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pubblicato lunedì, 6 marzo 2017 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Il silenzio della notte. Un racconto

Il silenzio della notte. Un racconto
Il silenzio della notte. Un racconto

Non sentiva più il freddo dei suoi passi pesanti nel cuore della notte, inghiottiti da ombre insidiose. Non vedeva, non percepiva più il suo corpo viandante, per quelle vie che puzzavano di piscio, bottiglie lasciate nel bivacco da stranieri. Una, la intruppò, ruzzolando a terra nel passaggio verso un vicolo stretto, evitato dal fascio di luce di un vecchio lampione rotto. Si girò istintivamente, guardò delirante quello che una volta doveva esserle sembrato un bagliore, e proseguì la sua corsa sfrenata. La mente raccolta da un silenzio rotto dall’inquietudine, dal fiato sempre più corto per la folle corsa. L’aria, incanalata, fitta e densa nei polmoni, il gelo penetrato che si induriva nel petto; una tosse le lacerò il corpo, echeggiando sull’intera vallata di quella periferia insalubre, la nebbia ferma nel mezzo.

Una distesa di palazzi grigi, tutti uguali. Guardò in basso con indifferenza il buio, le riempì lo sguardo: era giunto il momento.

Mani contratte, poggiate sulle travi vecchie di un tavolino di casa, abiti trasandati, barba sfatta, labbra con tagli provocati dal freddo e dal duro lavoro all’aperto in quelle giornate di gelo stringente. Fiaccato, deluso e frustrato. Lo sfondo di maioliche rotte, una bombola del gas, vecchia, arrugginita, una stufa scassata.

Davanti a sé: un uomo che sputa veleno, come una bestia che vuole spolpare la sua vittima fino all’ultimo grammo di carne. Lei era la vittima, lui il carnefice. Le aveva parlato con distacco, un linguaggio rude, si chiedeva dove lo avesse appreso. Glielo disse con tutta calma: «Non ce la faccio più così, sto impazzendo. Sto via solo per un po’, il tempo di rimettermi».

Appena sentì la parola «genitori» lui si indurì, un pezzo di marmo. Non l’avevano mai accettato. Un amore racimolato tra un cumulo di rifiuti, lavorando fianco a fianco al nastro, selezionando materiale di scarto. Una sfuggente carezza, uno sguardo, un bacio. Si concessero persino una vacanza, raggi di sole in una spiaggia calda.

Adesso, con tutto il disprezzo che aveva in corpo le inveiva contro: «Ma cosa c’è che non va qui!». Eccolo l’orgoglio, buttatole addosso per puro egoismo.

«No! – gli gridò contro Anita – cosa c’è che va qui dentro!».

Ma non pronunciò mai quella parola, sarebbe stato troppo facile… «vado a stare dai miei!».

Carlos fece un gesto di stizza, diede sfogo agli istinti più bassi. Eppure era sempre stato un uomo buono, ragionevole, pensò. Attonita, non si capacitava di tanta superficialità.

La dura vita, rende piatti, come l’agio rende sterili.

Aveva attraversato l’inferno e ne era uscito con le fiamme addosso. Un nemico? Lavorava instancabilmente, da mattina a sera per non farle mancare niente, ma non capiva la necessità. Lei costretta a casa e lui, schiavizzato. Le iniziarono a tremare le mani, non doveva agitarsi, mentre lui continuava ad infierire, e le nascose dietro la schiena, non voleva farsi commiserare.

La distanza si fece labile, tirata via come un elastico a forza. La finzione di sopportarsi, arrivata al culmine di una discussione volutamente spinta oltre: una voragine senza via d’uscita. Ci si affacciava, spudorato, poggiando le sue braccia corte, calato nella parte del persecutore. Quella testa troppo grande, quasi deformata. Non era mai stato un bell’uomo: tozzo, una fronte sporgente.

Iniziò a odiarlo.

Inarrestabile, travolto da una valanga, con lo scopo di annientarla, come se non lo fosse già: i tratti mutarono in arroganza sommaria, due occhi sprezzanti, lividi, diventò brutto per Anita, in ogni senso. Masticava rabbia e fece di lei ciò che voleva. A sua volta tentò di difendersi, parole buttate lì senza dare seguito ad un pensiero, ma poi perse le forze, si accasciò sulla sedia a guardare il vuoto. Cosa doveva fare, gli chiese, supplicandolo di calmarsi, ma lui non si fermava, non voleva fermarsi. Disperata lo osservò e tacque: gli era stata strappata via l’umanità. Non c’era più niente da fare:

«Tu non vai da nessuna parte!» le gridò contro.

Anita si alzò di scatto, la sedia cadde facendo un tonfo, lui la seguì con lo sguardo mentre si rifugiava in camera. Chiuse la porta a chiave: disordine, libri come denti storti, mensole impolverate, quadri, misere stampe. Le ruotò tutto attorno. Una casa anonima, come la loro storia. Gettò fuori, come un ruggito, la tosse, accartocciando il busto, ripiegata come un fascicolo senza rilegatura. Un fiotto di sangue sulla mano diafana. Non voleva più niente. Tutto era perso.

Cadde a terra. La sua mano, debole, inerme. Il suo essere, logorato. Un pugno, stretto, strizzato come il cuore provato, una prugna secca che ritmava battiti irregolari.

Guardò fuori dalla finestra, vetri sottili madidi di umidità. Odiava quel posto, la condensa che usciva dalla sua bocca, dentro quelle quattro vecchie mura ammuffite. Si intrufolò sotto le coperte, tremante e addolorata; perse conoscenza.

Dormì fino a sera, fino al suo rientro. Un colpo violento, la scosse dalla morte apparente. La intimò di aprire, non voleva, rimase ad aspettare che si addormentasse sul divano, distrutto, senza coscienza.

«Vattene!» le strillò contro, una voce nell’ombra, dopo che un altro colpo assestato sulla vecchia porta consunta le fece perdere la speranza. Una serie di emozioni contrastanti la invasero: rabbia, colpa, abbandono, e di nuovo abbandono. Vattene.

Fermò la disperata corsa una comoda panchina, coperta da una chioma bianca: si sdraiò esausta, abbracciata dal freddo pungente come fosse una calda trapunta.

Lui, nemmeno si accorse dell’assenza del suo corpo dentro la stanza vuota.

Quella porta chiusa, tacque per sempre.

Il silenzio della notte è un racconto di Paola Caringi
allieva del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Davide D’Amico


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