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pubblicato martedì, 28 febbraio 2017 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Frappe e castagnole per tutti! Un racconto di Carnevale

Frappe e castagnole per tutti!
Frappe e castagnole per tutti!

Uno dei suoi migliori passatempi era stare alla finestra. Al terzo piano di via Gallarate era bello affacciarsi, vedere ingorghi di traffico sotto casa sua, che non riuscivano a srotolarsi se non dopo ore. Erano appaganti, specialmente se gli automobilisti si incastravano sotto la pioggia. La pioggia aveva avuto da sempre un fascino particolare per lui. Guardare i temporali, soprattutto quelli estivi, dalle finestre. Vedere i mulinelli di acqua e vento che spazzavano le strade raccogliendo le foglie dei platani. Era confortante sentirsi protetto dai vetri, ma partecipare allo stesso tempo, intimorito, alla violenza della natura. Nelle giornate calde d’estate, invece, preferiva il balcone. Il balcone, lungo e stretto, permetteva a stento di prendere il sole. Giorgio, raggomitolato su se stesso, seguiva, sudato come un facchino, la striscia di luce che si spostava. Almeno, con un minimo di abbronzatura, avrebbe potuto raccontare agli altri di essere stato al mare quella domenica.

Le domeniche costituivano un incubo. Specialmente quando sapeva che gli altri non le trascorrevano certo rinchiusi in casa come lui, ma erano circondati da amici ed era richiestissima la loro compagnia. Lui era sempre solo e sapeva che lo sarebbe sempre stato. Era guardato stranamente anche dagli stessi genitori, i quali, senza capire di averne la responsabilità, si chiedevano tuttavia perché mai non fosse come gli altri ragazzi. Giorgio non aveva mai provato a uscire da solo di casa. Già gli costava fatica il dover andare a scuola. Sentirsi gli occhi di tutti addosso, sentire i bisbiglii dei compagni quando passava, dover rispondere alle interrogazioni, durante le quali le orecchie gli diventavano paonazze e costituivano un altro motivo di imbarazzo davanti agli altri. Era costantemente a disagio, viveva un senso di impaccio nel rapporto con gli altri: la mancanza di disinvoltura, l’incapacità di parlare in pubblico lo bloccava.

Si sentiva goffo, era paralizzato dalla paura fin dall’infanzia. Da bambino si nascondeva dietro le gonne della mamma, scappava in camera non appena vedeva un visitatore sconosciuto e diventava improvvisamente muto se gli si chiedeva di recitare una poesia in pubblico. A ogni ostacolo cominciava a tremare, a balbettare, a sudare, con le mani bagnate, la gola secca e con un filo di voce. Non riusciva a parlare quando stava con i compagni, si sentiva svenire quando il professore lo chiamava alla lavagna. E se gli dicevano di sedersi, forse per metterlo a suo agio, forse per pena, restava sul bordo della sedia come se fosse sui carboni ardenti e non appoggiava la schiena alla spalliera come se potesse ustionarsi. Se teneva dei fogli in mano, il tremore li trasformava in ventagli.

In casa non rispondeva mai al telefono, non apriva la porta ai visitatori, non rivolgeva la parola nemmeno ai parenti in visita. Ma la casa era il suo nido. Lontano dai pericoli, sprofondato nella poltrona della sua camera, leggeva continuamente, calandosi in ogni libro, nel protagonista e vivendo altre vite con lui. Era felice solo nella sua stanzetta, al riparo da pericoli e da sgradite compagnie. Un posto sacro, protetto, dove recuperare tranquillità e trascorrere il tempo.

Fuori casa invece, percepiva un profondo senso di solitudine, perché forse non aveva i suoi, che comunque, anche se a modo loro, l’avrebbero aiutato, sostenuto e incoraggiato. Fuori gli sembrava che a nessuno interessasse chi fosse, come vivesse, che cosa facesse e che nessuno volesse aiutarlo. Anzi che sarebbe stato più facile fargli del male. Fuori non aveva un riparo, non poteva rilassarsi. Insomma sarebbe potuto essere anche un barbone e nessuno si sarebbe accorto della sua esistenza, perché là non lo conoscevano e non si interessavano a lui. Fuori di casa provava un senso profondo di solitudine e talvolta anche di tristezza disperata. Il fuori era ostile.

In casa la vita era ovattata, senza tempi definiti. La casa era come se fosse un posto intermedio tra l’interno e l’esterno del suo corpo. Ma solo lì Giorgio si sentiva normale. A scuola era continuamente preso di mira dai compagni, specie da Rocco Grasso, il cui nome diceva tutto e che, appena lo avvistava, correva per pestarlo davanti agli occhi di tutti, che lo incitavano e riprendevano la scena coi telefonini. Una volta, dopo avergliele suonate per bene, lo aveva obbligato a lucidargli le scarpe con la lingua. Un altro giorno gli era toccato mangiare due mosche vive. Naturalmente non diceva niente a casa. Lo avrebbero solo disprezzato ancora di più. Se tornava con qualche livido lo imputava a una caduta, un incidente in educazione fisica… e tutto finiva lì.

Ma da qualche giorno era atterrito. Si stava avvicinando il giorno di martedì grasso e sarebbe stata a scuola una giornata di scherzi e festeggiamenti, senza lezioni. Immaginava che il numero principale dello spettacolo sarebbe stato vedere come Rocco l’avrebbe massacrato di botte. Era solo. E doveva risolvere il problema da solo. Si comprò una maschera di Carnevale che gli copriva l’intero volto. Acquistò una tintura per capelli biondo cenere e si mise dei rialzi dentro le scarpe, che aumentarono la sua statura di dieci buoni centimetri. Si vestì di tutto punto e si guardò allo specchio. Che figo! Veramente non sapeva quale personaggio dovesse interpretare, ma era affascinato dal risultato. Provava una sicurezza mai conosciuta prima. Forse quella maschera era magica! A scuola nessuno lo riconobbe. Ma vedendo che probabilmente era arrivato un novellino, Rocco il Grasso subito gli si avvicinò con fare arrogante: «E tu chi saresti?»

Giorgio si stupì di se stesso: «Levati dai piedi Palla di Lardo!»

Rocco indietreggiò attonito. Quel momento fu decisivo, perché seguì una risata generale di scherno e pian piano i ragazzi che stavano là intorno iniziarono a schierarsi dalla parte di Giorgio. Era l’unico che pareva in grado di tenergli testa. Inferocito, ma anche intimorito, Rocco abbozzò un attacco, ma subito Giorgio finse una mossa di karate, che convinse l’avversario a desistere, tra gli applausi generali.

«Frappe e castagnole per tutti!» esclamò soddisfatto Giorgio.

Ringraziando quella maschera che finalmente gli aveva dato il coraggio di vivere, in cuor suo decise che d’ora in poi per lui sarebbe stato tutti i giorni Carnevale.

Frappe e castagnole per tutti! è un racconto di Anna Maria Caboni
allieva del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | alexmat46 / Shuttestock








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