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pubblicato giovedì, 12 gennaio 2017 da Roberto Russo in Mondolibri
 
 

Incontro con Fabio Delizzos, autore de «Il collezionista di quadri perduti»

Fabio Delizzos autore del libro «Il collezionista di quadri perduti»
Fabio Delizzos autore del libro «Il collezionista di quadri perduti»

Con Il collezionista di quadri perduti, Fabio Delizzos ha realizzato un affresco (per rimanere in tema) della Roma del 1500. Una città senza papa (il romanzo è ambientato durante un conclave) in cui l’arte e la cultura rischiano molto perché considerate strumenti del demonio.

Fabio Delizzos usa la penna come fosse un pennello: descrive ambienti, persone, sensazioni, colori, odori e via dicendo riuscendo a mantenere desta l’attenzione di chi legge. E così tra un omicidio efferato, un quadro di inenarrabile bellezza e la miseria di alcuni uomini ci sembra di percorrere le strade di quella Roma in cui la storia è ambientata.

Abbiamo rivolto alcune domande a Fabio Delizzos in merito al suo romanzo Il collezionista di quadri perduti, partendo proprio dalla lettura in sé.

Intervista a Fabio Delizzos

Il collezionista di quadri perduti è ambientato, per lo più, durante i giorni del conclave che portò all’elezione di papa Paolo IV. Il conclave è, in un certo senso, la sospensione del tempo per eccellenza (lo leggiamo anche nel romanzo: «con il conclave in corso tutti i lavori si erano fermati»): eppure in questo tempo sospeso accadono lo stesso fatti e misfatti. Esiste, secondo lei, un tempo ideale per la scrittura? E uno per la lettura?

Ogni momento della giornata è ideale per leggere, purché disponga di un po’ di tranquillità. Ma a volte trovo divertente anche leggere sull’autobus cittadino con il timore di distrarmi e saltare la fermata. Per scrivere, invece, ho bisogno di lavorare ininterrottamente dalla mattina alla sera. Mi piace mischiare la scrittura e la lettura per ore e ore, fino a farle diventare un tutt’uno. È come se vivessi in una specie di cucina fantastica dove preparo e sforno quel che voglio portare sulla tovaglia candida di Word. Mentre leggo, lascio tutto all’improvviso e mi metto a scrivere o, viceversa, quando sto scrivendo, interrompo e passo alla lettura, spesso per documentarmi su qualcosa che mi è saltato in mente, ma anche per sprofondare in un romanzo, in un racconto, in una poesia, in qualunque cosa sia adatta al momento, perfino leggiucchiare a casaccio decine di romanzi, solo per il gusto di ascoltare le voci dei narratori e dei loro personaggi. Quando mi sto dedicando alla lettura o alla scrittura, e sono completamente preso, è quello il tempo ideale.

Cos’è per lei il «profumo»? Cosa sono gli «odori»? Glielo chiedo perché ho notato che nel romanzo spesso si fa riferimento a questo «fugace regno degli odori», per citare Patrick Süskind. La badessa del monastero del Sacro Verbo, per esempio, «odorava di biscotti e cera fusa»; Elena «emanava un profumo maliardo di burro e zucchero»; e ancora: «Soffiava un vento umido, che portava con sé odore di incenso».

Il profumo fa parte della vita e della realtà, e io considero la verosimiglianza molto importante per il genere di romanzi che scrivo. Quindi, rendo conto al lettore anche degli odori, per ottenere un effetto di maggior realismo, per non privare la mia storia di una dimensione così importante. E poi, l’olfatto ha più degli altri sensi il potere di evocare i ricordi, di riportare alla mente le storie che abbiamo vissuto. Io cerco di immedesimarmi e di calarmi completamente nell’epoca e nelle situazioni dei personaggi, e quando ci riesco vedo e sento tutto, come se fossi lì, e nel migliore dei casi percepisco anche gli odori.

«Roma. Strade oscure, taverne, osterie, vagabondi, prostitute, giovani sfaccendati, nobili scapestrati e pervertiti, ladri, ubriaconi, criminali e indemoniati di ogni sorta»: sta descrivendo solo la Roma del 1555?

Naturalmente le due città, quella del ‘500 e quella attuale, sono profondamente diverse. All’epoca del romanzo, Roma era molto più piccola, perciò tutto era concentrato e più visibile. La promiscuità era maggiore. Non esistevano forme di assistenza pubblica o di previdenza, e la medicina era pressoché inesistente, quindi i poveri, i derelitti, i malati nel corpo e nella mente riempivano le strade. La Giustizia era inefficiente, non disponeva neppure di una parvenza delle moderne tecniche e tecnologie per svolgere indagini e catturare i criminali. Il sopruso, la miseria, la morte si toccavano con mano ogni giorno, fin dall’infanzia. Però è vero: mentre scrivevo quelle righe pensavo anche alla città attuale, in cui vivo da molti anni e che adoro. Ora Roma è sporca, non sicura, corrotta, iniqua, e in questo, effettivamente, somiglia un po’ troppo a quella che descrivo nel romanzo.

A proposito di Roma, un tour ideale sulle tracce de «Il collezionista di quadri perduti» quali luoghi dovrebbe toccare?

Purtroppo molte delle cose che racconto, luoghi compresi, non esistono più. Ad esempio il quartiere Macel de’ Corvi, in cui abita il personaggio principale della storia e dove abitò Michelangelo Buonarroti, fu distrutto per realizzare il Vittoriano. Comunque, sarebbe d’obbligo una discesa in barca lungo il Tevere, magari a tarda sera. Poi, si dovrebbe visitare il centro storico, il Tridente, e in particolare l’ansa del Tevere fra Castel Sant’Angelo e l’Isola Tiberina. Immancabili anche una visita alla Basilica di San Pietro e ai Musei Vaticani, e una discesa nelle catacombe paleocristiane. Una tappa importante è San Pietro in Vincoli, dove si trova il Mosè di Michelangelo; proprio lì di fronte c’è la scalinata dei Borgia. Il resto di quel che si può “vedere” nel romanzo è inventato sulla base di ricerche storiche, oppure è andato perduto, come i quadri del titolo.

Mi permetta una domanda politicamente scorretta (un’altra, dopo quella su Roma!). La Nota dell’autore si conclude così: «È vero che nella Chiesa cattolica del XVI secolo proliferavano la corruzione e la cupidigia, ma naturalmente, anche se dal mio libro non si direbbe, perfino allora la stragrande maggioranza dei religiosi si dedicava a opere di bene». Excusatio non petita, accusatio manifesta?

In effetti, sì. Il fatto è che mi piace così tanto raccontare il lato oscuro della religione, che trascuro troppo quello luminoso.

Infine, una curiosità: li mangerebbe i carciofi per dessert?

Come no! Ma solo se cucinati da uno scalco rinascimentale, come quello che prepara il banchetto raccontato nel mio romanzo.

Il blog tour de «Il collezionista di quadri perduti» di Fabio Delizzos

Blog tour per «Il collezionista di quadri perduti» di Fabio Delizzos

L’intervista a Fabio Delizzos per il suo romanzo Il collezionista di quadri perduti fa parte del blog tour organizzato dalla casa editrice Newton Compton. Ecco tutte le tappe:


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.








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