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pubblicato sabato, 25 febbraio 2017 da Roby in Mondolibri
 
 

Un secolo fa nasceva Anthony Burgess, il papà di Arancia meccanica

Anthony Burgess (1917-1993)
Anthony Burgess (1917-1993)

Giramondo per vocazione e per professione – insegnò in Malesia, negli Stati Uniti e in diverse parti d’Europa – aperto a nuove esperienze perché oltre a giornalista e scrittore fu anche compositore, traduttore, perfino sceneggiatore e glossopoieta, inglese atipico in quanto cattolico e affascinato dall’Italia (visse a Roma per molto tempo), Anthony Burgess, considerando che nacque esattamente cento anni fa, era un uomo terribilmente moderno, che della sua epoca approfondì molti aspetti che lo resero profeta di quelle a venire.

Arancia meccanica

Uno in particolare è certamente la violenza, sperimentata in prima persona quando abitava a Giava e tre disertori americani ne pestarono e violentarono la moglie, che fu il seme da cui nacque il suo capolavoro, Arancia meccanica, pubblicato nel 1962 e diventato opera cinematografica nove anni dopo grazie al maestro Kubrick, anche se un primo adattamento al grande schermo risale già al 1965 ad opera di Andy Wahrol.

Tutti conoscono la storia del quindicenne Alex, che insieme alla sua banda di «drughi» terrorizza le notti cittadine andando in giro a picchiare barboni, stuprare donne e rapinare case. Quando viene arrestato, cerca di accorciarsi la pena attraverso la buona condotta e l’amicizia con il cappellano, ma poi decide di provare il metodo Lodovico, una cura sperimentale che consisteva, però, nel somministrare potenti farmaci inibitori della volontà, uniti a filmati dai contenuti ultraviolenti. Alex ne uscirà completamente svuotato del libero arbitrio e una volta tornato nella società non riuscirà a inserirsi, arrivando a meditare il suicidio.

Molto ci sarebbe da dire su questo assoluto caposaldo della letteratura e della cinematografia mondiale, a partire dal titolo, che può essere indifferentemente tradotto come arancia meccanica oppure arancia a orologeria: in entrambi i casi pare che l’autore volesse comunicare il contrasto tra qualcosa di apparentemente innocuo come un frutto, che però, se opportunamente «caricato» (dalla natura umana stessa, dalla società, addirittura dallo Stato) può diventare una macchina di morte. Secondo interpretazioni più recenti, però, la traduzione di arancia sarebbe una derivazione dalla lingua giavanese della radice che significa uomo, quindi il titolo e il legame con la violenza sarebbero più espliciti.

Interessante anche la lingua con cui Burgess scrisse il romanzo, infarcita di Nadsat, uno slang giovanile da lui stesso inventato che è una vera e propria lingua artificiale su base inglese con numerose influenze russe. Infine, il «mistero» dell’ultimo capitolo, quello – poco credibile – in cu Alex si redime e decide di diventare un adulto responsabile, di sposarsi e di avere un figlio: non presente nella versione americana, secondo alcuni sarebbe un tentativo estremo dell’autore di dare speranza anche all’individuo che sembra averne meno; più probabile è che sia un’imposizione dell’editore per i Paesi in cui l’opera sarebbe altrimenti stata censurata. Anthony Burgess, infatti, del suo capolavoro diceva:

Se Arancia meccanica rientra nel novero dei salutari moniti letterari — o cinematografici — contro l’indifferenza, la sensibilità morbosa e l’eccessiva fiducia nello Stato, allora quest’opera avrà qualche valore…

Altri libri di Anthony Burgess

Ma Anthony Burgess non fu solo questo. Singolare il fatto che lo scrittore il cui personaggio più famoso è la violenza fatta persona, abbia trascorso molto tempo a scrivere anche sulla figura di Gesù, collaborando con Zeffirelli nel 1977 alla sceneggiatura di Gesù di Nazareth. Su temi religiosi nel 1980 scrisse anche il romanzo Gli strumenti delle tenebre, la storia di Kenneth Toomey che nel giorno del suo ottantunesimo compleanno viene incaricato dall’arcivescovo di Malta di redigere la biografia di Gregorio XVII per il suo processo di canonizzazione.

Nel suo lungo soggiorno romano, Anthony Burgess si appassionò alla lingua romanesca e ai sonetti del Belli, tanto da intraprendere la traduzione di un’ottantina di questi dal romano all’inglese. Da questa esperienza trasse anche un romanzo, Abba abba, uscito nel 1977, che nella prima parte narra l’arrivo del poeta inglese Keats a Roma – lo stesso viaggio che fece Burgess – nella seconda parte, invece, si racconta l’immaginario incontro tra Keats e proprio il Belli, che per comunicare tra loro di arte e di letteratura vinsero la necessità di superare l’inevitabile barriera linguistica che si frapponeva tra loro.

La sua attività da giornalista, invece, andò a braccetto con l’amore per la lettura: in poco più di due anni recensì per lo Yorkshire Post oltre trecentocinquanta romanzi; le sue recensioni vennero poi raccolte in un’opera del 1984 intitolata Ninety-nine Novels.

E sul finale torniamo all’inizio: degli anni vissuti nel sud-est asiatico, tra Indonesia e Malesia, il frutto è la cosiddetta Trilogia malese, un compendio di tre romanzi (L’ora della tigre, Il nemico tra le coperte e Letti d’Oriente) sulle vicende di Victor Crabbe, funzionario britannico inviato laggiù per costruire la nuova classe dirigente locale, tra mille difficoltà, incubi personali e le contraddizioni che convivevano in quella remota parte di mondo negli anni Cinquanta.

Foto | screenshot da Youtube




Roby