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pubblicato mercoledì, 21 giugno 2017 da Roberto Russo in Poesia e dintorni
 
 

I «Versicoli quasi ecologici» di Giorgio Caproni

I «Versicoli quasi ecologici» di Giorgio Caproni
I «Versicoli quasi ecologici» di Giorgio Caproni

Gli esami di maturità possono essere anche l’occasione per conoscere qualche scrittore poco noto ai più. Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990) è l’autore uscito alla prima prova della maturità in cui si chiede l’analisi del testo. Si tratta della poesia dal titolo Versicoli quasi ecologici, tratta da Res Amissa, raccolta postuma uscita nel 1991.

Versicoli quasi ecologici

Il testo della poesia è il seguente:

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

Un breve commento a «Versicoli quasi ecologici» di Giorgio Caproni

È innegabile che la poesia Versicoli quasi ecologici si inserisce perfettamente nelle molte discussioni odierne sul clima, sulla salvaguardia della natura e su una nutrizione più consapevole.

L’invito di Giorgio Caproni è quello di un massimo rispetto della natura (mare, vento, pino, erba, acqua, foresta, aria verde) e di chi la abita (libellula, lamantino, galagone, pesci). Con un monito per l’uomo: non merita riconoscimenti chi deturpa e uccide la natura (chi per profitto vile / fulmina un pesce, un fiume, / non fatelo cavaliere / del lavoro). Del resto, la Terra, senza l’uomo, potrebbe tornare a essere bella.

Il Dizionario della letteratura italiana, a cura di Ettore Bonora, così scrive di Giorgio Caproni: «Alcune delle sue raccolte di versi delineano paesaggi e ricordi autobiografici con un tono insieme scabro e incantato. Altre, pur mantenendosi rigorosamente fedeli alle forme tradizionali del discorso poetico, si caratterizzano per certe cadenze più rotte e convulse, sia nell’evocazione dei miti classici, sia nell’espressione diretta di un intimo smarrimento esistenziale».

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Foto | WikiCommons




Roberto Russo

 

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.