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pubblicato martedì, 10 ottobre 2017 da Anna Fogarolo in Mondolibri
 
 

Intervista a Carmelo Nicolosi De Luca, autore de «La congiura dei monaci maledetti»

Carmelo Nicolosi De Luca
Carmelo Nicolosi De Luca

Carmelo Nicolosi De Luca è autore, per Newton Compton, del romanzo La congiura dei monaci maledetti un thriller italiano molto articolato, vivo e capace di coinvolgere il lettore fin dalla prima riga. Noi di GraphoMania l’abbiamo intervistato, anche perché, non ci vergogniamo ad ammetterlo, speriamo in un seguito: quando i personaggi di una storia funzionano è un peccato lasciarli andare.

Intervista a Carmelo Nicolosi De Luca

Carmelo Nicolosi De Luca, La congiura dei monaci maledetti

Carmelo Nicolosi De Luca, La congiura dei monaci maledetti

Ne La congiura dei monaci maledetti la storia prende il via a Palermo, poi si sposta a Firenze e successivamente a Roma. Leggendo si intuisce un forte amore nei confronti di questi luoghi: quanto queste città hanno influenzato la stesura del romanzo?
Sono tre città ricche di storia e di arte che difficilmente non ti entrano nel cuore. Palermo con le sue affascinanti zone del centro storico, i suoi vicoli centenari, i suoi mercati, come Ballarò e il Capo, si prestano moltissimo all’ambientazione di un romanzo o di un film. Ed è proprio in questa città che ha inizio la vicenda de La congiura dei monaci maledetti per snodarsi tra i tesori di Firenze, la città che nel romanzo è il fulcro della vicenda. E poi l’eterna e bellissima Roma e la Città del Vaticano, due realtà senza eguali che hanno una parte rilevante in questo mio lavoro.

Diversi personaggi, tutti legati tra loro, che si passano il testimone di protagonista: scelta narrativa insolita e rischiosa… Può rivelarci qualche retroscena che l’ha portata a questa decisione?
Ho pensato che il raggiungimento della verità, in una vicenda incredibile come quella che affrontano i personaggi del thriller, dovesse contare su personaggi diversi tra loro, ma con lo stesso fine. Così, diventano di rilievo per le indagini, accanto ai due dirigenti di polizia, Giovanni Barraco ed Ettore Midiri, la profonda conoscenza della storia della Chiesa del monsignore della Santa Sede e la sagacia e l’intuito del giornalista.

La setta dei monaci fedeli agli insegnamenti di Girolamo Savonarola: solo un’idea per un romanzo o le sue ricerche le hanno suggerito davvero l’esistenza di tali nostalgiche ideologie?
La setta che sopravvive a distanza di 500 anni è solo una mia invenzione, per dare al racconto un peso maggiore, mentre gli scontri tra i seguaci di Savonarola e chi era dalla parte della Signoria e di papa Clemente VI, al secolo Rodrigo Borgia, che volevano liberarsi dell’abate, sono realmente accaduti. Ancora ai giorni nostri esistono forti estimatori dell’abate del monastero di San Marco a Firenze, tanto che è stata inoltrata alla Santa Sede la proposta di beatificazione.

Quanta ricerca storica è stata necessaria per dar vita a un romanzo così dettagliato? Ci racconta qualche curiosità?
Sono convinto che la ricerca storica sui personaggi e sui luoghi dove le vicende sono avvenute, sia fondamentale per dare un senso di verità al racconto. Ho vissuto la suggestione del monastero, ho percorso le tappe delle prediche del Savonarola, mi sono soffermato a lungo sul luogo dove fu impiccato e il suo cadavere dato alle fiamme. La curiosità? Non saprei. Forse la commozione inaspettata di trovarmi davanti alla tomba di Pico della Mirandola, accompagnato da padri domenicani, nel silenzio di un piccolo chiostro che confina con la chiesa di San Marco.

Il fanatismo, elemento che ritorna spesso nel suo romanzo e – contemporaneamente – ha caratterizzato la storia mondiale, e oserei affermare anche quella attuale: secondo lei possono le persone come il questore Midiri aiutarci a fermarlo?
Penso che il fanatismo sia difficile da estirpare. È sempre esistito. Se ci riferiamo a quello attuale, frutto della cultura della violenza, perché non credo che la religione c’entri molto, sono convinto che la volontà politica e le forze dell’ordine possano fare parecchio per controllarlo, ma mai fermarlo, se non cambia la cultura che non ha più rispetto per l’essere umano.

Ho percepito una fortissima ammirazione nei confronti delle forze dell’ordine, ovviamente quelle intelligenti e capaci: conferma questo aspetto che caratterizza il romanzo, e, se sì, ci spiega il perché?
Nel libro parlo di poliziotti intelligenti e sagaci. E nel Paese ce ne sono diversi che sentono la missione del servire. In Italia, come in altri Paesi, le forze dell’ordine non sempre sono amate dai cittadini. Vengono viste da molti come forza repressiva dello Stato, dal manganello facile. Ma occorre guardare anche al loro interno, alle forze «intelligenti» e ai tanti risultati positivi che, soprattutto negli ultimi anni, hanno ottenuto in più campi del crimine.

Alcuni personaggi, come il vicequestore Barraco, conquistano per spessore, carisma e capacità investigative: li ritroveremo anche in altri romanzi?
Il vicequestore Barraco e il questore Midiri sono personaggi di grande rilievo. Fortemente intuitivo e ironico il primo, posato e riflessivo il secondo. Una coppia vincente che ritornerà, mi auguro presto, per dipanare altre complesse vicende.


Anna Fogarolo

 
Fotogiornalista per le maggiori testate italiane come Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Gente, Oggi, Focus... Dal 2009 sposta la sua attenzione sulle nuove tecnologie iniziando la carriera di Web content e blogger per alcuni noti portali e Network, successivamente si specializza come Social Media Manager. Attualmente: consulenza di Ufficio Stampa, Content & Community Manager, Web Relation e Digital PR per le Edizioni Centro Studi Erikson.








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