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pubblicato mercoledì, 18 gennaio 2017 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Sognando il mare. Un racconto

Sognando il mare. Un racconto
Sognando il mare. Un racconto

Dalla terrazza della sua casa Paola osservava in lontananza il mare. Era il 28 febbraio 2090, il giorno del suo novantesimo compleanno…

Sentiva dentro di lei quella sottile, profonda, appagante sensazione di pace gioiosa, così amava definirla, che le riappariva dentro ogni qualvolta si trovava in prossimità del mare.

È forse questo il Samadhi? si chiese. Quell’attimo di infinito concesso a chi sa domare la scimmia dispettosa della mente?

«Certo la mia vita l’ho vissuta cavalcando l’onda – sorrise per l’allegoria marina e per le immagini vivaci che scaturivano dalla memoria –. Non si può dire che io sia stata una meditante… Ricordo ancora con piacere le scorribande in mare con il mio gruppo di agguerriti ambientalisti. Quanto coraggio abbiamo avuto a sfidare delle forze così soverchianti!».

Lo sguardo le si illuminava, al ricordo di quelle battaglie combattute su piccole imbarcazioni contro veri e propri giganti del mare. E meno male che sapeva nuotare! Paola era stata una vera e propria sirena, metà donna metà pesce. La metamorfosi tra un essere e l’altro avveniva di continuo: donna concreta e pratica quando studiava, lavorava e accudiva i ragazzi che aveva adottato, sirena quando si trovava al cospetto del mare e quando si innamorava.

Sospirò, rivedendo nella mente le immagini esaltanti dei suoi mille amori. Gli occhi, scintillanti come carboni, si accendevano ancor di più nel piacere del ricordo.

«Com’era quel detto? Meglio rimorsi che rimpianti?».

La bocca, avvezza al sorriso, si corrucciò un po’ per l’improvvisa scarsa memoria. A volte le capitava perfino di confonderli, quegli incontri così importanti, ma certo non dimenticava i visi, gli sguardi, le parole, né la tenacia con la quale li aveva amati. Perché lei era spesso innamorata… della vita e dell’amore stesso.

E quando era in questo stato di esaltazione sembrava luccicare tutta, come una vera sirena, ancor di più da quando i suoi capelli corvini si erano trasformati in una cascata argentea, che teneva a freno in una treccia. Da bambina la chiamavano «cavalluccio marino» per la sua coda tutta nera e quel modo di saltellare instancabilmente tra gli scogli. Con gli altri paesani, si lanciava in aiuto di quegli uomini che arrivavano dal mare stanchi, assetati e denutriti. Correva dalla riva al centro di soccorso, facendo tutto ciò che poteva per salvarne il più possibile.

Paola si occupava di loro a tal punto che non aveva sentito il desiderio di farsi una famiglia sua, lei aveva altri progetti per la sua vita. Lampedusa era stata la sua famiglia, una comunità aperta al mondo. E anche quando si era trasferita a Napoli per studiare all’università orientale, aveva ritrovato quel senso di comunità accogliente, vivace e umana. E sempre godeva della bellezza del mare.

Ma proprio il mare avrebbe portato lo scompiglio nella sua vita. I messaggi di sofferenza che la Terra mandava erano stati sempre inascoltati dalle grandi potenze, che si riunivano solo per tranquillizzare i movimenti ambientalisti e continuare indisturbate l’accanimento produttivo.

Gli appelli a intraprendere la «decrescita felice», così si chiamava quello stile di vita tanto caro a Paola e ai suoi amici, erano stati sottovalutati.

Così, come preventivato dagli scienziati che venivano tacciati di allarmismo, lo scioglimento dei ghiacciai produsse, in un periodo più breve del previsto, l’innalzamento del livello delle acque. Molte città del Mediterraneo furono colpite da questo sconvolgimento, per prima ovviamente Venezia. Ma non solo.

Molti paesi costieri vennero abbandonati. Gli abitanti impauriti si rifugiarono sulle colline, dando luogo a un inaspettato ripopolamento. L’agricoltura ebbe nuovo impulso, anche se molti campi coltivati in pianura erano stati inondati dai fiumi ingrossati. Uno sconvolgimento lento e inesorabile.

Paola, distesa al sole ebbe un brivido, ripensando a quei momenti di angoscia. A lei come a molti altri, era parsa la fine del mondo e in qualche modo lo era. Lei stessa si trovò costretta ad abbandonare la sua casa.

Lampedusa era diventata invivibile e molti degli abitanti si erano trasferiti altrove. Anche le coste siciliane erano trasformate: le saline di Trapani e Marsala, culla di antiche civiltà, erano ridotte a grigio pantano. Nel giro di pochi decenni, l’Italia aveva visto trasformare le zone costiere e ridurre il terreno abitabile. Le paludi contro le quali gli esseri umani avevano lottato per secoli, avevano ripreso il sopravvento. E anche quando l’acqua salmastra si fosse ritirata, il terreno non sarebbe stato coltivabile per lungo tempo. E poi, chi poteva sapere se e quando si sarebbe tornati alla vita precedente… Forse si viveva una situazione di non ritorno.

Un disastro ambientale annunciato, al quale in pochi avevano creduto. Paola era stata costretta con dolore a lasciare la sua isola ma, non potendo vivere lontana dal mare, la sua scelta era caduta su Pantelleria. Anche se le coste erano diventate ancora più scoscese e frastagliate, la montagna al centro dell’isola costituiva un solido baluardo all’avanzata delle acque.

Tra tanta ansia per il futuro e continui cambiamenti climatici, ciò che non mutava era il suo spirito combattivo e quello dei suoi amici: continuavano a partecipare con convinzione alle missioni per salvare i migranti in difficoltà; le rotte migratorie erano cambiate per la pericolosità del canale di Sicilia, ma qualche barca si avventurava ancora lungo le antiche rotte.

Sulla terrazza della casa di Pantelleria ripensava a quegli avvenimenti con un certo distacco. Troppe volte, quando era più giovane, si era disperata per non aver saputo fermare quel disastro. Ma cos’altro poteva fare contro la cecità della gente? Anche se i movimenti ambientalisti avevano acquistato maggiore credibilità, anche se la consapevolezza era aumentata in tutto il pianeta, la forza della finanza che manovrava la politica degli stati, aveva avuto il sopravvento.

In un concatenarsi di eventi drammatici, Paola aveva visto disgregarsi un mondo che amava, il suo rapporto con il mare era stato modificato da questi tragici sconvolgimenti ma non si era mai interrotto. E quello con i suoi amici si era così rafforzato da indurli a progettare un villaggio comune.

Gli interventi in mare erano diminuiti con la modifica delle rotte migratorie che puntavano a quei paesi che avevano saputo meglio adattarsi ai cambiamenti climatici. L’Italia non era più una meta ambita, a causa dello stato disastroso delle coste e delle ripercussioni negative sull’economia.

Non aveva smesso però di occuparsi dei minori che, crescendo, l’avevano seguita nella costruzione del villaggio comune a Pantelleria. Quei ragazzi, erano diventati grandi con lei condividendo l’amore per la natura. Avevano appreso l’arte di coltivare la terra, e messo a punto nuovi sistemi di pesca studiati per quelle coste rocciose e scoscese, ma divenute ancora più pescose.

Adesso ripensava con amore a quei ragazzi di varie etnie, che imparavano ad amare un paese tanto difficile, dando inizio a un nuovo stile di vita. Lei aveva sempre sostenuto che il segreto della sopravvivenza era nella duttilità e nell’adattamento, e non nella forza e nella resistenza al cambiamento. Bisognava seguire la natura, senza contrastarla, imparando da lei.

Così avevano costruito un villaggio che si auto-sosteneva, utilizzando per le costruzioni le materie prime dell’isola, per il riscaldamento la forza del vulcano e per l’energia il soffio del libeccio e dello scirocco che, all’isola chiamata dagli arabi «figlia del vento» di certo non mancava.

E pensava con amore anche alle pietre, alle piante dei giardini, alle viti digradanti, agli antichi abitanti dell’isola, alla grande madre Terra e al mare al quale presto sarebbe tornata.

Era da qualche tempo che camminava e nuotava sempre più di rado. Osservò le sue gambe e i suoi piedi, sembravano coperti di scaglie luccicanti. Chiuse gli occhi; ascoltò il brusio che arrivava dal villaggio: si preparava la festa per il suo compleanno. Le voci si confondevano con la risacca e il fruscio del vento.

Chiuse gli occhi per un momento e sognò il mare: lambiva la terrazza. Vide se stessa lentamente scivolarvi dentro, senza resistergli, come un pesce che con leggeri colpi di coda scenda nel liquido silenzio del suo grembo.

 

Sognando il mare è un racconto di Marina Leonori
allieva del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Pixabay




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“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)