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pubblicato lunedì, 20 febbraio 2017 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Cronaca di una notte d’estate. Un racconto

Cronaca di una notte d'estate. Un racconto
Cronaca di una notte d'estate. Un racconto

Ma come si fa ad aver voglia di correre in una notte d’estate che ti sbatte addosso più di trenta gradi di caldo, umido e afa?

Eppure, quella disgraziata che abitava nella roulotte lo stava facendo. Arrivava dal lungomare e correva verso la fine della periferia.

Ne aveva sentito i passi appena era sbucata dall’incrocio con il semaforo lampeggiante giallo. Giunta sul marciapiedi di fronte, appariva ansimante, lucida di sudore, con la canottiera attaccata alla schiena madida e al seno che le ballava sul davanti. Alternava una serie di corte falcate a piccole corse. Era stremata.

Vito guardò l’orologio sulla parete della cucina: l’una e dieci.

In una notte come quella, placcata dall’afa, trattieni anche il respiro pur di non sudare.

Se poi sei un cassintegrato pluriennale e non hai uno straccio di condizionatore, ti devi accontentare di passare qualche ora al balcone, su una sdraio, con il ventilatore in faccia sperando che arrivi il fresco dell’alba, da levante, a darti un po’ di refrigerio.

Vito era tutto questo, e in più era inquilino all’ultimo piano dell’ultimo palazzo della zona CEP di Bari. Dal suo condominio popolare in poi, una distesa di sterpaglie rinsecchite e materiali abbandonati. In uno dei pochi spazi liberi, nel mezzo di quella discarica urbana, la roulotte di una coppia di disperati peggio di lui.

Erano arrivati l’estate prima e ormai nella strada li conoscevano tutti. Dopo le prime visite della polizia, non vi era stato più nessun controllo e li avevano lasciati in pace nelle loro miserie.

Pasquale, il marito, un gran bastardo che lo mandava in bestia: almeno una volta a settimana concludeva la solita litigata ammazzando di botte Rina, quella povera crista della moglie, che pur di sfuggire alla menata, si rifugiava proprio nelle sterpaglie lì attorno. A volte ci passava la notte, in attesa che la sbronza del marito scemasse.

Eppure, tutte le mattine, dopo le notti trascorse fuori, verso l’alba, la vedeva che si avvicinava cauta, apriva la porta della roulotte e saliva i due gradini che la riportavano al suo calvario di dieci metri quadri.

A Vito, invece, erano bastasti poco meno di due anni di difficoltà economiche, perdita del lavoro e litigi quotidiani, senza mai però toccarla con un dito, e sua moglie Melina se n’era andata con un macellaio di Massafra.

Le donne sono strane, era il suo pensiero fisso.

In effetti, Rina, la donna della roulotte, una vita proprio normale non l’aveva mai avuta.

Figlia di genitori separati, padre sparito, madre tossica e morta che lei aveva undici anni, era stata affidata a una coppia di finti zii alla lontana e senza figli. Lei, la finta zia, per un paio di anni l’aveva anche trattata bene, mentre il finto zio l’aveva inizialmente ignorata.

Verso i quattordici anni, appena sviluppata, mentre la zia si era intrigata in una storiaccia tutta sua, il finto zio aveva pensato bene di farle la festa. A ripetizione.

A sedici non le era sembrato vero aver conosciuto Pasquale, che l’aveva strappata a quell’inferno. Aveva detto di avere un lavoro fisso, che guadagnava bene, che avrebbero avuto una casa e una famiglia normale e per vari anni era proprio andata così.

Poi l’alcool, le altre donne, lei che non poteva avere figli, lo avevano fatto diventare un animale. Portava i segni delle botte sul corpo ma gli restava attaccata, visto che altre persone che le avessero mai fatto una carezza, nella sua vita, non ce n’erano state.

Nella sua mente abituata al poco, essere trattata quasi bene per quattro o cinque giorni a settimana sembrava tanto.

Quella sera, però, Pasquale aveva passato il segno: era arrivato a casa verso le dieci con una delle sue mignotte disperate, ubriachi tutt’e due. L’aveva obbligata a preparare un piatto di spaghetti e poi via, sbattuta fuori dalla roulotte mentre quell’altra si spogliava ridendole in faccia. Aveva trascorso varie ore a piangere, seduta su un sasso, tra gli sterpi.

Poi, lentamente, si era alzata, si era avvicinata alla roulotte e, piano piano, era entrata. Pasquale e la sua donnaccia dormivano nudi, sudati, sul letto sfatto; il finestrino di quell’unica stanza era aperto.

Si era avvicinata senza far rumore e aveva chiuso la piccola finestra. Poi, si era diretta al forno del cucinino, aveva aperto lo sportello e girato la chiavetta. Dopo aver sentito il sibilo e la puzza del gas che cominciava a spandersi per l’ambiente, era uscita chiudendosi bene la porta alle spalle.

Mettersi a correre le era parso quasi facile. Via, lontano, lontano.

Ma, in mezz’ora, tanto lontano non era andata. Aveva fatto appena in tempo ad arrivare sul lungomare che era stata abbordata pesantemente da alcuni giovani a cavallo di due scooter.

Il lampeggiare di una volante e i giovinastri se l’erano data a gambe; anche lei si era lanciata di corsa giù per la piccola scaletta che portava al mare.

Trovato un rifugio tra gli scogli, si era seduta con i piedi in acqua, ricominciando a piangere e lasciando che le lacrime si fondessero con le piccole onde che lambivano i piedi.

Aveva provato a immaginare la sua vita dal giorno dopo. Anzi, dal mattino che stava arrivando, di lì a poche ore. Senza un punto dove tornare, senza una mano che la toccasse dolcemente, almeno una volta in più di quelle violente.

Il nero che vide, la sferzò fuori dall’acqua.

Asciugò le ultime lacrime con il dorso della mano e riprese a correre facendo la strada all’incontrario. Doveva fermare la fuga di gas. Non poteva e non voleva restare sola. Meglio l’inferno con Pasquale che l’inferno con una massa di sconosciuti.

Correva e correva nel buio, sperando che non fosse troppo tardi. Sfrecciò giungendo alla fine dei condomini, prima degli spiazzi abbandonati dove si trovava la loro roulotte.

Quello dell’ultimo piano che la guardava sempre, anche stanotte era sul balcone. Anche lei lo guardava, nelle notti che Pasquale la costringeva all’addiaccio. Non aveva mai visto una donna su quel balcone. Chissà che bastardo era stato, con le donne, per restare solo come un cane. Accelerò ancora la sua corsa nel tentativo e nella speranza di arrivare in tempo. Oramai mancava poco.

Vito la vide fare l’ultimo scatto prima di imboccare lo spiazzo che portava alla roulotte.

Sentì forte l’impulso di alzare una mano, di gridare, di chiamarla, di chiederle dove andava così di corsa in quella notte torrida. Ma tanto lo sapeva. Correva verso il suo inferno, l’unico che conoscesse.

Non l’alzò la mano, non la chiamò. E restò solo, nel suo, di inferno, mentre la donna correva verso il proprio, l’altro.

Entrò nella roulotte, buia. Inciampò in qualcosa e protese le braccia in avanti.

La mano destra si abbatté pesantemente su una delle chiavette delle macchina del gas, azionando l’accendino piezoelettrico. Non vide né sentì nulla.

Vito, invece, lo vide il lampo e un attimo dopo sentì il boato, mentre le sue mani restavano, sudate e vuote, ad aspettare la brezza del mattino.

Cronaca di una notte d’estate è un racconto di Damiano Siragusa
allievo del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Giorgio Galeotti


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