cercarli ma non li trovai.

Sono una prepotente, quando mi ficco qualcosa in testa non c’è verso di levarmela: bussai di porta in porta lasciando un dono a ogni bambino, sperando fosse quello nominato dai tre, e pensando che se lo avessi trovato avrei trovato anche loro. Avevan tutta l’aria di chi nasconde spezie e magiche sostanze, magari uno scambio di ricette ci scappava, che ne so!

Beh, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, ancora adesso, mi faccio i miei giretti per vedere se li trovo e da millenni porto doni. Magari prima o poi…

Naturalmente adesso uso la mia scopa. Si fa prima!

Ma ora basta chiacchierare, il minestrone è pronto. Non ho aggiunto la pancetta perché son vegetariana e poi mi fa ingrassare: dopo quella sera faticosa in cui consumai le scarpe, alla linea devo starci attenta, o rischio di non decollare più!

Com’è che al mio portone ormai da restaurare, non bussano mai rappresentanti di Folletto?

Foto | Shutterstock




Susanna Trossero

 

Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.