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pubblicato giovedì, 5 ottobre 2017 da Roby in Mondolibri
 
 

Addio a Giorgio Pressburger, ebreo ungherese con cognome slovacco

Giorgio Pressburger
Giorgio Pressburger

Era fiero delle sue origini, comprese quelle del suo cognome, che era l’antico nome con cui s’indicava la città di Bratislava, cecoslovacca a quell’epoca, oggi capitale della Repubblica Slovacca. Giorgio Pressburger, scomparso dopo aver da poco compiuto 80 anni, traguardo che la sua città adottiva, Trieste, aveva celebrato con un incontro speciale, in realtà era di famiglia ebrea ungherese, costretto a scappare dalla sua terra natale in seguito alla rivolta di Budapest del 1956.

Di quell’esperienza di fuga – vissuta assieme alla sorella e all’amato gemello Nicola, morto oltre trent’anni fa – gli era rimasta un’incredibile paura della notte, intesa sia in senso fisico che metaforico, come il buio interiore che a volte sopraggiunge, inaspettato, e ti fa perdere di vista te stesso. Sopravvissuto ai più grandi orrori storici del Novecento, era l’esempio vivente che l’essere umano ha sempre una chance per ricominciare: egli stesso era come se fosse nato tante volte, come traduttore, autore di libretti lirici, scrittore, sceneggiatore cinematografico, regista teatrale, organizzatore di eventi culturali, insegnante.

Alcuni libri di Giorgio Pressburger

Un uomo straniero che ha contato molto nel panorama culturale italiano, caso non isolato nel Belpaese e soprattutto in una terra di confine come Trieste, in cui lascerà un vuoto difficile da colmare. Tardivo l’approccio con la scrittura e, soprattutto, tormentato: in una recente intervista Giorgio Pressburger parlò di quando un suo racconto incompiuto era finito nelle mani di Domenico Porzio, che gli consigliò di trovarvi un finale adeguato con la promessa di pubblicarlo immediatamente. Si bloccò e rimase senza scrivere una riga per venti anni, almeno fino alla lettura di Isaac Singer e alla scoperta della forza con cui questi descriveva il suo ebreo «tipo»: fu allora che si rese conto che nessuno aveva scritto abbastanza sulle storie degli ebrei ungheresi.

Nacquero così, a quattro mani con il fratello Nicola già malato di tumore (che non ne vedrà la pubblicazione nel 1986) Storie dell’ottavo distretto, le vicende che all’epoca dell’infanzia dei due gemelli si vivevano in questo ottocentesco quartiere di Budapest diventato ghetto per un popolo indesiderato. Sono storie che si raccontano da sole, scaturite da ricordi indelebili che suggeriscono atmosfere inedite e che i due bambini, ormai diventati adulti, narrano con una dovizia di particolari impressionante.

Ma oltre a racconti e romanzi, Giorgio Pressburger è anche autore di saggi, come quello breve, di neanche cento pagine, Sulla fede del 2004 (da cui poi è stato tratto il film Il profumo del tempo delle favole). Sono riflessioni di un uomo di oggi che in passato ha sofferto a causa della persecuzione religiosa: l’autore con esso intende aprire una piccola discussione sul ruolo della fede nella vita di ognuno e dove questa può portare.

Dell’ultima produzione di Pressburger, è invece la raccolta Racconti triestini (2016), diametralmente opposta a quella d’esordio. Qui lo scrittore non rievoca reminiscenze vissute personalmente, ma semplicemente narra storie ricostruendole da pettegolezzi, dicerie e cronache di giornale affrescando il ritratto più intimo di una città che lo accoglie da quarant’anni e della quale è profondamente innamorato. A Trieste Giorgio Pressburger – che ha vissuto anche a Roma e in Umbria – ha ritrovato parte della sua antica Budapest, perciò l’ha eletta a patria ideale in ricordo di quella che solo gli diede i natali.

Divertente e strampalata, infine, la sua ultima fatica, presentato al Premio Strega 2017, è un romanzo che pur ispirandosi al don Chisciotte, in realtà scombina le più semplici convenzioni romanzesche (tra l’altro nel 2014 era nella dozzina dello Strega con Storia umana e inumana). Don Ponzio Capodoglio è la storia di questo omonimo cittadino romeno che in epoca ancora socialista viene venduto da Bucarest alla Germania Est in virtù del suo originale cognome, considerato di origine sassone. L’uomo, incuriosito da quanto accadutogli, si mette allora alla ricerca delle proprie origini, concludendone alla fine che il mito della ricerca del sé sia in qualche modo forieri di guai: da questa esperienza di viaggio ai quattro angoli del mondo ricava solo delusioni, espulsioni, denunce, arresti e qualche bastonata non solo morale. Meglio una tranquilla ignoranza, dunque, che la conoscenza a tutti i costi della verità.

Peccato, però, che i grandi come Giorgio Pressburger, con la loro opera e la loro stessa esistenza, ci abbiano insegnato esattamente il contrario.

Foto | screenshot da Youtube




Roby