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pubblicato domenica, 12 febbraio 2017 da Susanna Trossero in Grammatica
 
 

Maschilismo linguistico o… preconcetti?

A proposito di maschilismo linguistico
A proposito di maschilismo linguistico

Di recente, in molti si sono infastiditi – compresa me – per l’uso oramai divenuto consueto del termine «sindaca», dopo l’elezione in Campidoglio di Virginia Raggi. Ci pareva che, proprio quel dover precisare l’appellativo al femminile, fosse in realtà discriminatorio più dell’uso del maschile «sindaco»; una sorta di inutile e stridente precisazione, insomma, che suscitava anche dubbi linguistici sull’uso del maschile e femminile.

Oggi vi aiutiamo a sciogliere proprio questi dubbi, fermo restando che ognuno di noi è libero di mantenere intatto il giudizio personale su parole che in qualche maniera non ci «suonano bene», in barba alla Treccani o all’Accademia della Crusca. Sappiamo tutti che non sempre è facile seguire o rispettare le regole, quando queste fanno a pugni con l’orecchio, ammettiamolo!

Partiamo proprio dall’appellativo «sindaca».

Usereste il termine soldata?

Sembra che – in materia di professioni un tempo riservate soltanto al sesso maschile – ci si inoltri ancora oggi in un terreno scivoloso, poiché si teme sempre di provocare incidenti diplomatici o di non rispettare, nella pratica, il concetto di parità dei sessi. La nostra lingua, prevede i femminili sindaca, postina, avvocata, proponendo l’uso delle vocali finali e oppure a, in base alle necessità. Dunque nulla vi è di sbagliato. Tuttavia, sarebbe opportuno rivedere l’uso de «il sindaco Virginia Raggi», liberandosi da preconcetti e giudizi affrettati, poiché si sta utilizzando una forma più neutra che maschilista, privilegiando il nome del mestiere, una generale categoria professionale.

Usereste con scioltezza il termine «medica»? E «soldata»? Avvocata? Notaia?

Improbabile sentire qualcuno dire «Signora giudice», e sono certa che il signor giudice Maria Rossi non apprezzerebbe, poiché è più importante mettere in evidenza la funzione svolta, piuttosto che il sesso di chi la svolge. La stessa Virginia Raggi, se non ricordo male, disse pubblicamente di pensarla allo stesso modo, mentre l’opinione pubblica si affannava a discutere sull’argomento sollevando la questione del maschilismo linguistico.

Insomma, a voler a tutti i costi dimostrare che non si è maschilisti, si rischia l’effetto contrario, ovvero irritare la sensibilità delle colleghe con atteggiamenti classisti, quale era un tempo l’uso di locuzioni come «in gonnella». Più o meno cinquant’anni fa, ahimè persino i giornali la utilizzavano: vigile in gonnella, per esempio.

Il Ministro Tina Anselmi o l’Onorevole Nilde Iotti, non credo avrebbero apprezzato appellativi come ministra e onorevola, diciamocela tutta.

Il buon senso

A volte l’uso è dettato dal buon senso, più che dalle regole, così come ci fa ampiamente notare la sezione SOS Grammatica del Corso di Scrittura del Corriere della Sera «Io Scrivo». Anche perché la lingua italiana riserva sorprese che possono suscitare dubbi o incertezze, se non imbarazzo. Infatti, proprio quel testo ci fa notare che se una donna ricopre la carica di onorevole, mantiene il titolo femminile:

  • L’onorevole Bindi si è rivolta ai colleghi.

Tuttavia, se si tratta del termine «deputato», le cose cambiano:

  • Il deputato Bindi si è rivolto ai colleghi.

Anche l’appellativo «ministro», lascia che sia il maschile a prevalere.

Un consiglio che la stessa lingua italiana offre diplomaticamente a chi non sa come risolvere la questione spinosa, è dato dall’uso dell’«illustre collega», che male non fa a nessuno.

Chissà quante e quali polemiche avranno suscitato, le versioni femminili introdotte quando ai maestri si sono affiancate le maestre, ai professori le professoresse, agli operai le operaie…

Maschilismo linguistico: suffisso sì, suffisso no

Esaminiamo altri aspetti della nostra grammatica: il suffisso del femminile «essa», non da sempre è stato applicato a dottore, professore, studente, poeta… Un tempo infatti, era più che altro accettato e di uso comune nei titoli nobiliari come principe, barone, conte, duca, ma non ci è dato di sapere nel dettaglio quali reazioni scatenò in seguito all’uso relativo alle arti e ai mestieri, tuttavia promettiamo un approfondimento.

A proposito del suddetto suffisso, sempre per questioni di cattivo suono (non è male concedere a questa motivazione il giusto spazio), «medichessa» non è mai stato accettato, così come medica. Dottoressa sì, tuttavia le varie specializzazioni vengono definite al femminile, come radiologa o ginecologa e così via.

Come già detto, il rischio di lasciar decidere soltanto alle regole della lingua, che permettono o vietano, è quello di creare maggiore imbarazzo o suscitare derisione. Un esempio ci è dato dall’applicazione – corretta – del suffisso «essa» a mestieri come soldato o vigile.

Eppure, a oggi, per molti pare divenuto prioritario e urgente recuperare la specificità femminile apportando una rivoluzione nella nostra grammatica, e abolendo da essa quel maschilismo linguistico radicato della quale la si accusa.

Tuttavia, il rispetto per la parità non sempre si può dimostrare dando connotati femminili ai termini relativi alle professioni, così come il lasciar prevalere l’uso del maschile non significa necessariamente essere sessisti, o portare avanti lo stereotipo del potere sempre e solo in mano agli uomini.

Quando anche la fonetica si oppone

Un problema è dato in particolar modo dai nomi che finiscono con «sore», per esempio assessore o difensore. Trovare la versione femminile senza causare seri problemi fonetici è arduo.

In nomi come regista o giornalista, la questione invece non si pone, in quanto è l’articolo a risolvere bonariamente ogni polemica: il regista, la regista, il giornalista, la giornalista.

Un’altra precisazione è relativa al mestiere dell’editore. È un mestiere, appunto, e in questo caso la versione al femminile non c’è; per l’esattezza, c’è ma riguarda l’azienda, casa editrice. Dunque le signore Elisabetta Sgarbi, Ginevra Bompiani, Marina Berlusconi, sono e restano buoni editori anche senza cambiamenti. Così come lo era la signora Elvira Sellerio.

Per quanto riguarda invece il suffisso «trice», si applica nella versione femminile di molte parole che terminano con il suffisso «tore»: pittore, attore, direttore, ricercatore, senatore e così via. Ripetiamo il «molte», ma non tutte. Esempi improbabili sono pastore, commendatore, pretore o, come già visto, editore.

In conclusione

Insomma, prima di parlare di maschilismo linguistico e scendere in guerra contro certi appellativi o termini, credo che a volte si debba davvero lasciar prevalere il buon senso, poiché la sola volontà di abolire stereotipi o combattere le discriminazioni, può diventare essa stessa discriminante. Le regole possono essere infrante, nel momento in cui la stessa lingua ce lo consente fornendo valide alternative, affinché non ci si ritrovi mai più – per risolvere questioni scioccamente imbarazzanti – a riesumare l’uso di sindaco donna, notaio donna o ancor peggio donna poliziotto.

Come già detto, non è importante evidenziare a tutti i costi il sesso di chi svolge una professione, quanto la professione stessa. Questa, a mio avviso, è la vera parità dei sessi.

Foto | Petr Vaclavek / Shutterstock








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Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.