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pubblicato lunedì, 13 marzo 2017 da Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Il podio. Un racconto

Il podio. Un racconto
Il podio. Un racconto

Quella sera Marta uscì di casa sbattendo la porta. Non ne poteva più delle urla e dei pianti della madre, di quelle facce tristi come se fosse morto qualcuno. Basta con quegli occhi sempre puntati addosso, con una rabbia che serpeggia continuamente ad avvelenare persino l’aria che si respira.

Scarpe da ginnastica, tuta e zaino stretto alle spalle e: «Ciao. Stasera vado a dormire da Bea».

Meno male che si era lasciata alle spalle quelle facce sconcertate e rassegnate per nulla insospettite delle reali intenzioni riguardo la serata.

I suoi genitori non approvavano la sua amicizia con Bea. Secondo loro era stata lei a trascinarla in quel vortice senza fine.

Con uno strappo che non dava spazio a repliche, finalmente Marta se ne poteva andare, e dopo una breve camminata veloce, cominciò ad accelerare il passo finché questo non divenne una corsa, dapprima leggera poi sempre più intensa. Una gamba dopo l’altra a battere l’asfalto umido della notte.

Che liberazione l’aria fredda che attraverso il naso entra nei polmoni per poi uscire calda dalle narici, in una condensa di nuvoletta trasparente…

Trasparente… Magari potesse essere anche lei, trasparente! Intanto il battito del cuore accelera e con lui il respiro che si fa sempre più affannoso. La fatica si fa sentire quasi subito ma lei non può mollare. È una questione di principio. Arriverà a casa di Bea correndo, giusto per avvisarla dell’accaduto e per concordare con lei una bugia credibile su come e dove passerà la notte, ma poi tornerà indietro perché ha intenzione di allenarsi per almeno tre ore mentre tutti gli altri dormono.

Nessuno lo sa ma in cantina ha depositato un tapis-roulant e uno step che le servono per correre e sudare indisturbata. Tanto in cantina non ci va mai nessuno!
Si maledice per essersi messa nella situazione di dover recuperare una piccola distrazione. A quest’ora sarebbe stata a casa tranquilla in camera sua a sfogliare riviste di moda o a guardare la tele.

Forza, forza. Uno scatto fino al lampione. Giù per la discesa, poi una svolta a destra. Ancora un chilometro e sarà arrivata. Il cuore galoppa con lei nelle vene e nonostante sia freddo comincia a sudare. Sul suo esile corpo una, due, tre felpe a farle da coperta e lo zaino riempito di libri invece che di effetti personali a farle da zavorra. Corre Marta, corre verso la sua libertà, la libertà di essere leggera come una farfalla. E, nello sforzo, due lacrime le bagnano il viso.

Tutto era cominciato nel pomeriggio, quando la madre aveva preparato dei biscotti alla cannella che un tempo lei adorava mangiare accompagnandoli con il the all’arancia. Un profumo inebriante e persistente di dolce aveva invaso la casa.

Ne era sicura.

Glielo aveva fatto apposta.

Stava per battere il suo record: dodici giorni senza mettere cibo in bocca. Avrebbe potuto uscire per non lasciarsi tentare, ma ancora una volta si voleva mettere alla prova: il suo rifiuto doveva trionfare sulle inutili suppliche. Invece, come in una congiura, in famiglia sembravano tutti d’accordo. La guardavano con insistenza mentre la madre, con il braccio teso e il piatto in mano, la sollecitava a prendere un biscotto.

E lei, aveva tanta fame.

Aveva ceduto. E si era rivelato impensabile correre in bagno a mettere due dita in gola. Loro la stavano spiando. Ora doveva rimediare al suo errore, alla sua fragilità. Avrebbe corso fino allo sfinimento per liberarsi di quelle calorie che le intossicavano il cervello: il peso di quel corpo che le faceva ribrezzo doveva continuare a scendere.

Marta si sentiva stanca, le gambe irrigidite, la milza dolente.

Una volta partecipava alle gare di atletica leggera. Non era una campionessa, ma otteneva degli ottimi risultati: in squadra era apprezzata per la sua ironia e per la positività del suo carattere.

Poi a scuola conobbe Beatrice, Bea, che divenne la sua migliore amica. Passavano insieme praticamente tutto il tempo libero ascoltando musica e sfogliando riviste di moda. Cominciarono per gioco una dieta letta in un giornale. Subito la dieta divenne una gara fra loro due a chi fosse riuscita per prima a raggiungere il peso forma, una competizione mortale che si era attenuata solo quando Bea era stata ricoverata in ospedale. Anoressia, avevano diagnosticato. Si era assoggettata alle terapie per tre mesi, e quando era uscita aveva odiato i suoi genitori per quello che le avevano fatto: la sua amica, Marta, continuava a scendere di peso e invece a lei era toccato riprendere a mangiare. Ma questo non aveva intaccato la loro amicizia nonostante, a quel punto, i genitori cercassero di tenerle lontane l’una dall’altra.

Già, Marta. Proprio lei, che come un mantra si ripeteva: «Maledetto dolce e maledetta me. Stupida, cretina, deficiente, cicciona», per meglio punirsi della sua debolezza. Correre, bisognava correre ancora e ancora perché nel corpo non rimanesse traccia alcuna di un cibo traditore, entrato dentro a piccoli morsi con l’inganno.

Quel pomeriggio, prima di uscire in gran fretta adducendo la scusa di Bea, dopo quei maledetti biscotti era successo qualcosa di cui non ricordava i dettagli. Un malore, un senso forte di nausea, un giramento di testa e poi quell’inaspettato svenimento. Fatto sta che quando aveva riaperto gli occhi la mamma urlava di chiamare un’ambulanza, così finalmente l’avrebbero rinchiusa, e si poteva farla finita con questa angoscia. Intanto cercavano invano di sbottonarle le troppe felpe sovrapposte l’una sull’altra che, stratificate per fare volume, che non davano l’idea di quanto il suo corpo si stava assottigliando.

Pensare che proprio la sera prima si era guardata fiera allo specchio. Le si vedevano le creste iliache.

Per fortuna si era ripresa subito, niente ambulanza, nessun ospedale. Doveva correre da Bea per scappare da tutta quella forza opprimente che non la comprendeva, correre incontro alla felicità di poter fronteggiare l’emergenza del dolce ingerito, correre con il pensiero fisso della leggerezza, quella che non sentiva più dentro di sé.

A volte sognava di essere un aquilone sfuggito di mano in un giorno di primavera.

La realtà era invece che si ritrovava di notte a trascinare gambe sempre più pesanti e un profondo senso di malinconia la spingeva lontano, invece di riportarla indietro.

Ecco casa di Bea. Marta suona disperata. Ha bisogno di qualcuno che la consoli. E invece quando l’altra apre la porta non riesce a chiedere altro che di andare in bagno. Deve pesarsi e vedere se tutti quei chilometri macinati e sudati hanno portato il loro frutto. Spalanca la porta e guarda con timore la bilancia posata sul pavimento. Si spoglia, vi sale sopra con sospetto come a misurare le colpe e i peccati.

Quaranta chili.

Ancora troppi, ma per oggi la corsa è finita.

Marta crede di aver vinto la gara.

Il podio è un racconto di Emanuela Parini
allieva del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Pixabay








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