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pubblicato giovedì, 23 febbraio 2017 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Giovedì grasso a Venezia. Un racconto

Giovedì grasso a Venezia. Un racconto
Giovedì grasso a Venezia. Un racconto

Si era bloccato al centro della piazza: non una piazza qualsiasi, ma la piazza gremita di San Marco a Venezia nel giorno dei festeggiamenti di Carnevale. Tutti indossavano una maschera, lui un volto nascosto da una visiera nera che gli copriva gran parte del viso. Un mento tondo e ben fatto e la composizione di labbra carnose, erano sufficienti elementi per lasciar intuire che dietro si celava il volto di un uomo elegante, fascinoso dalla statura alta e regale. Proseguì a piedi facendo fatica a spostarsi: uno Zorro, un Arlecchino, l’occhietto di una Maria Antonietta seguito dalla mano che accompagna il ventaglio alla bocca, gli barricarono la strada. Dotato di cortesia e di grande charme, con cenni del capo li fece spostare e come un mazzo di carte ben allineate, essi formarono un varco; i loro occhi catturarono il suo passaggio lungo un rettilineo immaginario entro cui, egli si addentrò. Abito nero, mantello scarlatto, scarpe tirate a lucido su un pantalone classico che ricadeva dritto; attirò l’attenzione di molti, donne ricche di facili costumi in cerca di una notte di sesso, alcune di mezza età, per lo più insoddisfatte della vita che conducevano e in cerca di un orgasmo da acquistare a peso d’oro in una delle tante suite veneziane.

Trasgressioni.

Una allungò la mano cercando di sfiorare quella dell’uomo misterioso, ci scivolò appena, mentre lui si allontanava tra una pioggia di brillantini e coriandoli variopinti.

Un angolo sopravvissuto al tempo, una bellezza che regnava per il piacere degli astanti, un teatro a cielo aperto senza biglietto d’ingresso. Oltre quegli abiti costosi, oltre i gioielli pacchiani, oltre il gusto sfaccendato di una mondanità decadente. Una città fantasma, impreziosita da palazzi arabeggianti, lunghe file di costruzioni che formavano gli argini di vie acquee, soffitti alti di disegni barocchi, intersezioni di canali che facevano seguito alle calli, quelle più piccole dove ci si lasciava cullare dolcemente… E scale sommerse dall’acqua che pareva nascondessero un sotto bosco di altrettante dimore, dove mantelli fluttuanti color verde pastello ne trattenevano il magico splendore. Venezia, una città travestita di mistero e regalità.

Un tocco di smarrimento sfiorò il cuore del misterioso viandante, guardò il cielo alto, pareva immenso: di fronte, i mosaici bizantini della Basilica.

La mano di una bimba col cappuccetto rosso, strinse la sua e stettero a guardare le cupole a mo’ di meringhe con un ciuffo sulla sommità. Le sorrise, e se ne andò cospargendo il cammino di caramelle.

Si diresse verso la banchina dove gondole trasportavano altre maschere; una gatta nera si alzò in piedi, pantaloni attillati in un corpo bello e formoso: lo indicò mostrando i canini perfetti color avorio e un artiglio di felino provocante. Lui proseguì incurante. Si levò dagli occhi indiscreti entrando in un piccolo vicolo e da lì in un dedalo di stradine articolate; si muoveva come se la conoscesse da sempre, quella città secolare. Finalmente giunse al Canal Grande e inspirò tutta l’aria che poteva trattenere. Deserto, sempre deserto a quell’ora nel giorno dei festeggiamenti che si consumavano qualche metro più in là. Vide solo un gruppo di ragazzi mascherati che gridavano e ridevano tra loro, una ragazza soffiò lieve all’orecchio dell’uomo una stella filante. La minigonna da crocerossina lasciava poco da intendere.

Non molti battelli erano in servizio. Decise di prenderne uno e di proseguire nell’immaginario movimento del suo corpo, oltre le sponde di quei palazzi: la Ca’ d’oro, il Casinò, la confusione di maschere attaccate alle facce, forse annoiate, che forzavano un sentimento di felicità perché era il Carnevale, il più famoso, il più rinomato, quello di Venezia.

Una schiera di individui che spesso non comprendeva: tanti ne aveva visti, altrettanti ne avrebbe continuato a vedere, a desiderare. Si ritrovò a navigare il canneto poco fuori Venezia, mentre la palla di sole rosseggiante si abbassava a poco a poco.

Lui, che di Venezia era il fondatore, la vide fuori di sé, via da quel corpo, da quel travestimento preso in prestito, una maschera tra le tante. La ammirò per l’ultima volta nella sua nuova veste, la dipinse con veloci pennellate dentro di sé. Gettò via l’involucro di cartapesta e dolcemente, come luce che avanza nel ritmo sospirante del vento, si reimmerse nella sua dimora.

Giovedì grasso a Venezia è un racconto di Paola Caringi
allieva del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Pixabay


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