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pubblicato domenica, 28 maggio 2017 da Luigi Milani in Editoriale
 
 

Il cinema è in crisi, ma anche il libro non si sente troppo bene

Un cinema vuoto
Un cinema vuoto

Mai come in questo periodo la fruizione del cinema in sala è apparsa in crisi. L’era delle multisale, nate e proliferate nel nostro Paese sul finire degli anni ‘90, sembra volgere al termine: il pubblico, che fino a qualche anno fa frequentava di buon grado questi spazi, ora tende a disertarli.

La crisi del cinema

Un dato recentissimo: lo scorso fine settimana il film che ha ottenuto il maggior successo di pubblico è stato Alien: Covenant, ma l’incasso si è limitato a poco più di mezzo milione di euro, una cifra mai così bassa. Sorvoliamo sui risultati degli altri film, a dir poco sconfortanti, specie per quanto concerne i film italiani.

I motivi di questa debacle sono molteplici, largamente noti. In primo luogo la crescente disaffezione del pubblico verso modalità di fruizione canoniche dell’opera cinematografica, poste sempre più in scacco dalla costante e pressoché ubiquitaria disponibilità di contenuti su media impensabili fino a non molto tempo fa: l’offerta di film e serial televisivi, sia sulle pur annaspanti reti televisive generaliste che sulle piattaforme streaming è vastissima e spesso offerta anche a prezzi molto vantaggiosi. Quest’ultimo fattore, complice anche l’endemica scarsa disponibilità finanziaria degli spettatori, contribuisce ad allontanare il pubblico dalle sale. Non a caso è largamente diffusa l’abitudine a seguire intere stagioni delle serie televisive preferite su tablet o su smart tv.

Facile fare scaricabarile

Il tutto con buona pace delle polemiche, di stampo decisamente anacronistico del buon Pedro Almodóvar, che dal pulpito della settantesima edizione del Festival di Cannes ha tuonato nei giorni scorsi contro le produzioni del colosso Netflix, reo di realizzare film non destinati alle sale cinematografiche!

Gli esercenti delle sale dal canto loro hanno le loro responsabilità, inutile negarlo: programmazioni miopi, all’inseguimento dell’incasso facile e immediato, a tutto discapito della valorizzazione di quei film che invece attirerebbero – ma il condizionale è d’obbligo, viste le tendenze – un pubblico più attento e forse più fedele.

Vero è che la stagione cinematografica nel nostro Paese è brevissima, andando di fatto a coincidere con l’anno scolastico: nonostante alcuni tentativi effettuati in passato, premiati peraltro da un discreto successo, con le anteprime di film d’altronde «sicuri» come Mission Impossible, i cinema in estate, a parte i luoghi di villeggiatura, rimangono desolatamente vuoti.

La novità preoccupante è che ora il fenomeno della desertificazione delle sale si sta estendendo anche agli altri periodi dell’anno. Ormai anche i film di punta radunano in sale una manciata di irriducibili spettatori, non di più. Non è un segreto che diverse multisale versino in crisi profonda, mentre al contrario si assiste a una certa, sia pur modesta, ripresa di sale più piccole ma con una programmazione più mirata, volta a fidelizzare il pubblico più motivato.

Riprogettare il cinema

Di recente, in occasione della cerimonia di assegnazione del David di Donatello, alcuni registi hanno rinnovato le loro ansie e preoccupazioni per questo stato di cose, convinti – come del resto anche il sottoscritto – che il cinema vada visto in sala, su grande schermo, al buio e senza le distrazioni degli onnipresenti schermi LCD dei vari dispositivi smart. In quell’occasione hanno auspicato la riprogettazione ex novo di nuovi spazi per le sale, intesi come centri d’aggregazione a 360 gradi, ma pur sempre focalizzati sul cinema.

Personalmente ho i miei dubbi sull’efficacia di questo genere di suggerimenti, posto anche che vi siano una reale volontà e soprattutto i mezzi per metterli in pratica. In futuro credo che il numero delle sale diminuirà drasticamente, analogamente del resto a quanto sta accadendo nel mondo attiguo e non meno scricchiolante del libro.

E il libro come va?

Si è appena concluso il Salone del Libro di Torino, quest’anno in competizione, peraltro largamente vinta, con la fiera Tempo di Libri a Milano. Il successo di pubblico c’è stato, questo è fuor di dubbio, grazie anche a un rinnovamento tangibile nella direzione del Salone.

E tuttavia il numero di copie vendute dai vari editori è stato modesto, a ulteriore conferma che questa, come del resto anche altre, sia pure meno prestigiose, iniziative non innesca fenomeni virtuosi: il 2017 ha infatti registrato un ulteriore diminuzione del numero dei lettori, stimabile attorno al milione di unità.

E analogamente alle battaglie di retrovia condotte da certo cinema contro Netflix, l’intellighenzia del libro non trova di meglio da fare che scagliarsi in una donchisciottesca guerra contro il colosso Amazon o i grandi gruppi editoriali e i cosiddetti media store (tra l’altro anche questi ultimi non sono più in salute come un tempo).

Chi prevarrà? O meglio, chi sopravvivrà allo scontro, nell’uno e nell’altro campo? Difficile prevederlo. Auguriamoci che si affermino le produzioni editoriali e cinematografiche più qualitative, e perché no, più innovative sul fronte dei linguaggi e dei mezzi espressivi.

Libro e film sono realtà entrambe in profonda crisi. Vanno ripensate profondamente, alla luce dei cambiamenti epocali innescati dall’inesorabile avanzare delle nuove tecnologie e del conseguente mutamento nelle attitudini del pubblico, creatura sempre più sfuggente e impermeabile alle classificazioni del mero marketing.

Foto | Pixabay




Luigi Milani

 

Luigi Milani è giornalista freelance, editor e traduttore. Autore di due romanzi e una raccolta di racconti, ha curato le edizioni italiane degli ultimi due libri di Jasmina Tešanović, Processo agli Scorpioni e Nefertiti (Stampa Alternativa 2008-2009), e le versioni italiane di alcuni racconti di Bruce Sterling (40k eBooks). È tra i fondatori delle Edizioni XII. Vive e lavora a Roma.

Per la Graphe.it edizioni dirige la collana di narrativa digitale eTales.