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pubblicato venerdì, 17 febbraio 2017 da Susanna Trossero in Zibaldone
 
 

Palletta. Un racconto per la festa del gatto

Palletta. Un racconto per la festa del gatto
Palletta. Un racconto per la festa del gatto

Non mi va. Non mi va e basta. Non c’è alcuna ragione precisa, è solo che l’idea di uscire di casa mi angoscia. Dovrei mettere qualcosa di meno comodo, cambiare le scarpe, pettinarmi con più cura, indossare una faccia necessaria a incontrarne altre, di facce. Questa frase sulle facce l’ho sentita in un film.

Beh, io sto meglio qui, con le mie pantofole, la vestaglia, la faccia che mi calza a pennello e sta su senza sforzi.

Mi stanno tutti addosso, e io non apro la porta né rispondo al telefono. La tv invece sta sempre accesa, mi parla per tutto il giorno, riempie le stanze, gli armadi, la casa, e anche la dispensa: c’è Benedetta Parodi che cucina, è come se avessi già mangiato.

Non mi va, non mi va di vivere le cose fuori di qui. Andare a fare la spesa poi…

Lui non c’è più, mi piaceva litigarci, mi faceva sentire viva e tutto ciò che lo riguardava mi era familiare, pure le sue antipatiche manie. Comunque, c’era una ragione per tutto: per sedersi a tavola, per pettinarsi, per rifare il letto, per comprare il ripieno per i ravioli o preparare il caffè. E per brontolare. Per lamentarsi d’esser stanchi a causa del suo russare…

Adesso niente più mi disturba, e allora non dormo sul serio, troppa pace.

Mi sa che mi sto restringendo… anche le pantofole mi stanno larghe. Tanto ho sempre mangiato troppo, un po’ di peso in meno mica mi ammazza.

Sono vecchia, che volete?

Fa freddo stasera, tutto mi irrita, anche quelli del piano di sopra che ancora hanno voglia di ridere. E poi sento strani suoni, da almeno un’ora. Un grattare alla porta d’ingresso, lieve lieve. Se anche l’udito mi abbandona, sono fregata, almeno la voce della Parodi che mi sfama devono lasciarmela questi troppi anni sul groppone!

Abbasso la tv e resto in ascolto… niente, non sento nulla. Non mi fregate, la porta non la apro. Manco morta.

Ciabatto verso la finestra e guardo la pioggia che si abbatte sui vetri a causa del vento, un tempaccio proprio brutto, forse quello strano rumore era… no, rieccolo, lo sento. Non è la pioggia. Guardo dallo spioncino ma non c’è nessuno. Forse è un balordo che mi vuole rapinare.

«Ti faccio vedere io, di che cosa è capace una vecchia!» gli strillò. Ma quel grattare diventa quasi frenetico, come fosse motivato dalla certezza che qualcuno qui dentro esiste!

Io apro. Se poi mi ammazzano che mi frega.

La porta cigola un po’, la oliavi tu… Di fronte a me niente, solo la strada, la pioggia fitta fitta, il vento che mi schiaffeggia improvviso. A destra niente, a sinistra neppure. In basso, sulla soglia, un topo!

No… una palletta di pelo bagnato, bianca e grigia. Un gattino… Non lo voglio!

Trema. Vabbè, lo voglio per cinque minuti, magari lo asciugo un po’ e poi lo rimetto fuori, avrà pure una mamma da qualche parte.

Lo raccolgo con due mani, lo porto in casa pensando a che devo fare. Un asciugamani, ecco, sì, lo avvolgo un po’ e poi se ne torna là da dove è venuto.

Ora non trema più, bene. Magari gli do un po’ di latte, poi però via eh? Tra poco c’è Il segreto.

«Smetti di fare le fusa, non mi incanti, si vede che non mi conosci!»

Ha leccato via tutto! Gli è venuto un pancino che pare una palletta, mi strappa un sorriso. Un sorriso… Quant’è che non sorridevo…

Un tuono bello tosto il sorriso me lo leva di colpo, quasi sobbalzo e il primo pensiero va proprio a lui, la palletta di pelo che invece pare ignorare ogni cosa, mentre si lava il musetto.

«Ehi, non penserai mica di installarti qui? Hai fatto male i tuoi conti, palletta dei miei stivali!»

Palletta… gli si addice. Ma tanto, a un randagio il nome non serve.

Metto via la scodella, ripulisco il lavello. Il latte va in frigo e lui va fuori dalla porta, è sicuro.

Ma poi, non so come, mi ritrovo a guardare Il segreto con l’intruso sul divano. Ha scelto il cuscino più vecchio per sistemarcisi sopra, e pare intenzionato a capire meglio il mistero di Rosario, che neanche io ci capisco nulla. Presuntuoso!

«Più tardi vai fuori eh?»

È oramai notte fonda, quando finisco la lista della spesa mentre lui ronfa beato: comprare croccantini, una lettiera, la sabbia. Magari un giochino. Un cuscino più morbido. Una ciotola vera. Mi sa che la compro rossa. E poi ho voglia di fare i ravioli di ricotta e spinaci.

Stiro il vestito buono, lucido i mocassini e speriamo non mi stiano larghi pure quelli.

Ce l’ho ancora un rossetto? Dove caspita ho messo l’ombrello, l’ultima volta che sono uscita?

Basta, vado a letto. Anzi, andiamo a letto.

Però, domani, tu vai fuori.

Foto | Pixabay


Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.








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