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pubblicato venerdì, 27 gennaio 2017 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

La stoffa. Un racconto per il Giorno della memoria

La stoffa. Un racconto per il giorno della memoria
La stoffa. Un racconto per il giorno della memoria

Sarah voleva correre più veloce, ma la gamba le doleva moltissimo, probabilmente la ferita era più grave di quello che riusciva a vedere al buio. Era notte fonda ormai, e le forze la stavano abbandonando; inoltre, non capiva dove fosse. Secondo il tragitto che aveva studiato per settimane, non si sarebbe dovuta trovare ancora tra case e palazzi, ma vicino a fattorie o campi.

Si era preparata a lungo, seduta sul pagliericcio della camerata numero cinque del blocco A.

Era stata fortunata rispetto a tante altre donne: lei era addetta alle riparazioni delle uniformi tedesche e a quelle delle guardie italiane della Risiera di San Sabba.

Trieste inglobava la risiera ma ne era estranea, come una donna che sopporta un cancro senza curarlo. Sarah si era chiesta spesso come fosse possibile essere a qualche metro da quell’orrore e non sapere, o voler non sapere, cosa stava avvenendo dentro a quelle mura di mattoni rossi.

Lei era un’ebrea ungherese, parlava il tedesco perfettamente avendo lavorato come cameriera presso una famiglia di diplomatici a Budapest. In seguito però, le persone alle quali si era tanto affezionata l’avrebbero tradita. Rinchiusa nel lager Italiano, proprio la conoscenza della lingua dei suoi aguzzini avrebbe agevolato la sua prigionia.

Aveva progettato la sua fuga da sola, mentre rammendava pantaloni puzzolenti e cappotti duri come cartone.

Le divise degli internati non si riparavano, troppe erano quelle che rimanevano senza un corpo da coprire. Quella era l’unica stoffa che nessuno avrebbe controllato, quelle luride divise a righe bianche e grigie venivano ammucchiate in una specie di granaio dove ai bei tempi dormiva il candido riso, in attesa del suo sacco di juta.

Lavorava al suo abito borghese la notte, ripiegava le strisce bianche su se stesse lasciando in vista solo le grigie. Cuciva, con il filo rubato al lavoro, un soprabito che la rendesse invisibile alla gente libera. Un puzzle di involucri macabri che l’avrebbero salvata.

Risparmiava la sua razione di sapone per poter lavare i lembi di stoffa che riusciva a racimolare, li stendeva sul bordo di quello che era il suo giaciglio, e cuciva e cuciva…

Quel giorno sarebbe stato quello giusto, il soprabito era pronto, le scarpe rotte sistemate alla meglio e i capelli legati stretti in un laccio che avrebbe celato il loro disordine.

Giorni prima, nella stanza della sartoria, udì una conversazione tra due capitani tedeschi: avevano avuto l’ordine di preparare la ritirata e di «ripulire» la risiera.

Quel pomeriggio, si diresse al magazzino dove un grande cassone di munizioni era in partenza verso il nord; ci si infilò dentro e iniziò a pregare il suo Dio.

Dopo un tempo indefinito, il camion avviò il motore e lentamente si mosse. Il tragitto fino al cancello sembrò interminabile, il mezzo si fermò al checkpoint per i controlli di rito che terminarono in pochi istanti.

Il cancello si richiuse alle sue spalle, Sarah attese ancora per non essere vista dalle guardie, e alla prima curva saltò. Il bordo tagliente del cassone si fece coltello nel suo polpaccio, e un flebile grido le sfuggì dalla bocca.

Correre. Aveva solo questo in mente. Correre.

Era il 1945: avrebbe corso ancora un po’, zoppicando. Forse, le persone libere avrebbero notato la sua gamba ferita, ma non il suo soprabito fatto di stoffa grigia e di morte.

La stoffa è un racconto di Patrizia Ometto
allieva del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Daniel2005 via Visualhunt.com / CC BY




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