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pubblicato martedì, 20 giugno 2017 da Roberto Russo in Mondolibri
 
 

«Gli eroi dei cento mondi», la nuova raccolta poetica di Mariano Lamberti

Mariano Lamberti e «Gli eroi dei cento mondi»
Mariano Lamberti e «Gli eroi dei cento mondi»

Nella collana Poesia di Campanotto editore, diretta da Lucio Klobas, vede la luce la raccolta «Gli eroi dei cento mondi. Piccola enciclopedia quantistica delle Emozioni». Si tratta di poesie scritte da Mariano Lamberti, che con noi della Graphe.it edizioni ha pubblicato La supplica di Brahma.

Così rinasce il tempo,
le stagioni e le cupole al tramonto
la barca ritorna all’orizzonte
Ulisse guarda la costa che si avvicina
suo figlio lo aspetta
Così tutto ritorna a terra

Abbiamo rivolto qualche domanda a Mariano Lamberti su questa sua nuova fatica letteraria.

Mariano Lamberti e «Gli eroi dei cento mondi»

«Gli eroi dei cento mondi» è la prosecuzione de «La supplica di Brahma». Qual è il filo che lega l’uno all’altro?
Gli eroi dei cento mondi fa parte di un ideale progetto che si chiama La trilogia del Dharma, iniziata con La supplica di Brahma, avventura poetica nata grazie a voi della Graphe.it edizioni. Con La supplica di Brahma ho esplorato, in versi, le basi gnoseologiche della religione buddista, la teoria del dolore, le otto sofferenze e, infine, la grazia di concedere agli altri il Dharma, la possibilità di conoscere la legge ed emanciparsi dalla sofferenza.

Con questo nuovo volume esploro La teoria dei dieci mondi, che prende spunto dagli insegnamenti del Sutra del Loto, penultimo insegnamento del Budda storico, cercando di illustrare come funziona il continuo alternarsi del nostro sentire.

Basandosi sul Sutra del Loto, T’ien-t’ai – studioso buddista cinese del sesto secolo – sviluppò un sistema per classificare le esperienze umane in dieci stati vitali o mondi. Dieci modi di percepirsi, quindi, che vanno dal più basso, l’inferno (caratterizzata da disperazione e angoscia) al più alto, la buddità, (lo stato vitale di chi sperimenta una sensazione di gioia e pienezza, a ritmo con l’intero universo).

Allo stesso modo, richiamando questo concetto, l’opera si compone di dieci poemetti, alcuni unitari nell’esprimere il sentire, altri invece frammentati dalle varie condizioni vitali che si intrecciano l’una con l’altra.

Nell’Introduzione scrivi che «questa raccolta è una piccola enciclopedia delle emozioni». Quanto la poesia può aiutare a confrontarsi con le proprie emozioni?
Non lo so, sinceramente. Buddismo e poesia hanno in comune questo loro affidarsi al suono, al ritmo più che alla logica. Il buddismo in questo suo relegare il percorso di illuminazione – o della propria rivoluzione umana come la chiamava Josei Toda – alla ripetizione del mantra, mettendo la vibrazione universale di Nam-myoho-renge-kyo sopra il ragionamento e il karma; la poesia anch’essa ha come guida il mèlos e non certo il logos, la musica, il ritmo non il dialogico. Entrambi quindi sono guidate da suono che le sovrasta e le guida.

«Resto mosca che vibra / sul fondo del bicchiere» scrivi. Siamo quindi destinati a essere, in un modo o nell’altro, intrappolati? E non corriamo il rischio di essere noi stessi «bicchiere» per altre «mosche»?
In questi due versi volevo dare l’immagine della condizione del mondo di umanità che, nel suo vivere pacificamente la propria esistenza, a volte può costruirsi una trappola del proprio stare al mondo senza grandi contrasti e quindi senza grandi crescite. In fondo si migliora solo attraverso le prove da superare. Una vita pacifica è una illusione, una gabbia, appunto, come dici giustamente tu…

Affermi che «eroico è chi consapevolmente decide di vivere l’intero vocabolario dell’umano». «Le parole sono importanti», chioserebbe Nanni Moretti in Palombella rossa e, in un certo senso, danno la cifra di chi siamo. Con tutto quello che succede oggi e del vocabolario che spesso si usa per riferirsi agli altri, possiamo ancora dirci umani?
Scrivere poesie in fondo è un atto d’amore (così anacronistico) alla lingua. È una mia testimonianza, un mio esserci contro l’inconsapevolezza della lingua. Io non sono contro la tecnologia che riduce il linguaggio a comunicazione e basta, ma contro l’inconsapevolezza della sua ricchezza. Con la poesia si può essere anche molto espressivi in uno slogan pubblicitario o con un sms. La lingua cambia continuamente eppure è sempre la stessa, come l’animo umano.

Ti sei confrontato con diversi mezzi espressivi: la poesia, la narrativa, il cinema, la tv. Quale senti più tuo?
Faccio una digressione poetica. Il cinema è una figura paterna, sempre lì a confrontarti con il limite, con la realtà dura dei soldi, eppure capace di vette così alte di poesia, reale e cruda. La narrativa ha un’istanza materna, sempre ad accogliere e amare nel segreto incondizionatamente, ogni pulsione ogni dubbio ogni dolore nascosto. E infine la poesia è come un figlio da crescere, proteggere, educare dal quale però c’è tanto umilmente da imparare.


Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.








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